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La Disumanizzazione nei Lager

Scritto da N. Abdelmohsen.

Ovunque si guardi in linea temporale, dalla prima cellula esistente all’elezione del presidente degli Stati Uniti d’America,  si riesce a imparare.

È il compito della storia: insegnare. Dovrebbe essere chiaro a tutti quello che è successo in passato, nello scorso secolo così come prima di Cristo, proprio perché conoscere la storia ti permette di comprendere a pieno ciò che intorno sta avvenendo; ti permette di poter apprezzare al meglio la pittura, la letteratura e tutti i tipi di arte possibili (è indubbio oltre al puro gusto estetico e personale come sia l’ambiente sociale ma anche la cultura del momento o i fatti storici del periodo ad influenzare un’artista). Permette di potere anche intendere – prima che avvengano – certi avvenimenti o le intenzioni di un politico, o le conseguenze di un fatto chiave per la storia del proprio Paese, ma anche del mondo. La storia dovrebbe aprire gli occhi pure sul fatto che non siamo solo dei cittadini residenti ognuno della propria via, ma cittadini della Terra. 
I mezzi di comunicazione ci danno la possibilità di conoscere più o meno quasi tutto ciò che succede nel mondo (salvo luoghi in cui sia in vigore una dittatura che prevede una forte censura sulle notizie o addirittura oscuri social network) e molte volte ciò che le persone si limitano a fare col proprio computer o cellulare è guardare video di gattini, mentre invece in un batter d’occhio potrebbero rendersi conto di essere dentro alla storia come pedine o protagonisti. O entrambe le cose, che è la misura più esatta. 

Tra qualche anno la faccia di Trump sarà sui libri di scuola e noi, adesso, abbiamo la possibilità di conoscere la storia mentre essa si forma e prende vita. Credo sia un dovere imprescindibile conoscere anche la storia attuale, oltre che quella passata.
Non solo la “grande storia” può esserci di aiuto, ma anche la piccola storia, i piccoli eventi, possono essere anzi uno dei mezzi primari per conoscere la grande storia. Attraverso le vicende della propria famiglia si possono incontrare e conoscere moltissimi eventi della storia, dai flussi migratori alla seconda guerra mondiale, se si è così fortunati da avere ancora dei nonni in vita.  
Ed è qui che la grande storia incontra la piccola storia, che le vicende private incontrano la storia del mondo e che un semplice racconto, una storia magari raccontata davanti al fuoco o una tazza di tè, prende la forma della Storia, quella maiuscola, la grande maestra.
Uno degli elementi più ostici per qualsiasi studente che si approcci alla storia è la memorizzazione di date e di guerre. 
La guerra scandisce la storia, questo è un dato indubbio, ed è dunque fondamentale conoscere almeno le cause scatenanti e le conseguenze principali. Fin dagli antichi romani, per non andare ancora indietro con la storia, la guerra era uno strumento di espansione e di gestione, anche, della cittadinanza. Si faceva la guerra per conquistare un territorio, per accaparrarsi i diritti di navigazione, di coltivazione e altri tipi di privilegi, ma esistevano già anche le guerre civili, per rivendicare dei diritti (penso alle leggi Licinie Sestie varate in seguito a dei tumulti che videro contrapporsi patrizi e plebei) o la cittadinanza. 

Nel corso dei secoli la guerra è rimasta la risposta più comune per risolvere problemi di penuria di cibo o carestie (si conquista un territorio e si confiscano i beni materiali, soldi, si requisisce il cibo, gli schiavi e le ricchezze), per delle crisi interne si dava il via raramente a guerre civili, molto più rare rispetto a quelle di conquista, o simili proprio per la passata subordinazione delle diverse popolazioni alle forme di governo che gestivano il potere in un determinato paese, (una su tutte la Rivoluzione Francese) ma molte volte l’iniziativa partiva dall’alto ed era un vero e proprio genocidio.  
Si ricorreva alla violenza per eliminare oppositori, politici e religiosi: cosa sono state le crociate se non delle spedizioni punitive armate volte ad eliminare l’infedele musulmano e ad accaparrarsi le ricchezze di quei territori? Che cosa spinse Adolf Hitler ad organizzare minuziosamente lo sterminio del popolo ebraico e di altre minoranze se non l’interesse ad eliminare qualsiasi tipo di opposizione e soprattutto ciò che lui vedeva come il nemico numero uno della Germania?

