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L'Ideologia Discografica della CCM

Scritto da Sofia Viglietti.

È più semplice conoscere un'epoca tramite la sua musica, piuttosto che attraverso gli storici.

Non si tratta solo di un orpello letterario, specie da quando esiste la musica commerciale. Quest'ultima, infatti, è propria di composizioni ideate a scopo di lucro, associate di frequente al consumo di massa: non porta con sé un’elaborazione artistica a priori, e tende a minimizzare messaggi ed emozioni, creando un prodotto di rapido consumo, orecchiabile, ma sostanzialmente sterile. Viene invece chiamato alternativo il sottogenere musicale che si affida principalmente a etichette e mezzi di diffusione indipendenti: ne consegue la ricerca di distacco dai fenomeni popolari sia per temi, ambienti, sound e stile, che per la ferrea volontà di proporre una soluzione musicale differente al pubblico.  
La categoria aiuta a racchiudere il concetto di forma e di contenuto di un fenomeno in una definizione che rimanda a più elementi con aspetti comuni: gli insiemi rappresentati dai contenuti semplificano la complessa struttura della realtà in sistemi più piccoli. Questa funzione classificatrice, oltre che migliorare e velocizzare il riconoscimento e la percezione di un determinato fenomeno, incontra anche la primitiva paura dell’uomo verso ciò che è diverso, delineando il sicuro e il pericoloso, il conosciuto e lo sconosciuto. L’elaborazione cognitiva della categoria subisce, infatti, l’influenza della natura umana, degli stereotipi sociali e culturali, della volontà: così l’attribuzione di un genere o di una forma in musica è data dalla somma di vari fattori. Origine, periodo, location, ambiente sociale, stile e tecnica compositiva, strumentazione e funzioni finali sono le condizioni in base a cui si differenziano i generi musicali derivati dalle macrocategorie di musica colta, leggera ed etnica.

Con lo sviluppo della musica leggera si sono formulati gli attributi associati sia ad un sottogenere, che alla sola funzione di appellativo: i termini commerciale e alternativo rimandano infatti a due generi musicali in apparenza contrastanti. Il primo, nato dalla musica di massa; il secondo, da una risposta riformista e innovatrice: l'underground.  
Oggi, immersi nella realtà virtuale di internet, di fronte a tante varietà musicali differenti, in una costellazione di realtà individuali uniche, è possibile assegnare con giudizio gli attributi “alternativo” e “commerciale”? Premesso che la musica è una forma artistica fondata sull’unione organizzata di suoni e silenzi che accresce, per paradosso, logica e irrazionale: può essere questa un valore tangibile, calcolato in valuta diversa dall’apprezzamento dell’ascoltatore? 
Lo sviluppo della società borghese e consumistica del nostro secolo, e dell'ultima parte del Ventesimo, si riflette nella rappresentazione di un costume transitorio nella musica: l’espressione artistica, avente unico fine in sé stessa, diventa un mercato instabile di prodotti maneggiati a scopi lucrativi. Quella che potrebbe definirsi musica commerciale, insomma, è la standardizzazione di suono e immagine dell’artista, per invitare all’easy listening sotto forma musicale, testuale e a livello visivo, illudendo l’ascoltatore di individualizzare sensazioni collettive, riducendo a musica di consumo un fenomeno artistico.  
Il filosofo e musicologo Theodor Adorno, già dagli anni ’50, si scaglia contro l’industria musicale e ribadisce l'importanza del fattore emotivo puro, giacché: “Le canzoni o canalizzano determinate emozioni, legittimandole, oppure appagano, stituendovisi, il desiderio di esse”

