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Il Ruolo Sociale della Musica nell'Arte

Scritto da Sofia Viglietti.

Linguaggio intraducibile e veicolo di emozioni, la musica è un mezzo accessibile a qualsiasi uomo, poiché nasce dalla sua propensione sentimentale ed espressiva, oggettivizzandola in un veicolo razionale comprensibile agli altri.

Nella sua funzione di esperienza sociale formativa, ha da sempre influenzato l’uomo nel corso della storia e durante il suo percorso evolutivo, caratterizzando civiltà e filosofie di pensiero. Osserveremo lo sviluppo generale e il ruolo della musica nei secoli, per poi dedicarci nel corso della rubrica ai singoli aspetti.
Si distingue in etnomusicologia lo studio antropologico del contesto e delle tradizioni musicali di un popolo arcaico, con particolare attenzione al processo linguistico, alle prime forme di polifonia (non una esclusiva medievale) e alla creazione dei primi strumenti ad emulazione primitiva di suoni del corpo.
Grazie a queste ricerche, si scoprono le prime testimonianze di un approccio musicale durante il Paleolitico, in sviluppo contemporaneo alle forme artistiche graffitali, circa due milioni e mezzo di anni fa: l’uomo comincia a riprodurre, quindi a imitare i ritmi della natura, con ossa e sassi, creando i primi strumenti a percussione utilizzati per contemplare e unirsi alla realtà circostante. Molte popolazioni aborigene della Polinesia, alcune tribù africane e le civiltà precolombiane hanno cominciato il loro percorso musicale in questa direzione, con il ritmo come imitazione dei suoni dell’universo.

Fra il Tigri e l’Eufrate la musica ha avuto importanza sociale maggiore, venendo raffigurata su bassorilievi e architetture, in particolare funebri: secondo le ricostruzioni, i Sumeri accompagnavano i riti con strumenti a corde, sviluppando anche una forma di prima scrittura musicale comune. La popolazione Ebraica riconosce poi la fondamentale funzione spirituale del canto: nel corso del regno dei grandi Re di Israele, il salmo – cantilenato con intonazione “salmodica” – raggiunge la massima diffusione, creando le basi corali di quello che diventerà il canto gregoriano.
Nella Bibbia leggiamo del valore della danza e del canto come patrimonio collettivo di ogni cittadino (non riconoscendo così la specializzazione, o il lavoro del musicista), e del rifiuto di usare qualsiasi strumento musicale dopo la distruzione del tempio di Salomone, in segno di lutto. L’unico, tuttora in uso nelle sinagoghe, è un semplice corno.
Gli Egiziani consideravano la musica come un regalo del saggio dio Thot, ed ogni categoria strumentale era legata ad una divinità differente, per evidenziare il ruolo divino e sacerdotale della disciplina: i brani venivano tramandati oralmente, senza utilizzo di spartiti o prototipi di scrittura, per accompagnare i riti propiziatori e momenti di vita quotidiana (canti per accompagnare il lavoro, intrattenere i banchetti). Già nel primo millennio avanti Cristo, erano conosciuti agli Egizi alcuni sistemi di scale e d’accordatura. Ed era usuale introdurre alla pratica musicale le donne delle famiglie benestanti, mentre i danzatori addetti ai culti erano per lo più stranieri: intraprendendo la carriera musicale si aveva la possibilità di avanzare a livello sociale e di ottenere prestigio, arrivando a esibirsi addirittura alla corte del faraone. Essendo sacra, i sacerdoti hanno cercato di limitare la diffusione della pratica musicale, mantenendo l’esclusiva sino al Medio Regno.