L’uomo parla della guerra, e ne ha sempre parlato, per diversi fini. Durante la II Guerra Mondiale i regimi totalitari fecero una grandissima propaganda per l’entrata in guerra utilizzando moltissimo il tema della I guerra mondiale: la Germania, sconfitta nella I guerra mondiale, punita a Versailles con restrizioni, pagamenti e obblighi che piegarono completamente la nazione in una crisi che solo Adolf Hitler riuscì a risolvere (per poco tempo). In Italia invece il Fascismo di Benito Mussolini dipinse l’Italia come la martire della I Guerra Mondiale col mito della “vittoria mutilata”, per cui con questa scusante e la volontà di riprendersi il ruolo predominante in Europa e nel mondo che fino a pochi anni prima l’Italia aveva sempre avuto, riuscì a spingere l’Italia in una nuova impresa bellica alla quale – però – non era assolutamente pronta. Si indottrinavano fin da piccoli bambini e bambine alla cultura della guerra, gli si insegnava ad utilizzare piccoli fucili già in tenera età perché la guerra doveva essere inculcata fin da subito nelle loro teste come una cosa giusta, una cosa che si fa perché siamo forti e lo dobbiamo dimostrare a tutto il mondo.  
La guerra veniva dunque raccontata e utilizzata come strumento di propaganda per aizzare il popolo e motivarlo, per dare una rappresentazione quando non direttamente falsata, quantomeno esagerata della realtà.

Bisogna parlare degli eventi bellici della storia e soprattutto della seconda guerra mondiale perché bisogna assolutamente evitare che un evento del genere possa ripetersi. Non parlo solo di Shoah e genocidi, parlo anche della bomba atomica, di come le popolazioni civili siano state coinvolte in prima persona in questo scontro mondiale: ho incontrato una signora nata nel 1935, la quale mi ha raccontato di come avesse tutt’ora paura degli aerei che passavano facendo rumore perché il ricordo degli aerei nemici che sganciavano le bombe su Firenze era in lei ancora vivissimo. La signora tremava mentre raccontava.  
Nessuna signora dovrebbe tremare in quel mondo. Per far sì che ciò non si ripeta è fondamentale la conoscenza degli eventi passati. La seconda guerra mondiale è di una unicità incredibile, perché in sé racchiude l’unico sterminio di un popolo come fine ultimo di un programma politico, vede per la prima volta intere città rase completamente al suolo, vede le donne e i bambini, figura fantasma in tutta la storia, protagoniste della Resistenza, ha le bombe atomiche e la divisione in due parti di una nazione a quel tempo immensa, la Germania.  
Se ne deve parlare perché è un dovere morale quello di far arrivare a più persone possibili gli avvenimenti macro ma anche quelli micro, abbiamo la fortuna di avere ancora in vita dei testimoni diretti e il racconto, la parola, è il mezzo primario attraverso il quale ognuno di noi deve diffondere la testimonianza di queste persone.

