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L'Inferno Dantesco e la Trasmissione della Conoscenza

Scritto da Francesca Destefanis.

Se volessimo trovare un’opera letteraria che si adatti a rappresentare il nostro secolo, una delle più adatte potrebbe essere l’Inferno dantesco.

Probabilmente ciò nasce dal fatto che l’Inferno è il regno dell’imperfezione e l’uomo in quanto tale sa di essere imperfetto, nonostante i suoi tentativi di nasconderlo. Questa presa di coscienza, però, è insita in noi, e non può essere zittita. Molte persone si trovano ad avere perso la dritta strada anche oggi, o forse non l’hanno mai imboccata. L’unica differenza con Dante è che molti di loro non ci provano nemmeno a riprenderla. I peccati che affliggono il mondo odierno sono gli stessi che affliggevano l’uomo nel 1300, ma adesso ci si preoccupa meno delle conseguenze. Per esempio la perdita di certi valori come rispetto e conoscenza, che stanno portando il mondo a cambiare in modo negativo.
Questo non significa che viviamo in un inferno: la vita, certo, ha i suoi alti e bassi, ma ognuno, in qualunque istante, può calarsi nei panni di Dante e capire quello che stava provando in quel momento. Partiamo da questa considerazione: quale persona, nel corso nella sua vita non si è mai sentita persa? Sola, o magari incompresa, o forse semplicemente non capiva quale fosse la sua strada. Dante è questo che cerca di dirci con i suoi primi versi. «Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita».
Cosa significa? Semplicemente questo: il nostro autore, arrivato all’incirca all’età di 35 anni, si è sentito perso. Sentiva di aver smarrito la strada e necessitava di una guida: qualcuno, o qualcosa, che lo aiutasse a ritrovare sé stesso. Ritengo che ognuno di noi si sia sentito così almeno una volta. Cosa fare quindi? Nei suoi versi vi sono molti consigli e soluzioni. Egli infatti, con la sua opera cerca di guidarci in un percorso di salvezza. Una salvezza che però, deve partire prima di tutto da noi, dalla nostra volontà di voler cambiare le cose, la nostra situazione. Senza però escludere che a volte si possa ottenere anche un aiuto esterno, come quello di Virgilio nella Commedia. Questo ci consiglia Dante, di intraprendere una strada, la nostra strada e di capire quale sia il meglio per noi e cosa dobbiamo cambiare per migliorarci. L’autore poi ci suggerisce anche il modo per farlo: un viaggio. Il Vate trova in Virgilio una guida, una sorta di surrogato paterno che a rimproveri e dolci parole lo scuote dal torpore in cui egli era caduto.

La scelta ricade su Virgilio perché era stato l’autore da lui più studiato e al quale si era ispirato per la composizione della Commedia. Anche l’Eneide di Virgilio infatti è il racconto di un grande viaggio che portò a straordinari risultati, tra cui la fondazione di Roma. Tuttavia il poeta latino, il "Duca", può essere anche interpretato come una sorta di allegoria della “ragion umana”, quella stessa ragione che può riportarci sulla diritta via e salvarci dal peccato. Virgilio decide di guidarlo in un viaggio attraverso l’aldilà e di mostrargli quindi cosa potrebbe accadergli se non deciderà di cambiare il suo modo di vivere. Della serie: «Ragazzo, guarda che qui rischi forte, o ti comporti bene o finirai all’Inferno». L’opera infatti ha in sé diversi livelli o chiavi interpretative; la possiamo leggere nel modo più semplice, per quella che è, ossia il resoconto di un viaggio, ma sono insiti in essa anche molti insegnamenti morali legati alla religione e alla politica. Molto spesso i versi vengono utilizzati per spiegare come dovrebbe comportarsi un certo personaggio politico, in cosa ha sbagliato un certo sovrano e come si può rimediare al danno fatto. Quei versi insegnano, o hanno la pretesa di farlo, i valori importanti per l’uomo e per Dio. Il testo intero vuole essere una sorta di manuale educativo per l’uomo dell’epoca e una protesta contro ciò che di marcio c’era a quel tempo. Virgilio è una sorta di
fantasma del Natale futuro che mette in guardia Dante e farlo tornare sulla retta via. Il Duca – epiteto di Dante per Virgilio – mostra al suo protetto i numerosi gironi infernali in una sorta di macabro tour. E lo fa spinto da una volontà superiore, su mandato di qualcuno molto più in alto.

Entra qui in scena per la prima volta il personaggio di Beatrice, la donna amata dal poeta per tutta la vita. Beatrice, morta ormai da tempo, seguiva dal Paradiso la vita di Dante e preoccupata per il suo futuro intercede nei Cieli per lui chiedendo di potergli mandare un aiuto. Virgilio quindi è una sorta di strumento della provvidenza divina, mandato da dio a salvarlo dall’abisso giusto in tempo. Mostrandogli dove potrebbe finire la sua anima per l’eternità se egli continuasse a indulgere nel peccato, il poeta latino spaventa e mette in guardia Dante. La loro avventura però non è solo questo. È un viaggio in un mondo ultraterreno e del tutto immaginato, ma qual è lo scopo del viaggio, di ogni viaggio? Scoprire cose nuove, nuove persone, una nuova parte di sé, e nuovi modi di concepire il mondo. Aprire la mente. E nella società odierna, vuoi o non vuoi, i problemi delle persone sono più o meno sempre gli stessi di allora. Bisogna studiare, trovarsi un lavoro, farsi una famiglia e mantenerla. Nulla di nuovo, lo ha fatto anche lui. Con l’unica differenza che il poveretto dovette sposare una donna che non amava e non fu poi libero neanche di tornare, alla fine dei suoi giorni, nella sua città natale. E per cosa? Per stupidi motivi politici. Tornando al tema del viaggio, ritengo che al giorno d’oggi viaggiare sia importantissimo. Ora però si viaggia in modo diverso. Ci si affida tanto, troppo ai mezzi tecnologici, si trascorre troppo tempo sui social media.