L’origine della musica aveva connotati mitici anche per la civiltà cinese: tre imperatori mitologici donarono agli uomini strumenti, stili esecutivi e sistemi compositivi, consegnando così l’unione fra cielo e terra e garantendo quindi la stabilità dell’Impero. Diffusasi durante la dinastia Zhou, la musica era strettamente associata alla danza: i rituali religiosi erano legati ad aspetti cosmogonici, metafisici e astrologici, mentre erano altrettanto rilevanti il rito didattico (formativo per lo spirito, oppure dedicato ai giovani) e quello celebrativo (sia sul piano festivo, sia a livello di tappe sociali individuali). Le innovazioni furono innumerevoli: si stabilì un suono fondamentale, gli strumenti vennero perfezionati costantemente, si fondarono scuole, più di cinquanta sistemi modali vennero ipotizzati (grazie ai contatti con gli Indiani e coi Mongoli), delineando infine ciò che oggi definiamo come “musica cinese”.
Il suono caratteristico è dato dalla scala pentatonica, formata da cinque note di grande valenza magica e filosofica: queste rappresentano l’imperatore, i ministri, il popolo, i servizi e i prodotti (i significati possono essere naturali o metafisici).

La musica Indiana è di certo una delle più antiche e complesse, tanto che il nostro orecchio non è in grado di riconoscere i vari modi e le intonazioni per cui questa si differenzia. Secondo la tradizione è Shiva ad aver insegnato musica e danza agli uomini, raccogliendo inni e canti sacri nei Veda: le melodie di questi testi, utilizzate inizialmente durante cerimonie sacrificali, sono considerate sacre per i poteri soprannaturali a loro attribuiti. La devozione e la spiritualità dell’anima di chi canta è in grado di piegare gli dèi, secondo una delle funzioni apotropaiche più prestigiose della musica. Il ruolo del musicista professionista rimase collegato al mecenatismo della casta dei guerrieri: si distinse in tal modo la musica da sala eseguita nelle case di uomini importanti da quella popolare, di strada. La maestria del musicista sta nell’emozionare l’ascoltatore: la suddivisione della scala in ventidue microtoni – quella occidentale è suddivisa in dodici toni –, permette all’intonazione e alla tecnica dello strumentista di creare un’enorme varietà di effetti che creano diverse sensazioni nel pubblico, il quale rimanda al musicista in un continuo scambio di flussi emotivi.

Per musica araba si intende il fenomeno musicale sviluppatosi in lingua araba e, successivamente, basato sulla religione musulmana. La prima figura ad emergere è la cantrice, esclusivamente donna, che accompagna la propria poesia con uno strumento musicale, per intrattenere signori e grandi corti. La musica, qua, scandiva il raccoglimento popolare, le feste e l’intimità, era improvvisata sul momento (esecutore e compositore coincidevano) facendo affidamento su modelli e figure di successione della tradizione orale, creando variazioni elaborate a seconda del talento del musicista.
La particolarità del sistema arabo sta nell’utilizzo di intervalli più o meno grandi dei nostri e, nella accordatura variabile simile al procedimento indiano. Con l’avvento dell’Islam, e del dubbio morale legato alla musica, il ruolo del musicista viene affidato a schiavi o stranieri, fatto di cui la musica stessa non risente, continuando a svilupparsi in complessità di forme e stili.
Per i Greci invece è il personaggio mitologico di Orfeo, il prediletto di Apollo, ad aver inventato e diffuso la musica fra i mortali: questa, considerata una vera forma d’arte, comprende poesia, canto, danza e rituali.
In età arcaica, i musici professionisti avevano il compito di tramandare (poiché Memoria è la madre delle Muse) i miti cantando, in funzione del potere psichico e magico attribuito alla musica, in grado addirittura di poter controllare le forze della natura. La musica, considerata un potente mezzo educativo per la sua connessione alle passioni dell’animo umano, viene presto inserita nel percorso scolastico.

Con lo sviluppo della tragedia e del coro – nel periodo Classico –, la musica ottiene un ruolo centrale anche nei teatri: i sistemi musicali sviluppati dagli antichi Greci sono a fondamento di quelli che tutt’ora utilizziamo (il modo lidio, frigio e dorico della scala). Nasce anche l’approccio filosofico alla musica, con Pitagora; la musica-matematica in relazione agli astri, con Platone; la musica come forma di valore e sapienza dell’animo, e Aristotele: musica come mezzo di beneficio e catarsi. I Greci fondarono il modello di classicità ripreso, in primis dai Romani, dall’intero Occidente. O
gni forma di arte romana discende dalla tradizione greca, e la musica non fa eccezione: accompagnamento di funzioni, feste sacre, marce, banchetti e riunioni, la musica venne riadattata e sviluppata in rapporto alle necessità della vita pubblica e privata dei Romani. A Roma, la musica acquista una funzione terapeutica, perde lo scopo educativo nella formazione del fanciullo, diviene parte delle fasi della vita umana. Numerosi furono i concorsi pubblici e privati fra musicisti, secondo la moda, per ricercare il migliore esecutore in varie formazioni. 
L’avvento del Cristianesimo è la svolta che porta alla nascita del sistema musicale occidentale. Le basi teoriche dell’età paleocristiana sono legate all’armonia greca, al neoplatonismo ed ai riti pagani romani: intravedendo in essi una verità primaria, si comincia a elaborare un sistema simile, emulando soprattutto il coro ebraico dei salmi. Il canto cristiano primitivo, in latino, mira alla solennità e alla diffusione del messaggio religioso.

