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Da Capra ad Hitchcock, Epica di una Leggenda

Scritto da Francesca Destefanis.

Il cinema non è solo una forma di arte, ma è una letteratura fatta di suoni, prospettive e trasparenze.

«Una sera uscivamo da un ristorante e gli si avvicinarono un uomo e sua moglie. “Senta, per lei non significherà niente”, gli disse l’uomo, “ma volevo solo dirle che ho visto i suoi film molte volte e che lei mi è sempre piaciuto moltissimo”. E Stewart, trattenendo nella sua la mano dell’uomo, gli disse con affetto e convinzione: “Anzi, per me significa tutto”».
Questo è l’episodio che il regista Peter Bogdanovich ha scelto per raccontarci chi era James Stewart. Una star del cinema, certo, un attore famoso e ammirato dal pubblico, ma anche un uomo semplice ed umile, incapace di ritenersi al di sopra degli altri. Queste sue qualità e il suo carattere mite, spontaneo, traspaiono nella sua recitazione e nella quasi totalità dei ruoli che ha interpretato. Qualunque suo personaggio infatti lo rispecchia in qualche modo, senza mai privarlo della sua identità. Il celeberrimo Frank Capra, che lavorò spesso con James, disse che «fondamentalmente, Jimmy è un idealista» e parlando del suo ruolo nel film da lui diretto
Mister Smith va a Washington aggiunse: «Il personaggio di Mister Smith ha dato l’impronta alla sua immagine, al vero Jimmy Stewart» un ragazzo di campagna, puro e idealista come lui. 
James Maitland Stewart nacque ad Indiana, in Pennsylvania, il 20 maggio del 1908. Studiò architettura a Princeton, e prima del suo debutto ad Hollywood, nel ’35, si interessò al teatro, altro ambiente nel quale ottenne grandi soddisfazioni. Importantissimo fu per lui il ruolo del già citato Mr. Smith, che gli valse una candidatura all’Oscar. Era un attore molto versatile e lo dimostrò interpretando ogni tipo di personaggio, in generi differenti: commedia, thriller e western.

Non tutti sanno che durante la II Guerra mondiale si arruolò come volontario in aviazione. Prese parte a 20 missioni, più una durante la guerra del Vietnam. Raggiunse il grado di Generale di Brigata e venne insignito di varie onorificenze, tra le quali la Presidential Medal of Freedom e la Armed Forces Reserve Medal. La storia della sua famiglia aveva alle spalle una lunga tradizione militare, e sembra che James sia stato un ottimo pilota. Insieme ad altri grandi nomi del cinema utilizzò parte del suo denaro per finanziare la creazione di una scuola di volo in Arizona, con l’intento di procurare buoni piloti da guerra al suo paese. All’inizio, poiché l’America non era disposta a mandare le celebrità come lui al fronte, fu dispensato dal combattere e divenne pilota istruttore di B-17. Fu lui a fare richiesta diretta al comandante e venne così assegnato a un’unità oltreoceano, unità nella quale ottenne per due volte la Croce di Guerra al valore aeronautico per le azioni in battaglia. Dopo la guerra tornò a Hollywood e divenne un attore indipendente; questo gli permise di scegliere in libertà i ruoli che avrebbe voluto interpretare.
La vita è meravigliosa fu il primo film in cui lavorò al suo ritorno, nuovamente al fianco di Frank Capra.
Da quel momento collezionò un successo dopo l’altro, guadagnando anche un Oscar come miglior attore protagonista in
Scandalo a Filadelfia e due Golden Globe. Negli anni ’80 decise di ritirarsi per poter trascorrere il tempo con la famiglia. Morì nel 1997 nella sua casa di Beverly Hills, dopo aver regalato al cinema indimenticabili interpretazioni. 

