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Homo Lector

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

L’educazione alla lettura non può essere imposta, né tantomeno lasciata al caso.

Il successo dell’attività di promozione della lettura fin da bambini, infatti, è fortemente condizionato dall’atteggiamento dell’adulto, sia esso genitore o educatore, nonché dalla spontaneità della proposta. Se nell’adulto mancano motivazione e interesse, è probabile che non si ottenga alcun beneficio. Un adulto che sia alla sua prima esperienza, oltre ad armarsi di pazienza dimenticandosi dell’orologio, può documentarsi riguardo le collane, gli autori e le riviste specializzate nel settore dell’infanzia e concedersi una cultura di genere, ottimizzando la scelta dei testi che più si adattano alle varie circostanze. 
Purtroppo è comune ed errata credenza ritenere troppo precoce, o addirittura superfluo, far leggere un libro a un bambino che non abbia ancora compiuto i due anni di età. In realtà, leggere – anche a quella età – significa fare un gesto nuovo, di scoperta, e soprattutto ricercare un significato, instaurare e rafforzare il legame, e introdurre a una pratica che potrebbe alimentare una passione. 
Tenendo conto delle tappe dello sviluppo infantile¹, dovremmo allenarci a osservare il bambino nella sua specificità, così da rispondere in maniera più efficace possibile alle sue esigenze di crescita. Le modalità di lettura, gli spazi e i materiali utilizzati dovranno variare man mano che il bambino acquisisce nuove competenze. Anzitutto va ricordato che i bambini non sono fatti in serie, né hanno circuiti interiori identici: si è di fronte a un essere umano meraviglioso e complesso. 
Lo spazio deve poter accogliere la lettura e variare costantemente ogni volta che sia necessario. Ciò che resterà invariato è la collocazione fisica di questo spazio: la lettura deve godere di una nicchia protetta, lontana da luoghi di passaggio come un corridoio, o una sala da pranzo in cui vi sono tivù e altre fonti di disturbo attive.  

Locus amoenus 

Nel caso del neonato (fino ai sette mesi d’età, cioè finché il piccolo non sarà in grado di stare seduto da solo), lo spazio della lettura sarà il grembo dell’adulto. È importante, in questo primo periodo, associare l’ascolto al contatto fisico, al ritmi del corpo, compresi i sobbalzi e le tonalità ascendenti o discendenti della voce, il movimento e la mimica. L’adulto, con l’interno del libro rivolto verso entrambi, sarà seduto su un tappeto, morbido e di modeste dimensioni, su cui potranno esservi cuscini e peluches, e magari una cesta in cui riporre i libri una volta terminata la lettura; il tappeto avrà la funzione di “contenere” la magia di quel momento. 

Quando il bambino comincerà a stare seduto da solo e a gattonare, sarà bene aumentare la superficie del tappeto (che potrà essere meno morbido, per non ostacolare i primi approcci alla deambulazione autonoma) così che possa girare nello spazio messo a disposizione senza sentirsi costretto, o voglia allontanarsi interrompendo l’attività. Da questa fase in poi, il libro dei racconti dovrà essere sostenuto all’altezza della spalla dell’adulto, con le immagini rivolte verso il bambino e una inclinazione tale da consentire di leggere. In tal modo, nella successiva lettura autonoma, il bambino potrà utilizzare il canale visivo per collegarsi al contenuto della fiaba che avrà piacere di raccontarsi o raccontare ai suoi amici, reali o immaginari che siano. 
Dal secondo anno di vita, l’acquisizione del momento della lettura, le capacità motorie e di interazione saranno tali da poter ridurre lo spazio destinato al tappeto, evolvere il contenitore dei libri passando dalla cesta a un rudimento di libreria, aggiungendo se possibile una poltroncina a misura di bambino. 
Dal terzo anno in poi, lo spazio dedicato alla lettura potrà assomigliare, verosimilmente, a quello di una biblioteca per ragazzi. 
I primissimi libri che sceglieremo, nella fascia zero/sei mesi, saranno quelli leggibili attraverso il corpo (altrimenti detti “sensoriali”); di stoffa o da plastica morbida, maneggevoli, atossici, lavabili, con immagini singole per ciascuna pagina e con inserti di materiali differenti per la stimolazione tattile e sonora. A questi ultimi seguiranno i cartonati, che dapprima avranno dimensioni modeste, cosicché il bambino possa esplorarli con facilità senza il rischio di strapparli e, solo più tardi, di grandezze differenti e con diversa complessità di contenuto. 
Intorno ai due anni e mezzo si possono proporre i semi-rigidi, cioè libri con i fogli di una corposità maggiore rispetto a quelli con le pagine fini, da preferirsi dai tre anni in poi. 