La tradizione racconta che sotto il forte potere centrale di Papa Gregorio I, si assiste all’unificazione dei vari culti cristiani di tutta Europa (forme differenti sono nate per la mancanza di comunicazione tra le liturgie sparse nel vasto Impero): in realtà, questo avviene con l’imposizione della versione franca dei canti sotto Carlo Magno, che lascia la denominazione gregoriani ad essi. I canti, accettati obbligatoriamente da ogni comunità, presentano ampi vocalizzi per esaltare il divino tramite la fioritura vocale, con ripetizioni di alcuni motivi, eseguiti dal coro e da solisti, a volte con l’intervento dei fedeli. Nasce la necessità di segnare la musica per permettere agli esecutori di ripetere più volte i canti allo stesso modo, con indicazioni sull’andamento della melodia: questa è detta scrittura neumatica, ed è la prima forma di scrittura musicale occidentale.
La riforma gregoriana propone anche esperimenti nel campo polifonico: le voci del coro cominciano a eseguire melodie diverse secondo forme parallele, creando un intreccio di linee e disegni. Diventa perciò evidente la necessità di segnare le singole note per ogni voce: il monaco Guido d’Arezzo introduce il tetragramma, l’antenato del nostro pentagramma, e la notazione dei suoni con le iniziali delle parole dell’inno a San Giovanni, in utilizzo ancora oggi (eccezione per “ut”, attuale “do”).
La dottrina musicale viene diffusa fra i ceti meno abbienti, e con forme più comprensibili, cercando di attirare il maggior numero di fedeli, per mezzo di rappresentazioni visive di passi ed episodi biblici (dramma liturgico). A livello popolare, per mancanza di mezzi, la musica rimane un fenomeno di trasmissione orale nelle piazze, mentre nelle corti, i musici di servizio accompagnano recitazioni o letture. Si diffonde anche una produzione di carattere profano di poesie e sceneggiati, dai trovatori occitani ai trovieri settentrionali, accomunati non dalla lingua, bensì dal tema: l’amor cortese trasforma la tensione religiosa in un puro sentimento di amore verso la donna della corte irraggiungibile, fra piacere e insoddisfazione. Questo periodo, conclusosi circa nel XIV secolo, prende il nome di Ars Antiqua (perché antecedente alla pubblicazione del trattato “Ars Nova” del 1260): la scuola di Notre-Dame sarà in netta contrapposizione al periodo e al sistema musicale successivo.

Durante il Trecento, il sentimento di negativa sottomissione a Dio è sostituito da un approccio più libero e incondizionato alla fede: in musica si inseriscono nuovi temi (cavalleresco e cortese), notazioni, tecniche e forme compositive: la ballata diventa il componimento strofico più diffuso e soppianta il madrigale, e nascono la caccia e il mottetto.
La necessità di rinnovamento di questo periodo, detto anche preumanesimo, sfocia nella rivalutazione della vita e del valore della musica in essa: le realtà signorili iniziano a formarsi e ad investire nelle opere d’arte. La popolazione, colpita dalla crisi, è ancora relegata a una vita feudalizzata, mentre cominciano a crearsi centri culturali laici, le università.
Nel Quattrocento, grazie alla prosperità economica, i signori finanziano maggiormente l’ambiente musicale ed ecclesiastico permettendo la costruzione di edifici di culto e scuole di musica religiose: l’armonia divenne una vera e propria materia soggetta ad analisi e miglioramenti, ponendo gli studi per gli anni a seguire.
La scuola fiamminga è la più significativa del secolo, a cui va il merito di numerosi perfezionamenti corali e nella musica d’uso: nelle Fiandre era solito ispirarsi a composizioni precedenti per poi aggiungere sviluppi lirici e passionali. Lo studio musicale resta ancora legato alle cattedrali e ai monasteri; in parallelo, a livello popolare, si creano parodie profane di componimenti religiosi: i canti carnascialeschi.