La musica di consumo si presenta come rituale di socializzazione tra un grande numero di individui, accomunati dalla stessa esperienza, che partecipano a un fenomeno di condivisione, e quindi di perdita dell’isolamento. Una composizione priva a priori di un processo sentimentale disinteressato appare priva di qualità intrinseche, non possiede alcun valore dal punto di vista artistico: secondo questa definizione, gli scopi delineano la prerogativa essenziale senza considerare l’effettiva estetica e produzione finale. La “musica” perde significato e diventa un elemento superfluo, e il giudizio si trova nell’idea iniziale dell’artista. Qualsiasi sia l’opera finale, quest'ultima non ha rilievo culturale, potendo per ipotesi essere criticata senza effettivo ascolto, momento invece fondamentale. Si mira a soddisfare un pubblico che origini il risultato commerciale: per questo deve essere il più ampio possibile e, a seconda del genere, il numero di copie vendute esprime il livello di successo. Analizzando la quantità di copie vendute possiamo notare quanto in realtà questo fattore sia effimero: l’anno passato un cofanetto di opere di Mozart ha totalizzato, in sole cinque settimane, 1.25 milioni di copie acquistate, il rapper Drake 2.5 milioni da aprile, i Metallica 1.5 milioni, senza dimenticare i fattori esterni che influenzano vendite e marketing, come gossip o ambienti di diffusione.

L’alternative nasce come forma di rivolta antitutto ed espressione d'autonomia, una liberazione dalle costrizioni sociali e dalle grandi star del mercato: questo genere si rivolge a un gruppo ristretto e preciso di ascoltatori – al contrario della musica commerciale –, secondo estetica e gusto soggettivo. Il motivo centrale attorno al quale ruota il concetto di musica alternativa è l’integrità della missione creativa, estranea ad influenze e scopi commerciali, integra nella sua ideologia discografica (almeno in principio): le scelte stilistiche si discostano dalle soluzioni delle grandi etichette mainstream, prediligendo canali di trasmissione indipendenti. La scena indipendente o “indie”, propone prodotti originali che creano una realtà eterogenea e numerosa, portando alla fine del genere alternativo stesso: piccole band italiane, anche grazie a internet, ai talent e alla televisione, sono uscite dalla provincia per diventare un fenomeno di attrazione popolare.  
Un gruppo come i Radiohead, alternativo per eccellenza, può ancora considerarsi tale dopo aver venduto un milione di copie dell’ultimo album? La musica che ascoltiamo è ricercata o rispecchia semplicemente i nostri gusti? 

Consideriamo spesso banale la musica per le masse e valida la musica di nicchia, mentre ci dimentichiamo che il giudizio soggettivo dell’individuo, se mosso dal gusto, rappresenta per lui un vantaggio, e la presunzione di sapere cosa sia meglio per gli altri impone, sovente, limiti anche alla nostra capacità di veduta. Deve esistere un compromesso tra questi due schieramenti. Il gusto è l’attenta e critica percezione soggettiva di un fenomeno: in musica la moralità dell’individuo sta nella giudiziosa affermazione della propensione al piacere personale.  
Etichettare come commerciale, a fine spregiativo, qualsiasi tipo di musica che non sia colta (Contemporary Commercial Music, CCM) è un’imposizione di gusti sulla sensibilità altrui, che non tiene conto di valutazioni intersoggettive. Credere che un brano sia migliore perché distribuito da un’etichetta indipendente e destinato a un pubblico specifico restringe altrettanto l’utilità dell’esperienza. La superiorità di aspetti melodici, armonici e tecnici della musica colta sono indiscussi e non sarebbe neppure corretto paragonare Mozart, Duke Ellington, e Rino Gaetano: ogni artista degno di questo titolo può venire apprezzato per la sua eredità esclusiva senza doversi necessariamente giustificare. L’orecchio allenato e una mente educata apprezzeranno raramente un lavoro musicale di bassa qualità, seppure sia lecito concedersi un ascolto non impegnato senza intaccare il proprio valore e il profilo musicale.  
Le conoscenze musicali, storiche, estetiche e filosofiche non potrebbero descrivere a parole le sensazioni che percepiamo durante l’ascolto: dopo aver acquisito la consapevolezza che un brano è stato creato solo per lucro, mettiamolo da parte; forse potremo canticchiarlo anche noi, oppure i nostri gusti ci spingeranno alla larga da esso.