Il suo modo di recitare, così naturale e spontaneo, diede una nuova impronta al cinema. James sapeva che quando le persone parlano in gruppo capita che ci siano delle pause, che si può avere difficoltà a trovare un termine, o che le voci tendano a sovrapporsi in una discussione concitata; lui recitava in questo modo, il più realisticamente possibile, e fu il primo ad adottare questo accorgimento, come ci racconta Cary Grant: «Jimmy aveva l’abilità di parlare con naturalezza. Sapeva che nella vita vera, reale, le persone quando conversano spesso si interrompono a vicenda, e che non è sempre facilissimo formulare un pensiero. Ai tecnici del suono è occorso un po’ di tempo per abituarsi, ma ha avuto un impatto enorme». Impossibile non citare più in dettaglio la sua interpretazione di Jefferson Smith, giovane e ingenuo, di sani principi, nella pellicola Mister Smith va a Washington. Il giovane Smith viene scelto da un gruppo di politicanti senza scrupoli per sostituire un senatore scomparso poco prima. Convinti di potere raggirare il ragazzo e di manovrarlo a loro piacimento, vogliono far approvare la costruzione di una diga che provocherebbe danni all’ambiente, ma nel contempo grandi guadagni privati. E in effetti, con una certa ingenuità, Jefferson propone di creare un campo nazionale per Boy Scout che potrebbe minare il progetto della diga. Il giovane difende deciso la sua posizione, e dopo essere stato attaccato e accusato di disonestà dai suoi avversari, tiene un discorso di 23 ore – da noi lo avrebbero chiamato, negli anni a venire, filibustering – per non cedere la parola ai nemici fino a cadere svenuto, vinto dalla stanchezza. E il gesto estremo ottiene il risultato sperato, e gli procura la vittoria. Indimenticabili le sue parole: «Lei mi crede finito, tutti mi credete finito, beh, vi sbagliate. Io continuerò a lottare per questa causa persa, perché se altre menzogne come queste invaderanno l’aula, anche se quelli come Taylor cercheranno in tutti i modi di chiudermi la bocca, io andrò avanti nella mia battaglia». Nella parte è palese la sua convinzione e magistrale la recitazione, carica di pathos e passione. Lì era Jefferson Smith, perché Smith era lui.

La stessa genuinità e purezza traspaiono ne
L’eterna illusione, in cui il suo personaggio, figlio di un banchiere che voleva mettere le mani su varie proprietà per costruire una fabbrica di armi, rinuncia alla carriera per amore, capendo che nella vita i soldi non sono tutto e che esistono valori più importanti. Come non citare poi la sua parte in Scrivimi fermo posta, da cui in seguito è stato tratto il celebre sequel C’è posta per te; due impiegati dello stesso negozio intrattengono una relazione epistolare che li porta ad innamorarsi (ovviamente, non si sono mai visti dal vivo), mentre sul lavoro non si sopportano. In seguito lui scoprirà la verità, risolvendo alcune situazioni spiacevoli, e dopo essersi rivelato alla donna lei si innamorerà a sua volta. Il personaggio che gli valse l’Oscar, Maculay Connor, è un giornalista incaricato dall’ex marito, ancora innamorato d’una ricca ereditiera, di scrivere un pezzo scandalistico su di lei, in procinto di risposarsi. Maculay si invaghisce a sua volta della bella Tracy, e ciò farà sì che la donna capisca chi la ama davvero. Il personaggio è godibile, sciolto, naturale; Stewart lo padroneggia con un tono canzonatorio e irriverente che risulta indimenticabile, pure nel passaggio in cui è ubriaco. Cary Grant, che interpretava Dexter, l’ex marito di Tracy, disse: «Abbiamo fatto una scena insieme, in cui lui era ubriaco... beh, sono rimasto affascinato mentre lo guardavo, e nel film si vede benissimo. Era talmente bravo!». Vi sono altri attori ugualmente talentuosi e meritevoli, ma qualcosa in James Stewart lo ha reso unico, e dato smalto perpetuo ai suoi personaggi, così come loro hanno reso immortale lui. La parentesi ampia del suo cinema, e gli anni magici del cinema stesso, hanno dato forza a sogni e speranze, e quando la vita era più semplice si poteva ancora credere che gente come il dolce George Bailey de La vita è meravigliosa esistesse sul serio. È in quel ruolo, a mio parere, che James Stewart tocca il suo apice. Non si riesce a staccare gli occhi un solo secondo da un film che sarà la più classica delle pellicole natalizie, che però è in grado di commuovere chiunque. Il “nostro”, qui, è George, un uomo semplice e altruista. Dopo una vita dedicata a cercare di far del bene, poco prima di Natale gli accade un fattaccio e il poveretto, nel pieno dello sconforto, decide di tentare il suicidio. In suo soccorso accorre Clarence, angelo custode goffo e tenero, che per fargli capire quanto sia preziosa la sua vita gli mostra come sarebbe orribile quella dei suoi cari senza di lui. E il finale è tutto da godere. Operazione seriale, può darsi, ma con una recitazione da urlo. Messi da parte gli angoli di paradiso, è giusto parlare di un altro dei ruoli memorabili: John Ferguson, avvocato, che accetta di sorvegliare la consorte di un ricco uomo d’affari, e dopo averla salvata da un tentato suicidio se ne innamora, salvo poi assistere impotente alla sua morte. O per lo meno così sembra. In realtà, trama e colpi di scena del film, uniti al talento di Stewart, sono tutta una piacevole sorpresa. Ancora Peter Bogdanovich dice: «anche solo la straziante sequenza finale basterebbe a renderlo immortale... non esiste in tutta la storia del cinema un’interpretazione dell’angoscia per la perdita dell’amore più memorabile di quella che diede Jimmy in La donna che visse due volte».