Nel corso del Rinascimento – il XVI secolo – assistiamo alla diffusione e allo splendore massimo del fenomeno musicale, come delle arti tutte. La polifonia aveva raggiunto complessità e tecniche avanzate, provocando la ricerca opposta verso semplicità e forme lineari: si cominciò a cercare la novità nei vari generi, dalla tensione nel contrappunto al madrigale di poche voci, abbandonando l’opulenza dei fiamminghi.
Palestrina, compositore laziale, fu un maestro della semplificazione e il maggiore esponente della scuola romana, che lavorò sulla musica sacra, cosiddetta a cappella. La scuola veneziana, invece, si dedicò alla polifonia con doppio coro e accompagnamento strumentale.
Nel Nord d’Europa, a seguito della Riforma Luterana, anche la musica subisce un influsso di cambiamento, in particolare nella musica sacra, nella quale si costituisce un movimento corale esclusivamente protestante. Venne a formarsi, nelle corti, la polemica tra canto polifonico e monodico, che diede l’origine a due forme di dramma musicale differente e al melodramma, inventato da Monteverdi (il “recitar cantando”).
Il fenomeno del mecenatismo permise ai musicisti dell’epoca di dedicarsi alla propria arte, trovando nelle grandi corti sostegno economico e un ambiente favorevole alla crescita delle arti: il musicista era un uomo di mondo che frequentava diversi contesti contemporaneamente.

Il Barocco – XVII secolo – è caratterizzato in ambito musicale da un’enorme varietà di stili da non poterne identificare uno singolo come modello: l’accrescimento e la ricerca maniacale di nuove idee sviluppa la predominanza strumentale sul fattore corale. Nasce il virtuoso, lo strumentista di palazzo che punta a stupefare l’ascoltatore con virtuosismi tecnici e improvvisazioni. La sontuosità del Barocco perfeziona il sistema occidentale tonale con il lavoro di Bach, che pone le regole dell’armonia e della teoria musicale con le composizioni per Clavicembalo ben temperato. L'ensemble strumentale può vantare formazioni per suite, su modello di Bach, concerto solista, di cui Vivaldi è iniziatore, concerto grosso, ideato da Corelli, mentre, per le voci, il melodramma raggiunge l’apice del successo, suddividendosi in opera buffa e dramma giocoso (secondo la riforma di Metastasio), e nasce l’idea di opera lirica barocca, con una sequenza di arie, intermezzi, recitativi, duetti e cori, senza utilizzo di sceneggiature. La musica riveste in questo periodo un ruolo di intrattenimento nella vita quotidiana sotto più livelli, dalla corte ai dilettanti da strada: la grande disuguaglianza fra le varie classi, che andava aumentando, porta alla ricerca dello svago nella musica, che avvicina un pubblico più ampio. 

Si colloca nella seconda metà del Settecento il movimento artistico volto alla rappresentazione dei modelli e delle forme greche e romane, ricercando simmetrie e perfezione: il Classicismo riecheggia il gusto classico, riconoscendo in esso il punto di massima espressione artistica, associando a questo il concetto di bello universale. Il linguaggio musicale diventa strumento di rievocazione del passato che mira al risveglio dei sensi dell’ascoltatore, abbandonando gli inutili passaggi tecnici e svariati virtuosismi. Con il declino della figura del mecenate, comincia ad emergere la futura classe borghese imprenditoriale, lasciando sullo sfondo il chiuso mondo aristocratico dell’ancien régime. La corte austriaca fu il centro del fenomeno classicista, con celebri esponenti nella città di Vienna: le corti reali erano ancora un punto di riferimento di promozione musicale, nonostante i profondi cambiamenti sociali rivoluzionari e la comparsa delle sale da concerto.
Mozart, pilastro del Settecento, compose più di seicento opere, fra sinfonie, concerti, operette e quant’altro, diventando il simbolo del Classicismo. 
Beethoven rappresenta l’anello di congiunzione fra Classicismo e Romanticismo: utilizzando le forme canoniche, superò e reinventò la composizione classica creando una nuova forma musicale, svincolata da qualunque funzione diversa da quella fine a sé stessa: la musica assoluta, rappresentazione dell’artista romantico indipendente. Il dolore delle sue composizioni diventa la tensione eroica da superare, innovando stile e tecnica. 