1 Theodor W. Adorno, Einleitung in die Musiksoziologie, 1962

 

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avatar Lorenzo
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Tutto vero, ma per fortuna c'è ancora la possibilità d scegliere. Sono anni e anni che vedo una (s)caduta imbarazzante della qualità musicale e della cifra artistica dei musicisti, però ce ne sono di bravi che resistono. Non sono solo nei conservatori e la musica colta non è superiore a quella realizzata bene, nei generi più contemporanei. Sono un amante/praticante del jazz, ma ascolto Bill Evans, Paul Desmond e Dave Brubeck come ascolto Albert Collins, Neil Young o gli Ac/Dc (con Bon Scott)... se un "prodotto" è di qualità, gli levo le virgolette e ne riconosco la cifra artistica. Certo Roy Buchanan, pur essendo il miglior chitarrista di sempre, ha venduto tonnellate di dischi meno di Jimi Hendrix o dei finti fenomeni attuali, ma c'è stato anche un certo Rory Gallagher che ha reso giustizia al blues e alla musica per il largo pubblico: ha venduto oltre trenta milioni di copie e non si è mai compromesso, né venduto al commerciale. Gli era stato proposto di pubblicare dei 45 giri e non l'ha mai fatto, come invece l'hanno fatto molti musicisti della frangia "colta" del jazz o del soul, ai quali non dispiaceva affatto gonfiare le tasche. Altro discorso per l'indie. La maggior parte degli artisti della scena underground si è liquefatta in poche stagioni, perché quella era la destinazione del loro messaggio, chiusa nel motto underground "live fast, die fast". La musica vera, invece, è qui per restare. Lo dicono anche del rock and roll, se non sbaglio. Ok, scusate se mi sono dilungato. E comunque dovete dirmi dove avete trovato la copertina di quel 45 giri del Duca. Per un jazzista è oggetto di culto.
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avatar Sofia Viglietti
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Sono d'accordo, se un'artista è capace è giusto riconoscere le sue doti, qualsiasi genere suoni e a seconda delle nostre preferenze: un giudizio può anche essere oggettivo in base a diversi criteri, tecnici o meno. Non si negano i grandi tempi d'oro, si invita invece ad apprezzare ciò che di valido si trova ugualmente oggi: i dischi venduti possono essere un'indicazione vaga, positiva o negativa, del successo, dell'influenza o della bravura dell'artista. I motivi che portano alla transitoriertà dell'alternativ e sono diversi: il pubblico ridotto, le etichette autonome e, come dice lei, anche la filosofia di vita degli artisti. La musica vera, se valevole, è semplicemente quella che stupisce il singolo ascoltatore e non ne esiste quindi una sola! Il 45 giri fa parte della collezione del direttore.
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avatar Lorenzo
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La filosofia di vita degli artisti ha sempre condizionato le loro vendite. In molti casi, anche la ricezione proprio dei singoli artisti d parte del pubblico. Tanta invidia per il direttore.
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avatar Elisa P.
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L'underground si è anche commercializzat o. Quello che non si è arreso al commercio si è emarginato da solo, è rimasto a produrre dischi registrati nel garage di casa. Do It Yourself.
