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Finché Dura la Colpa

Scritto da N. Abdelmohsen.

Sergio De Simone aveva solo sette anni quando fu ucciso.

Nessun genitore riesce ad immaginare, finché malauguratamente non accade, quello che si prova quando muore un figlio. Il dolore è inimmaginabile, soprattutto per chi come me non ne ha. Non si può immaginare quello che si scatena nel cuore di un genitore nel momento in cui il suo piccolo bambino cessa di vivere; e non si può immaginare che ad un bambino accada ciò che è successo a Sergio. 
Era il 1944 quando in seguito alla denuncia di un vicino di casa la numerosa famiglia di Sergio venne catturata da soldati tedeschi a Fiume, a quel tempo facente parte dei territori annessi al Terzo Reich. Il delatore aveva denunciato la famiglia perché composta da ebrei.  
La persecuzione antisemita del nazismo hitleriano è nota, ma è fondamentale conoscere questa storia, perché per quanto piccola, per quanto un bambino, venti bambini, possano essere poca cosa di fronte all’immenso e imprecisato numero di persone sterminate nei campi di concentramento tedeschi, è un evento molto importante. È importante per venti famiglie, innanzitutto, ma dovrebbe esserlo anche per tutti quei paesi che di lì a poco avrebbero perso venti figli, venti futuri adulti pieni di possibilità, sogni e talenti. 

Fiume era Italia a quel tempo, e l’Italia ha perso Sergio per sempre.  
Dopo la denuncia Sergio e la sua famiglia, incluse la madre e le due cuginette Tatiana e Alessandra Bucci – le due italiane più giovani sopravvissute ad Auschwitz –, vengono trasferiti al campo di concentramento della Risiera di San Sabba e da lì, in pochi giorni, affrontano un lunghissimo e estenuante viaggio alla volta di Auschwitz. 
Questa storia non parla delle sofferenze dei bambini separati dalle loro madri, non parla delle condizioni di vita precarie dei prigionieri del campo di concentramento né di camere a gas. Qui non ci sono camere a gas. Qui c’è solo l’innocenza dei bambini e l’amore per la mamma oltre a una sconfinata meschinità e crudeltà.  
I bambini, Sergio e le due cugine, sopravvivono nel campo per mesi, fino ad un giorno di novembre in cui la situazione cambia. 
Le cugine, Alessandra (Andra) e Tatiana, erano state prese in simpatia da una kapò che lavorava intorno alla baracca dei bambini e fu proprio questa signora, o ragazza, ad avvertirle in merito a ciò che stava per succedere: sarebbe venuto un signore a chiedere chi tra tutti i bambini volesse vedere la mamma. Loro dovevano dire di no, non dovevano cedere alla tentazione anche se avevano tanta voglia di rivedere la loro mamma.  
Andra e Tatiana confidano a Sergio questo segreto, avvertendolo così del pericolo.  

Il signore arrivò e disse “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti”: le bambine rimasero ferme, ma Sergio non riuscì a resistere all’enorme tentazione. Quel giorno Josef Mengele scelse 10 bambini e 10 bambine da inviare al campo di concentramento di Neuengamme, a sud di Amburgo. Oltre ad essere stato promosso come campo autonomo rispetto al più grande e celebre campo di Sachsenhausen, a Neuengamme lavorava Kurt Heissmeyer che, come il più tristemente noto Mengele, conduceva esperimenti su cavie umane. 
Con sommarie e inattendibili conoscenze di immunologia e batteriologia, Heissmeyer tentò nel corso degli anni di trovare una cura alla tubercolosi polmonare attraverso l’iniezione sottopelle del bacillo tubercolare in cavie umane. 

Gli esperimenti andavano avanti dal 1934, quando Heissmeyer utilizzava come cavie soldati russi.  
Dalla data del loro arrivo, il 29 novembre, Sergio e gli altri 19 bambini furono nutriti e tenuti in condizioni decenti, perché la cavia doveva essere in salute al momento dell’infezione, che avvenne il 9 gennaio. Quel giorno Heissmeyer decise che i bambini erano abbastanza in salute per ritenere valido l’esperimento, per cui attraverso un’incisione i bambini furono infettati con i bacilli della tubercolosi; non una ma più volte, in varie dosi. I piccoli morirono per atroci sofferenze, ma non di tubercolosi. Intanto, gli alleati erano alle porte; agli inizi d’aprile venne liberato dai russi il campo di concentramento di Buchenwald, distante quattrocento chilometri da Neuengamme. Pochi giorni dopo il comandante del campo diede l’ordine, arrivato direttamente da Berlino, di iniziare a eliminare tutte le tracce. Prigionieri inclusi. 
I bambini, insieme ai loro custodi che se ne erano occupati amorevolmente (e lo hanno fatto fino alla fine), a dei deportati russi e alcuni medici ed infermiere vennero condotti nella scuola Bullenhuser Damm, allora adibita a sottocampo. Gli fu iniettata una dose di morfina e furono impiccati a dei ganci da macellaio, nello scantinato. 

I genitori di Sergio sono sopravvissuti al campo di concentramento, così come le cugine di Sergio e la loro mamma, ma solo nel 1983 (trentanove anni dopo) la madre è venuta a conoscenza della misera fine che era toccata al suo bambino. 
Non ho mai utilizzato la parola “medico” in questo piccolo racconto, e l’ho fatto di proposito. Sia Josef Mengele che Kurt Heissmeyer erano laureati in medicina e avevano fatto il giuramento di Ippocrate, ma a costo di risultare imparziale non voglio definirli per ciò che non sono. Josef Mengele è morto da uomo libero in Brasile nel 1979, Kurt Heissmeyer invece è morto in un carcere tedesco nel 1967. Questi due individui non erano gli unici, bensì alcuni di quelli che avrebbero dovuto essere dei medici ma che in sostanza furono dei macellai, fedeli al partito nazista e alla persona di Adolf Hitler. 
Il destino di Sergio è una piccola storia in un mare di storie: ci furono altri esperimenti, altre iniezioni, e altre pratiche bestiali effettuate su persone vive e coscienti. L’unica colpa di Sergio, in quel giorno di novembre, è stata quella di essersi fidato di quel signore. È stata quella di voler riabbracciare la sua mamma.