Nel pieno dell’Ottocento, il musicista ottiene finalmente l’autonomia produttiva, ed è artefice della propria arte e fortuna: la filosofia romantica, in musica, rivaluta il sentimento e la spontaneità necessarie alla produzione musicale.
Il sentimento patriottico e il ripreso virtuosismo caratterizzano la genesi di altre nuove forme musicali (Lied, Notturno, poema sinfonico), l’opera raggiunge l’apogeo e si esprimono differenti propensioni, ad esempio il titanismo con Wagner, il tecnicismo di Paganini, la coralità propria di Verdi. L’opera attira la grande massa crescente di ascoltatori della classe borghese, i luoghi di intrattenimento aumentano (circoli, salotti, caffè, ma anche le abitazioni private) differenziando gli amanti della musica per gusti e idee: la musica è giunta nelle mani del popolo. 
Nel preludio del “Tristano e Isotta di Wagner” si concentra la crisi di fine secolo: la nuova sonorità fluisce nella caduta del sistema tonale, nella perdita dei valori romantici e nella ricerca di soluzioni compositive alternative. 

Durante il Novecento, la Seconda scuola di Vienna, fondata da Schönberg, si dedica al sistema dodecafonico, basato su 12 note, e sull’atonalità, che abbandona il metodo compositivo usuale della tonalità.  
Tant’è, allargando le possibilità del sistema si diede vita a nuove forme parallele di musica moderna: il futurismo, che ha utilizzato il rumore come forma espressiva; il serialismo, composizioni regolate da una serie di figure in successione; il neoclassicismo, un ritorno razionalista nel periodo fra le due guerre; la microtonalità, basata sulla suddivisione tonale e di accordatura differenti; il materismo, fondato sulla plasticità del materiale musicale a disposizione; la ripresa dei temi della musica popolare, che diventa colta; lo spettralismo, legato allo studio fisico del fenomeno sonoro; il minimalismo, la riduzione all’essenziale dello scritto; il postmodernismo, che riunisce diversi stili, ed altri sottogeneri. Attualmente la musica colta ripiega sull’utilizzo di computer e sintetizzatori, anche se il risvolto della computer music non esclude i metodi o i generi tradizionali. 

Parallelamente alla musica colta, in America del Nord, gli schiavi afroamericani, partendo da canti di lavoro e tradizioni ritmiche africane, danno vita ad un nuovo genere, il blues, che assumerà la forma del jazz nel corso degli anni. Queste forme, oltre al loro sviluppo, influenzano anche la composizione colta, come quella di Gershwin, che mescola i due stili creando un suono unico. La musica afroamericana, costruita sulla tradizione corale e vocale  antifonale (canto e risposta), sull’utilizzo delle cosiddette “blue note” (alcuni gradi della scala diminuiti), sui temi dello sfruttamento, della spiritualità e della sofferenza, è esempio della condizione sociale di un intero popolo. Gli sviluppi dei generi del jazz sono svariati, ma gli aspetti che li caratterizzano sono ricorrenti: poliritmia, accenti differenti, improvvisazione, progressioni armoniche e formazioni differenti. 
Con l’invenzione della radio, la diffusione della musica diventa massiva; raggiunge un numero più ampio di persone, crea momenti di condivisione collettiva e abbatte, finalmente, lo spazio.
Nel cinema, elemento di rilievo nell’industria dell’intrattenimento, la colonna sonora ha un ruolo chiave, dai primi film muti alle odierne pellicole: il compositore è l’artista che deve suscitare un determinato sentimento in relazione a un dato ambiente, delineando stili personali e influenze di ogni genere. 