Da un certo punto di vista i nuovi strumenti sembrerebbero avvicinare il mondo e gli uomini molto più facilmente.
I social media, certo, annullano le distanze. Allo stesso tempo però ci danneggiano, rendono anonimo l’uomo, simile se non uguale a tanti altri. Ecco che allora quello che non si adegua alla massa, quello che “non è come gli altri” appare diverso e quindi fa paura. Ci vuole esercizio mentale, apertura mentale, dobbiamo scuoterci di dosso anche noi il nostro torpore. Cercare cose nuove e volerle conoscere, in ogni loro aspetto.
Troppe cose negative nascono dall’ignoranza del diverso.
Sappiamo bene che ciò che ci fa più paura è ciò che non conosciamo. Ecco quindi che il nostro viaggio, così come quello dantesco diventa un viaggio di conoscenza. La conoscenza che è alla base di tutto. Lo è per lo sviluppo e per l’evoluzione dell’uomo. Si pensi ai passi enormi che sono stati compiuti nel passato, quante menti brillanti hanno costellato la storia dell’umanità. La conoscenza è ciò che può permettere all’uomo in futuro, di vivere in pace e nel benessere. Non dobbiamo ridurre però il concetto di conoscenza ai soli risultati scientifici o tecnologici. La conoscenza autentica è anche il fatto di imparare a vivere e rispettare ciò che già abbiamo e ci è stato fornito dalla natura. A tal proposito citerei i popoli nativi americani che hanno conoscenze che il resto del mondo difficilmente ha voluto imparare. Essi conoscevano ogni erba e pianta che viveva nelle loro terre e sapevano che ognuna aveva dei benefici e poteva curare numerose afflizioni.

Quelle conoscenze sono andate purtroppo perdute, proprio per la paura del diverso, a causa del rifiuto dei coloni di voler conoscere una cultura così profondamente diversa dalla loro. Dobbiamo seguire Dante alla scoperta di questi nuovi mondi e allo stesso tempo alla riscoperta di sé stesso. Certamente, perché il suo viaggio è anche un percorso per riscoprire ciò che in lui si era perso, la sua singolare «retta via». Egli stesso è il primo a parlare davanti ai penitenti del peccato di superbia, riconoscendo i suoi sbagli. Quanti di noi oggi, invece, sono in grado di riconoscere i propri errori, o di non cadere nella prepotenza e nella superbia? Io stessa vedo e ascolto molto ragazzi giovanissimi, che a volte si comportano e parlano coi loro stessi genitori con arroganza e superbia. Come se tutto gli fosse dovuto. Ovviamente un adulto è il risultato di ciò che gli è stato insegnato da bambino e certamente i genitori dovrebbero prestare più attenzione ai valori che trasmettono ai loro figli. Concedere tutto ciò che viene loro chiesto e giustificarli per ogni minima cosa non aiuta a formare il carattere. Acconsentire al fatto che il proprio figlio abbia ogni nuovo modello di smartphone uscito, non si capisce quale apporto positivo possa dare allo sviluppo di un giovane. L’autocritica e l’esame di noi stessi dovrebbero, pertanto, essere fatti da ognuno di noi, nessuno escluso. Il rispetto e un minimo di autocritica sono cose che mancano abbondantemente ai giorni nostri. Ecco su cosa Dante vuol farci riflettere; sul fatto che ogni nostra azione avrà delle conseguenze più o meno gravi. Alcuni lo chiamano Karma. Tuttavia ci dice anche che non è mai troppo tardi per provare a cambiare. Bisogna soltanto trovare la volontà di farlo, e iniziare con un viaggio può essere una soluzione.

Dante però ci mette in guardia anche su altro. Spiega sì che la conoscenza è una buona cosa, ma avverte che tutto va fatto con discernimento; la personificazione di questo concetto la si può riscontrare nel personaggio di Ulisse. Il poeta colloca questo eroe omerico nel girone infernale riservato ai consiglieri fraudolenti. Suggerisce quindi che egli sia punito per l’inganno del Cavallo di Troia. Ulisse invece cosa racconta? Che il suo vero peccato fu un peccato di superbia intellettuale, quella sua insaziabile fame di conoscenza che nei poemi omerici ne faceva un eroe astuto e rispettato. Per il nostro autore invece, questo è un peccato di genere simile a quello per cui lui stesso si sente in colpa. Le parole «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» sono giuste e indubbiamente nobili, ma devono essere prese con la giusta cautela. Il suo infinito desiderio di voler conoscere anche ciò che all’uomo non era concesso, portò lui e i suoi uomini alla rovina. Concetto, questo, più che mai attuale, basti pensare ad esempio ai nuovi traguardi raggiunti in ambito scientifico con i vantaggi ma anche con i rischi – etici e non solo – che essi comportano.
Citando ad esempio il tema della clonazione potremmo chiederci se sia eticamente giusto che gli uomini possano creare la vita. Chiaramente i tempi sono cambiati, e il cristianesimo non è l’unica religione al mondo; ragionando però al di fuori del campo religioso dovremmo chiederci se sia davvero giusto che l’uomo, ossia una creatura di Madre Natura, risultato dell’evoluzione, debba o possa sostituirsi ad essa. Sono dubbi questi, che nascono anche dall’osservazione dei traguardi di cui si parlava. Certo, clonare un animale è un risultato davvero straordinario, ma il fatto che queste creature poi vivano poco e siano afflitte da numerosi problemi, forse ci suggerisce che qualcosa di sbagliato alla base ci sia, e non è una cosa da nulla.