Le sue doti colpirono anche Hitchcock, che lo volle nei suoi film in più di un’occasione, in particolare ne
La finestra sul cortile, e L’uomo che sapeva troppo. Nel primo impersona Jeff, un fotoreporter annoiato che trascorre le sue giornate bloccato in casa a causa di una gamba ingessata. Col passare dei giorni e il crescere della noia, non trova di meglio da fare che iniziare a osservare i vicini dalla finestra, e quel suo vizio lo porta a scoprire qualcosa di molto sinistro. Considerato uno dei capolavori del cinema, è una pellicola da non perdere, e la partecipazione di Grace Kelly la rende ancora più indimenticabile. Il secondo lo vede vestire i panni di Ben McKenna, un medico in vacanza in Marocco con la moglie e il figlio. Un giorno i due assistono all’omicidio di un uomo conosciuto in precedenza. L’uomo, prima di morire, sussurra alcune parole a Ben, e quel messaggio causerà una serie notevole di guai alla coppia, che si ritrova invischiata in qualcosa di enorme, e torbido, e dovrà lottare per riavere il figlio rapito. James Stewart, nei due ruoli, non perde credibilità un solo istante. Anche Alfred Hitchcock diceva che era l’eroe ideale per le sue pellicole, perché «è l’uomo qualunque, messo in situazioni bizzarre».
Doveroso citare anche le sue parti ne
L’aquila solitaria, Là dove scende il fiume, Il più grande spettacolo del mondo, e L’uomo che uccise Liberty Valance, che contribuirono a farlo apprezzare perfino alla Casa Bianca. Il presidente Truman confidò che gli sarebbe piaciuto avere un figlio maschio come James Stewart. Pochi sanno che l’attore aveva come hobby il giardinaggio e la poesia. È da ricordare un episodio, durante una puntata del Tonight Show di Johnny Carson, nel 1989, quando recitò una poesia scritta di suo pugno e dedicata al cane Beau, arrivando a commuovere il conduttore. La voce di Stewart è spezzata e toccante mentre recita gli ultimi versi: 

And there were nights when I’d feel him 
Climb up on our bed 
And lie between us, 
And I’d pat his head. 
And there were nights when I’d feel this stare 
And I’d wake up and he’d be sitting there 
And I reach out my hand and stroke his hair. 
And sometimes I’d feel him sigh 
and I think I know the reason why.
He would wake up at night 
And he would have this fear 
Of the dark, of life, of lots of things, 
And he’d be glad to have me near. 
And now he’s dead. 
And there are nights when I think I feel him 
climb up on our bed and lie between us, 
And I pat his head.
And there are nights when I think 
I feel that stare 
And I reach out my hand to stroke his hair, 
But he’s not there.
Oh, how I wish that wasn’t so, 
I’ll always love a dog named Beau. 

«Ecco è quella la cosa, la cosa grande del cinema... Che quando hai imparato il mestiere, e se sei bravo e Dio ti aiuta e hai la fortuna di avere una personalità che buca lo schermo, ecco: allora quello che fai è... è dare alla gente dei piccoli... dei piccoli, minuscoli frammenti di tempo... che non scorderanno mai più» (James Stewart).



Sources: http://it.wikiquote.org/wiki/James_Stewart
https://petspeopleandlife.wordpress.com/2014/01/24/dog-named-beau-by-james-stewart-1989
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