Una questione di scelta 

La prima lettura, ovvero quella delle immagini, riguarda la nomenclatura dei soggetti grafici, l’eventuale relazione tra di essi, la verbalizzazione di un processo causa/effetto e la trasposizione dell’immagine sul reale. Ad esempio, l’immagine raffigura uno spazzolino e il dentifricio? Bene: «Stamattina, subito dopo la colazione, mi sono lavata i denti. Come ho fatto? Ho messo un po’ di dentifricio sulle setole dello spazzolino e poi le ho strofinate sui denti per pulirli per bene», e non dimenticate di mimare la scena! 
Il secondo passaggio è un approccio di lettura un po’ più narrativo, attraverso dei testi che abbiano un vocabolario adatto agli uditori, delle frasi non troppo articolate, e delle immagini a supporto delle parole. 
Il terzo passaggio – e siamo già arrivati intorno ai quattro anni – include raccontare o leggere, con uno scarso ausilio visivo (delle immagini), mimando la storia, sfruttando maggiormente la postura e i gesti. 
Infine, dai sei anni circa, la lettura assume le sembianze di un racconto per il quale non si ha più uno stretto bisogno del supporto grafico. 
Sulla base della mia esperienza, prima dei quattro anni di età sconsiglio di utilizzare i riproduttori audio: c’è il rischio di appiattire tutte le componenti relazionali ed emotive di cui abbiamo parlato. Consiglio, invece, l’ausilio dei props, ovvero pupazzi, marionette et similia attinenti alla fiaba, perché possono aiutare a tenere il bambino ancorato alla storia (specie nelle prime interazioni), creando una specie di aura magica di sospensione. Ne esistono di già confezionati, però è più indicato – ancora una volta per mostrare a piccolo le sue future capacità potenziali di manipolazione ed espressione della fantasia – assemblarli con calzini spaiati e vario materiale da merceria. 

Homo lector: il lato pratico 

Partiamo dal presupposto che prima di leggere una fiaba al bambino, l’adulto deve averla letta da solo almeno un paio di volte. Deve essere entrato in confidenza con la storia e coi personaggi, deve averli pensati con voci differenti, deve poter enfatizzare le frasi che ritiene rappresentino lo snodo di tutto il racconto. È importante, se non fondamentale, coadiuvare il canale verbale con le espressioni del viso, con il tono della voce, con la postura e la mimica del corpo al fine di rendere originale e accattivante la storia proposta e di assicurarsi di avere incluso il canale di ascolto che si adatta meglio al bambino.  Egli, infatti, ascolta in tre modi differenti: 
1. Con gli occhi: il riferimento delle immagini al testo in questo caso è fondamentale; 
2. Con le orecchie: prestando più attenzione all’aspetto verbale, dobbiamo fare leva sulle nostre capacità espressivi e sulle varie intonazioni di voce; 
3. Con il corpo: alcuni bambini hanno persino bisogno di accompagnare l’ascolto con i movimenti mimici adoperando se stesso nello spazio per entrare nella storia e seguirla in maniera più attiva. 
Queste modalità hanno molto poco a che fare con le tradizionali tappe di sviluppo, ma rappresentano al contrario una predilezione dettata da caratteristiche personali e assolutamente soggettive che a mio avviso devono essere individuate e accolte. Se il bambino si distrae o sembra disinteressato, la prima cosa da fare è cercare di comprenderne la motivazione: la trama non è adatta? Le frasi sono troppo lunghe? La lettura è incerta e sincopata? Nell’immediatezza, la strategia che consiglio è quella di passare dalla lettura al racconto così da poter terminare la storia attraverso una sorta di riassunto, senza interromperla bruscamente. Meglio evitare di rimproverare il bambino, o sentirsi arrabbiati o frustrati. Soprattutto all’inizio c’è bisogno di tantissima pazienza, che non a caso ho citato come premessa necessaria. Una volta individuata la causa della disattenzione, si possono attivare le strategie alternative al fine di scovare la modalità che meglio si addice al bambino a cui stiamo leggendo. 

Ora, lettura e racconto sono due modalità di esposizione verbale piuttosto differenti. La lettura, infatti, ci obbliga a una verbalizzazione incanalata, ad un uso della lingua che potrebbe non essere il nostro, o a una scelta diversa da quella che avremmo fatto per raccontare questo o quell’episodio.
Nella lettura si è legati al testo, oltre che al contenuto. Con il racconto la faccenda cambia.  Raccontare significa utilizzare un linguaggio quotidiano, e quindi più condiviso. Significa agganciare lo sguardo del bambino senza doverlo orientare sul testo. Utilizzare espressioni “proprie” inoltre, favorisce la canalizzazione efficace delle emozioni di chi racconta, rende unico e irripetibile il contenuto raccontato. Sulla base delle proprie caratteristiche e del grado di esperienza, perciò, si opterà se orientarsi sull’una o sull’altro. E ovviamente la ripetizione della pratica darà via via più sicurezza, rendendo la lettura un momento di condivisione piacevole e soddisfacente.  
Testi utili, a mio giudizio, fino ai due anni d’età, potrebbero essere quelli della collana Tocca e senti dei cartonati tattili come Naso Nasone! di Patrizia Nencini, o Faccia buffa di Nicola Smee. Dai tre ai sei anni Il libro delle emozioni di Amanda Mc Cardie, Le carte in tavola di Fatatrac, Il lupo che voleva cambiare colore di O. Lallermand e E. Thuillier, Sulla collina di L. Sarah e Benji Davies, Gigi Baruffa di M. Lodoli, Pezzettino di Leo Lionni, Un colore tutto mio di Leo Lionni, Favole al telefono di G. Rodari, e per i più precoci e appassionati il memorabile – e fondamentale – Le fiabe italiane, un autentico miracolo narrativo di Italo Calvino. Chi poi riuscisse ad inventare da sé una storia, disegnarla su dei cartoncini e rilegarla, avrebbe dedicato tempo a un’attività di collaborazione creativa, ottenendo una fiaba personale e personalizzata sui gusti del bambino, dal valore affettivo inestimabile.

¹ Jean Piaget, Introduzione all’epistemologia genetica (1951) 
René Spitz, Lo sviluppo evolutivo del bambino (1958)