La musica leggera, popolare, il “pop”, si sviluppa grazie a queste condizioni sociali favorevoli, come accompagnamento del ballo, potendo rappresentare i gusti di un pubblico meno abituato alla musica colta: questo macrogenere, nato con il rock’n’roll, ha rappresentato l’identità della massa a partire dagli anni ‘50. Nasce il personaggio, la star, che, grazie alla progressiva crescita economica, diventano un fenomeno mediatico su cui investire: la musica popolare assume valore commerciale, creando quella che oggi è l’industria musicale. La televisione è la successiva arma di diffusione: rock, pop, progressive, metal, fusion, punk e quant’altro entrano nelle case di tutti. Il video musicale, promulgato da canali come MTV, ha un ruolo fondamentale nel brano, poiché l’influenza dell’immagine ha ora un peso determinante sulla scelta dell’individuo, spesso maggiore della musica stessa, e riduce la canzone a un insieme di messaggi visivi e acustici.
Oggi, grazie ad internet, abbiamo un accesso pratico e istantaneo a qualsiasi materiale musicale di qualsiasi epoca, non abbiamo più limiti: l’evoluzione musicale odierna ha confinato la musica colta in un luogo marginale, rispetto al mercato dell’elettronica, del pop e della musica commerciale, che domina la nostra vita, involontariamente. 
Una canzone, di qualunque livello o genere essa sia, nata da un procedimento creativo e non puramente commerciale, ha un valore positivo. In quanto forma espressiva non è da ripudiare, e nonostante le proprie inclinazioni si può imparare ad apprezzare realtà diverse da quelle abituali, arricchendosi. L’unico fenomeno da contrastare è la passività dell’ascolto di soluzioni musicali che di musica non possiedono niente: lo scopo del semplice guadagno e della diffusione è l’elemento caratteristico di alcune situazioni, che possiamo ascoltare con tranquillità e senza rimorsi, se rispecchia i nostri gusti, ma con la consapevolezza che la musica, per definizione, ha valore artistico se nata da un processo puro, emotivo e fine solo a sé stesso. 

Possiamo oggi attribuire, ovviamente, un ruolo di intrattenimento alla musica, in quanto accessibile su internet, spesso disponibile a prezzi modici in teatri, aree concerti ed altri eventi, la musica è continuamente a contatto con noi. Non manca neppure nella maggior parte dei luoghi come sottofondo: nella cultura di massa la musica è un elemento costante e piacevole. La sua “funzione educativa” risiede nella concezione stessa di musica: se questa possiede elementi tecnici o melodici degni di studio, messaggi nei testi o scopi formativi per l’individuo nel corso del tempo. La musica può unire, soprattutto in periodi di diffidenza e pregiudizio, può insegnare a comprendere le differenze e ad accettarle, può essere terapeutica per vari problemi psicologici o fisici, è un mezzo comprensibile a qualunque persona, permette la riflessione razionale ed emotiva.
Il linguaggio musicale ci permette di percepire il suono, l’esperienza soggettiva che ne ricaviamo, l’esperienza soggettiva del compositore, l’elemento sensibile oggettivo, il contesto sociale e temporale, il movimento dell’animo.
L’ascolto è pertanto un’esperienza educativa che deve essere vissuta con ragionevolezza; l’aspetto irrazionale travolge inevitabilmente: la forma d’arte permette un approccio aperto dell’individuo verso la realtà, la società e l’irreale.
La musica permette di comunicare un giudizio consapevole del contesto sociale nella quale è inserita, rappresentando le condizioni e il cammino che hanno portato ad essa, in uno sviluppo emotivo e logico al tempo stesso: nell’arte, i concetti esprimono con segni prestabiliti la naturalezza dell’espressione.