Una novità della seconda guerra mondiale è la diffusione delle notizie dai campi. Campi di battaglia, campi di prigionia e non solo. La definizione generale di campo potrebbe essere la seguente: spazio aperto che può essere sia incolto e quindi vittima dell’avanzare del libero corso della natura, oppure dedicato a qualcosa dietro iniziativa umana, sia questa l’agricoltura, il pascolo, un maneggio, un campo da gioco o semplicemente uno spazio tenuto con cura dal proprietario. Nella seconda guerra mondiale diventa noto a tutti l’esistenza del campo di prigionia (vi erano anche prima, ma probabilmente nessuno o pochi ne erano a conoscenza): molte lettere inviate da soldati ai genitori o amici a casa menzionano proprio episodi in cui l’amico, il commilitone o un gruppo di soldati non sono più ritornati alla base, probabilmente perché finiti in un campo di prigionia. 
Le condizioni di vita in questi luoghi non erano per niente buone, bensì più che pessime. Se qualcuno era in un campo di prigionia, questo era un nemico e dunque da tale era trattato. Poteva essere utilizzato per uno scambio di prigionieri e quindi non conveniva farlo morire, dunque il nutrimento strettamente indispensabile per la sopravvivenza era il più delle volte garantito ma queste persone erano allo stremo delle forze, costrette ai lavori forzati e tenute in delle condizioni igieniche orribili. La conoscenza, o la coscienza dell’esistenza del campo di prigionia era sicuramente un mostro che albergava nelle menti di ogni soldato, qualcosa dalla quale fuggire probabilmente anche più veloce che dalla morte.
Morire voleva dire abbandonare la trincea o il campo di battaglia, essere fatto prigioniero invece voleva dire tortura, sevizie, fatica e ancora più fame che in trincea. 

Il campo di battaglia nella seconda guerra mondiale è lo spazio che c’è tra una trincea e quella nemica, nella maggior parte delle volte. Uno dei poeti più grandi d’Italia, Giuseppe Ungaretti, ci ha accompagnati per quanto possibile nella trincea insieme a lui, dipingendo la realtà del soldato costretto per settimane, anche mesi o anni, in un buco con tutti i suoi compagni in attesa del vero e proprio scontro campale, quello in cui si corre e si spara ai nemici.
Il campo di battaglia a quel punto si dipingeva di rosso sangue dei ragazzi delle prime linee, immancabilmente falciati da proiettili e bombe. Il campo di battaglia era anche la città, proprio per la straordinaria compenetrazione della guerra nella vita dei cittadini. Si combatteva nel centro: i Franchi Tiratori che a Firenze sparavano a vista dai tetti delle case non sono una leggenda, le sparatorie nei ghetti a Varsavia o in altre città trasformavano un poetico scorcio che oggi troviamo in una cartolina in un campo di battaglia. 
Tutto questo orrore era, nel frattempo, accompagnato dallo spettro della deportazione, destino che toccò a moltissimi oppositori politici oltre che i più noti ebrei, omosessuali, rom o asociali, i quali venivano deportati in un nuovo tipo di campo, il campo di concentramento o lager. 
Parlare del lager non è facile, perché molte volte si rischia di avere davanti qualcuno che non vuole ascoltare, che non vuole sapere le atrocità commesse in quei luoghi, qualcuno che preferisce l’ignoranza alla dolorosa consapevolezza di ciò che è accaduto e che qualcuno della nostra stessa specie, quella umana, è stato capace di infliggere ad un essere uguale a lui. 

Quando si parla del campo di concentramento, mi viene in mente Bruno Shlomo Venezia, un sopravvissuto ad Auschwitz, il quale racconta nel suo libro Sonderkommando Auschwtiz la sua esperienza nel Sonderkommando, ovvero una squadra di prigionieri che si dovevano occupare di far entrare le persone nelle camere a gas e poi toglierle, già cadaveri.  
Il simbolo dell’orrore e della disumanizzazione è questo: Shlomo costretto a dover ripulire, a volte anche con delle passate di calce bianca, i muri della camera a gas dalle secrezioni o resti umani ad ogni svuotamento della camera a gas. Un essere umano utilizzato come se fosse uno strumento costretto a ripulire da un muro le secrezioni di un altro essere umano ormai morto: l’essere umano in questione non era uno, piuttosto centinaia ogni volta, aggrovigliati in intrecci che solo la volontà di un altro po’ di ossigeno possono costruire, prima da sbrigliare e poi da ispezionare, togliere i vari denti d’oro, controllare se per caso avessero nascosto nei loro orifizi oggetti preziosi e dopo, solo dopo averli caricati uno per uno su un carrello (oppure buttati nella fossa comune adiacente), ripulire.  
E ricominciare, da capo. Tutto il giorno, tutti i giorni. Per mesi.  Auschwitz è l’emblema della disumanizzazione del lager.