Poi non tutta la musica commerciale è da buttare. Mozart ha una cifra superiore? Sì ma chi mi dice che ai giorni d'oggi, avendo a disposizione altri apparecchi, non avrebbe prodotto anche lui ad es. musica elettronica trendy e avrebbe fatto una montagna di soldi?
L'educazione vera alla musica avviene anche attraverso più sonorità, più ritmi, più generi.
La varietà di generi non corrompe il gusto. Il gusto si corrompe anche quando si pensa che la musica alta sia l'unica che ha dei contenuti. Falso. C'è stato chi ha messo in piedi vere e proprie rock operas, con dei contenuti più elevati di molti classici.
Se invece il commerciale è inteso come 'dammi tre parole - sole cuore amore' allora sono d'accordo. Però in un articolo bisogna specificarlo.
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avatar Sofia Viglietti
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Cadere nel business può mostrare la corruzione di sani principi, ma a volte è anche una splendida opportunità per esplorare nuove realtà, se la musica non ne risente. La finalità dell'articolo è proprio questa, affermare che non esiste un'unica verità, infatti qualunque genere di musica è "corretto" se rispecchia i gusit dell'ascoltator e: tecnica e armonia della musica colta superano inevitabilmente il prodotto di musica leggera, ma non per questo è vietato ascoltare entrambe, anzi. La presunzione di certi ambienti e persone ne limita inutilmente gli orizzonti. Nel pezzo da me scritto la definizione posta di musica commerciale, ovvero ciò che viene composto a scopo di guadagno, non indica necessariamente canzoni vacue, ma un processo compositivo che crea un prodotto inutile dal punto di vista musicale.
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avatar Elisa P.
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La musica colta supera sempre quella leggera, solo se quella cosiddetta leggera non si limita ai tormentoni da spiaggia. Questo è. Perché se prendo un'opera colta e dopo ascolto l'album The heart of Saturday night (di Tom Waits, 1974), mi spiace ma l'opera colta finisce in retrobottega. Questo volevo dire: la presunzione non ci deve essere mai.
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avatar Francesco R.
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I miei gusti spingono MOLTO alla larga dalla musica commerciale ma non mi riesce di condannare chi la ascolta. Se essa è un tramite che poi porta alla musica più impegnata e pregna di contenuti, ben venga. La cosa che preoccupa è vedere però, adulti e quasi-adulti, ascoltare con nostalgia le boy band. E' segno di un mondo che si limita e non si evolve sotto il piano dei contenuti artistici. Manca la ricerca, ci si ferma ad un certo punto e la cosa è -troppo spesso!!!!- reciproca: l'acculturato, che in genere è presunto tale, di formazione classica, denigra o sottovaluta il potere del commerciale; il commerciale ritiene una menata insostenibile la musica dotta. Un ponte tra le due cose è impossibile in quanto è una caratteristica degli uomini darsi anima e corpo a uno schieramento o l'altro, con la dedizione di un tifoso o il disinteresse di chi pensa di poterne fare a meno. Il ponte invece sarebbe la sola cosa necessaria. Chi opera in ambito commerciale, se volesse investire sulla musica dotta, potrebbe farlo, tra l'altro aumentando i fatturati suoi e l'acculturazion e media dei fruitori di musica, aprendo nuovi orizzonti.