Comments

avatar Giuseppe B.
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molto bello. la maggior parte delle cose sono sapute e risapute, forse ci stavano degli approfondimenti sostanziosi ma ne sarebbe venuto fuori mezzo libro. le parti migliori dove l'autrice (scrittrice, insegnante o musicista lei stessa?) riflette sullo status della musica nei vari tempi della storia e nei contesti sociali. che oggi infatti è ridotta a una spoglia per le continue e insopportabili ingerenze del mercato.
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avatar Sofia Viglietti
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La ringrazio. L'articolo risulta molto nozionistico, ma sono sicura che trattando gli argomenti singolarmente saprò mostrare un punto di vista personale, inserendo approfondimenti e riflessioni! Studio sassofono classico in conservatorio e frequento il Liceo: per ora musicista all'esordio.
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avatar davide
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Articolo molto libresco, con tante nozioni e pochi ragionamenti propri, ma encomiabile per l'amore con cui si sente che viene esposta la musica. Peccato solo per l'accenno breve al preumanesimo, si tratta di uno dei tratti più fertili -in fatto di scoperte e innovazioni- della storia della musica. Grazie comunque. kultural tira sempre fuori dal cilindro delle piccole-grandi perle.
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avatar Sofia Viglietti
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La ringrazio: nei prossimi articoli verrà trattato un singolo argomento, così da avere la possibilità di esporlo nella sua interezza, inserendo riflessioni e approfondimenti per rendere l'articolo unico nel suo genere!
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avatar Diego
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molto bella la parte sui greci, un po' trattata velocemente quella sulla musica moderna ma capisco ...... un tempo i generi erano meno e lo spessore degli artisti era più grande, oggi è il contrario. peccato, ma per fortuna ci sono i supporti, i dischi, la memoria, e anche chi scrive queste cose. grazie.
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avatar Sofia Viglietti
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Assolutamente, sono stata un po' sbrigativa, ma spero che in un futuro articolo sulla musica contemporanea possa trovare i contenuti completi!
Sono convinta che anche oggi, fra le numeorse diramazioni dei generi e fra le tante star, ci sia chi possa essere definito artista: la musica, per fortuna, non morirà fino a quando esisteranno persone con voglia e passione, di questi tempi è solo un po' più difficile trovarne!
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avatar Mario L. F.
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Verissimo: la televisione e l'introduzione dei video musicali, ha ridotto il 'peso specifico' della musica, in favore di quello del filmato, o della faccia degli artisti. Che ha sempre avuto importanza, sì, però relativa al solo volto degli esecutori, non a uno spenderne la figura come accade oggi, in maniera invasiva e soverchiante sulla musica stessa. MTV ha giocato un ruolo positivo per la diffusione ma ha anche tolto il potere evocativo che la musica creava solo nei concerti, con i volti e le movenze degli artisti sul palco, associate tra l'altro a impianti scenici molto meno mostruosi di ciò che si vede adesso (pink floyd a parte). Il giorno dopo Thriller, di Jacko, l'immagine è divenuta più importante del beat, e se pure la canzone, nella sua nuova struttura, ha conservato una certo numero di messaggi un tempo presenti in maggiore quantità, le soluzioni della tecnologia stanno dando il colpo di grazia anche ad essi. Non a caso la semplificazione dei contenuti, oltre che delle melodie, è sempre più ampia. E impoverisce. Per fortuna ci sono ancora spiragli, come ricorda l'autrice a cui va un meritato applauso.
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avatar Sofia Viglietti
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La ringrazio! Il videoclip è oggi parte inscindibile della canzone, "distrae" l'ascoltatore e lo spinge a focalizzarsi sulle immagini, coerenti o meno col brano, lasciando spesso sullo sfondo il contenuto musicale: non bisogna dimenticare che, però, è anche questo una forma di linguaggio comunicativo, si spera il meno commerciale possibile! Totalmente d'accordo sulla semplificazione di testi e brani nella musica popolare, purtroppo i messaggi risultano semplici e privi di reale spessore, in molti casi, e ci si ritrova vuoti al termine dell'ascolto, rendendo così inutile l'esperienza.
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avatar Gioia V.