A Treblinka, attivo solo un anno (1942-43), vi era una vera e propria catena di sterminio: le persone che vi erano rinchiuse erano veramente poche (ma non troppo poche da non riuscire a distruggere il campo con un attentato più che riuscito) mentre le altre, che vi giungevano su treni straripanti, erano solo di passaggio, come in una catena di montaggio vera e propria. La persona non esiste più, è solamente un qualcosa da eliminare col fuoco, o da sotterrare. Arriva, spogliazione, privazione dei beni, gas, fossa comune. Niente di più e niente di meno. Mentre il primo carico entra nella camera a gas, c’è già sul piazzale un nuovo gruppo di persone destinate a morire. 
Disumanizzazione mi fa pensare al musulmano: così venivano chiamati quelli scheletri che riuscivano per grazia divina ancora a camminare e che non si arrendevano, andando ancora sulle proprie gambe, senza ormai niente più addosso se non pelle ed ossa. 

Si vedono delle foto su internet di corpi emaciati, dei veri scheletri con la pelle, i quali ammucchiati gli uni sugli altri sono destinati al fuoco o altro: quelli sono i musulmani. Quello è un uomo?
No. Quello, per la mentalità vigente nelle SS e nel personale del lager altro non è che qualcosa ancora peggio di un insetto, forse come un sasso, ma più fastidioso, perché ha un costo. E si lamenta. Ha un costo talmente alto che si cercano, fin dalla metà degli anni ’30, metodi sempre più efficienti per eliminare il maggior numero di persone nel minor sforzo monetario, di mezzi, di tempo e anche da parte degli soldati che devono uccidere. I nuovi metodi introdotti nel corso degli anni, fino alla celebre camera a gas, sono studiati anche a favore della sensibilità dei soldati, che non deve essere urtata in nessun modo, o almeno nel modo più leggero possibile. Si considera come la catena di montaggio possa essere resa più efficiente, e poi si fanno bilanci, stime, esperimenti e si punisce l’impiegato che non produce risultati ottimali per risparmiare: non si tratta di sterminare persone, si tratta di cancellare dalla faccia della terra un qualcosa, un essere sì esistente ma che non merita, in realtà, di esistere.
Si hanno così persone che pur di mangiare, raccolgono cose da terra, rischiando di morire (era vietato), madri che si sacrificano pur di tentare il salvataggio della vita del figlio. Ma ci sono anche dei figli che, per una domanda cattiva e ingannevole: “Chi vuole vedere la mamma?”, cadono in una trappola mortale e si consegnano, ingenui bambini di 4 anni, nelle mani di un “medico” che farà di loro delle cavie da laboratorio. La medicina si infila nel lager e disumanizza ancora di più le persone, costringendo il piccolo Sergio De Simone, il bambino che ho menzionato, e molti altri, adulti e piccini, a subire delle torture talmente aberranti da essere davvero inenarrabili. Trattati come bestie, senza anestesia di proposito per verificare le soglie di dolore, la resistenza al freddo o caldo, trapianti subiti da lucidi, unione di gemelli come fossero siamesi effettuate nelle condizioni peggiori che si possano immaginare. Questo non era un uomo. Non lo era proprio, né a raccontarlo adesso si può immaginare che per qualcuno lo sia mai stato. 