Francesco
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avatar marta rossi
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caro francesco, non potrebbe essere questo spazio un luogo di incontro x realizzare quello che dici?!
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avatar Francesco
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Non lo devi dire a me. Dillo alla rubrica, al sito, ma non a me. Se era per me, a realizzare il sogno di milioni di artisti ci avrei speso l'anima. Però ho provato tante volte e tante volte ho sbattuto contro un muro di gomma. E' che ognuno vuole restare nel suo piccolo, della sua idea. Poi se qualcuno volesse provare sul serio me lo dica pure, si faccia avanti. Era il sogno della mia generazione, quella degli anni 70.
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avatar Sofia Viglietti
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Questa rubrica, come da introduzione, si pone come un luogo di scambio e discussione fra appassionati di qualunque credo musicale! Spero come voi che possa avvenire qui l'unione fra colto e leggero, con dibattiti formativi su qualsiasi argomento proposto: siamo all'inizio, ma sono fiduciosa che presto questo desiderio sarà realtà. La comprensione e l'accettazione di gusti altrui ci pone su un piano di confronto che altrimenti non otterremmo: come detto da me e dal signor Francesco, è necessario un mezzo di avvicinamento
fra gusti, argomento chiave dell'articolo.
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avatar romano
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il dibattito può avvenire tra noi appassionati, per tirare dentro i musicisti e i discografici bisogna bussare a certe porte e si potrebbe non avere risposta. ma provare non costa nulla
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avatar Lucafaraldi
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Bll
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avatar Davide
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Quel che è bello dell'ideologia Discografica dei nostri tempi è, come diceva Lorenzo in un commento qui sopra, la possibilità di scegliere, e l'alternative. Il cosiddetto fenomeno della discografia di nicchia, per cui le cose più appassionanti sono difficili da ricercare, ma vi è un ritorno in soddisfazione non indifferente!
Trovo comunque strano che autori del passato, come il citato Mozart, possano fare guadagnare così tanto quando chiunque potrebbe preparare un CD con qualche traccia scelta e lucrare. Forse il fuoco acceso da autori così lontani da noi non si è mai spento. Nella nostra società della comunicazione così veloce conta molto il ruolo della pubblicità e l'appetibilità del prodotto che si vende, forse è per questo che talvolta avvengono piccoli "miracoli" discografici.
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avatar Sofia Viglietti
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Ebbene sì, anche Mozart vende! La grande musica non muore mai, di qualunque genere essa sia. Purtroppo proprio a causa della forte intromissione della pubblicità spesso è più difficile ricercare un prodotto differente, limitandolo proprio alla nicchia: lo sforzo non deve essere tale e pesare, così da combattere il fenomeno dell'egemonia discografica a favore delle nostre preferenze.
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avatar Fabry
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I "miracoli" discografici avvengono oggi su youtube, o grazie a una pubblicità ben programmata. Purtroppo, aggiungo. Se il leggendario Astral Weeks di Van Morrison poteva emergere solo con la qualità visionaria dei testi e del suo contenuto aulico e allusivo, se tanti altri celebri artisti sia della musica di nicchia hanno abbandonato per uno o più dischi la nicchia ed hanno raggiunto il grande pubblico, è perché il miracolo una volta era possibile. Ora senza i canali mediatici e quindi gli strateghi della pubblicità, non emerge neppure un fenomeno. La favola di John Lee Hooker che mentre gli altri diventavano famosi a colpi di cover di suoi brani, mentre lui doveva sempre girare a cercarsi una bettola dove suonare non è casuale, discende da quel modo di approcciarsi .......... e parliamo di anni in cui l'artista, se valeva, emergeva!! Poi è emerso, però grazie a buoni "sponsor", perché l'industria del disco era cambiata e oggi lo è ancora di più. Siamo in un tunnel a senso unico irreversibile, per cambiare rotta serve una profonda rieducazione musicale e perciò educativa. La musica è una forma di educazione.
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avatar umberto
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l'educazione, fabry, ci fa difetto. la storia insegna: ci manca, dal tempo dei tempi, la disciplina.
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avatar Fabry
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E allora lasciamo tutto com'è? Non ho detto che la pubblicità fa male, ho detto che senza la pubblicità non si fa più un passo. Il vero progresso sarebbe usare gli strumenti per far conoscere ai più gli artisti che valgono. Se il pubblicitario annusa l'affare non si tira indietro.
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avatar umberto
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il pubblicitario è un servo del mercato e se il mercato gli dice che beethoven rende meno di nek, lui punta tutto su nek.
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avatar Fabry
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Stiamo dicendo la stessa cosa, da punti di vista diversi. Il pubblicitario punta su Nek perché c'è chi va a comprare Nek. Capisco le ragioni dell'uomo d'affari. Ma se la macchina pubblicitaria si mettesse in moto per Beethoven, il risultato sarebbe uguale almeno come vendite. Non ci sarebbero gli incassi dei "live" e qua ti do ragione, però la cultura musicale se ne gioverebbe e la pubblicità stessa avrebbe nuovi confini (anche se vecchi di secoli) da esplorare. Dicesi educazione, e non solo musicale. E' educazione umana alla varietà, al gusto, al bello. Siamo la società dell'estetica che investe sul make-up, ma non sa godere del bello che l'arte le propone. Ci pensi? Hai visto su che schifo di auto andiamo in giro? Hai visto quali orrori producono gli architetti? La musica, senza quel tipo di educazione, produrrà roba sempre più scadente.
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avatar Duccio
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Non c'è musica che non porti cultura e non c'è cultura senza il suo bagaglio di musiche, di melodie che raccontano degli uomini che le accompagnano ai cambiamenti storici, a quelli sociali. A quelli più profondi dell'intimità di ciascuno. L'easy listening di cui parla miss Viglietti è testimone proprio di quel tempo che viviamo: frivolo, vacuo, sterile, svampito, tutto in arrocco attorno alla riproduzione di uno schema semplice per rendere le cose "fruibili al grande pubblico", quel pubblico che nel frattempo rimpicciolisce nel gusto. Gran bella riflessione, sissignori.
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avatar romano
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........... insisto a dire che il dibattito dobbiamo accenderlo noi. ce la facciamo a mandare un telegramma ai musici e agli appassionati?? o le scuole e gli studios sono tutti chiusi nel loro mondo fatato??
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