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Invece, purtroppo, il video musicale spinge, per sua costituzione, al mercato. Deve proiettare un'immagine che serve non solo a proporre il volto dei protagonisti [e qui non ci sarebbe nulla di male], ma a vendere un prodotto in base alla presenza scenica, alla fisicità, alle movenze, alle strutture che occupano i soggetti e le locations in cui il video è registrato; quindi, e basta vedere una dozzina di video degli "artisti" attuali, reclamizzare un lifestyle che ha per scopo ultimo il "fare status". Il pubblico percepisce, assorbe, ingoia, infine tenta o di replicare, o di osannare. Perché replicare e osannare sono i verbi che il mercato usa per sopravvivere a se stesso. La musica senza mercato, oggi, è impensabile al di fuori del circuito amatoriale. Chi la pratica, la pratica per pura passione, e raramente esce dai piccoli pub, dai conservatori, dalle sale private, da eventi di risibile portata. Spiace, a me spiace ancor più perché amo la musica e ci sono cresciuta in mezzo, però è bene anche prendere atto della realtà, quindi regolarsi di conseguenza. Ci sono ancora i luoghi dove esercitare quel tipo di musica: questa rubrica la trovo già una piattaforma di scambio interessante. Perché non fare un elenco di questi luoghi, o proporre ai "più" alcuni di essi, magari per organizzarci concerti che vadano ben al di là della macchina per fare soldi dell'industria attuale?
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avatar Sofia Viglietti
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Il videoclip, proprio perché "replica e osanna" viene usato anche come esempio positivo, spunto di riflessione o provocazione, il problema è che spesso il pubblico a cui rivolto non riesce a coglierli: alla base manca un approccio critico alla musica, che permetta all'ascoltatore di domandarsi se quello che sta sentendo è veramente ciò che cerca. Con la consapevolezza dell'ascolto il mercato sarebbe più vasto e ampio, lascerebbe spazio ad artisti "minori", non troveremmo una massa concentrata su un numero ristretto di proposte. Il mercato deve poter diventare un'opportunità, non una condanna, anche per il fatto che è molto più difficile cavarsela in una realtà libera dalle etichette. Questa rubrica nasce per permettere lo scambio, libero da qualsiasi altra influenza che non sia la passione per la musica, la sua proposta è interessante, la prenderò sicuramente in considerazione!
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avatar Francesca B.
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Grazie Sofia per aver ricordato l'importanza della musica o di qualsiasi forma d'arte nella vita di tutti noi. Sempre in grado di "salvarci", o anche solo di emozionarci per pochi attimi, dagli albori della storia fino ai giorni nostri.
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avatar Sofia Viglietti
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Uno dei messaggi che voglio comunicare è proprio questo, nel prossimo articolo se ne parlerà: quando la musica colpisce non crea dolore, come ci ricorda il grande Bob Dylan!
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avatar Roberto
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La musica come "esperienza sociale formativa"? Sarebbe un sogno, e lo è di fatto, ve lo dice uno che insegna musica da tre decenni. Ce la metto tutta per far interiorizzare il concetto ai ragazzi, poi non appena arrivano a contatto con l'industria, con il mercato, l'esperienza sociale degrada e viene sostituita da dinamiche che reputo bestiali. Stornelli senz'anima, robaccia di infimo ordine, dalla quale la musica è distante mille miglia. E' confortante sapere che esistono ancora ragazzi e ragazze con una mentalità pura. Grazie.
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avatar Sofia Viglietti
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Posso capire il suo punto di vista, io lo vivo dall'interno: è difficile far comprendere ai ragazzi di oggi l'importanza della musica per l'uomo, c'è mancanza di sensibilità a mio parere. Fra i miei coetanei noto spesso il distacco con il quale si approcciano a qualsiasi genere di musica, senza alcun senso critico, poiché sfortunatamente i valori odierni sono così effimeri e transitori che questi si riflettono sulla cultura con influenza negativa. Non demorda, non siamo tutti così!
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avatar Roberto
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Anch'io lo vivo dall'interno, ma il danno viene non tanto dal commercio, che è costruito attorno al meccanismo della vendita, quanto dalla cultura spicciola dei singoli. Sono le famiglie che dovrebbero educare, invece diseducano. Poi la digitalizzazion e della musica e la sua "liquidità" le stanno dando il colpo di grazia. L'avanzamento tecnologico ha lati positivi, pochi, e lati negativi, tanti. Non lo rinnego, perché è necessario come la tradizione, soltanto dico che tra la poeticizzazione dei contenuti e l'appiattimento della sostanza come forma comunicativa è squilibrato in favore del secondo, e nessuno si premura di fare niente.
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