Ma ad oggi siamo riusciti a superare questo odio? C’è veramente nel mondo un’equità tale da non permettere a nessuno di sentirsi più messo da parte o discriminato?
Nei telegiornali, l’unica realtà che salvo rari casi di volontariato diretto ci è permesso di conoscere, la realtà appare diversa da quella che ci immaginiamo di un mondo sereno e che tratta tutti allo stesso modo. Mio padre, prima di prendere la cittadinanza italiana, è stato un immigrato dall’Egitto, quando negli anni ’80 dall’Egitto arrivavano i primi immigrati. Tutt’oggi, io, nata in Italia, vengo trattata da persone di dubbia moralità e intelligenza come se fossi immigrata. E per esperienza personale devo dire che oggi, quelli che vengono disumanizzati sono proprio loro, gli immigrati. Che provengano dall’Albania (e si parla dunque di qualche anno fa) o che provengano dalla Siria, queste sono persone, ma molte volte ce lo dimentichiamo. Io cerco di tenerlo ben presente, ma molte persone pare non ci riescano, che neppure ci provino. 
Quando al telegiornale sentiamo una notizia dell’affondamento di un barcone che trasportava 113 persone, di cui 87 sono morti, non ci si rende conto che queste erano delle persone. Il mediterraneo è oggi una gigantesca tomba a cielo aperto e nessuno ci fa caso. Ci sono vite, lì sotto. Persone, sogni, bambini, donne incinta, padri, rancori, parole non dette, storie d’amore, premi nobel o pulitzer, non possiamo saperlo. Ma quelle erano, sono persone.  A tutti i politici che si sporcano le mani per un paio di voti in più parlando male degli immigrati, come se fossero loro il problema (in Italia, si, ma anche in altri paesi in cui i flussi migratori sono consistenti) e trattandoli veramente alla stregua di capi di bestiame o entità non proprio definite, vorrei poter ricordare che la differenza tra noi e loro è solo fortuna. Noi occidentali siamo solo nati nel lato giusto dell’emisfero. Bastava nascere poco più giù, se si pensa alla Libia non troppo distante dal sud Italia, e non eravamo niente, solo un corpo in più sul fondo del Mediterraneo o un corpo in più a Siracusa, da smistare in un qualche centro accoglienza e a cui dare da mangiare. 

Alcuni anni fa nella mia città un ragazzo congolese fu malmenato da un usciere di una boutique di lusso perché, mentre diluviava, aveva tentato di rifugiarsi sotto la tettoia adiacente all’ingresso del negozio. Nessuno sarebbe entrato, con quel ragazzo lì vicino. Questa la risposta dell’usciere. A Roma, invece, hanno fatto la loro comparsa cartelli del tipo “vietato l’ingresso ai rom”.
Non trovo differenze con la celebre scena de La vita è bella in cui è vietato l’ingresso agli ebrei. Non ce ne sono. Ormai si è insinuato nella mentalità comune il pensiero che i rom, ad esempio, rubano e sono sporchi, quando pochi sanno che quelle persone vestite di pochi stracci che si vedono in giro per le città, con le trecce lunghe e sandali appariscenti, sono la degenerazione (a mio avviso e per quel poco che sono riuscita ad informarmi) della cultura zingara che invece è molto diffusa in tutto il mondo, in modi non dediti alla delinquenza come invece pare facciano questi altri. D’altronde il programma TV che racconta i matrimoni Gipsy parla di matrimoni all’interno delle comunità zingare degli USA. E nessuno vieta loro di entrare in panetteria. 
Quanto tempo ci separa dalla creazione di veri e propri “campi di lavoro” dedicati ai nuovi immigrati? È recentissima la vicenda di un paese del nord Italia i cui abitanti hanno manifestato affinché non potessero più rimanere nel territorio gli immigrati assegnati loro a livello statale. Delle persone hanno manifestato affinché altre persone non potessero più stare in un posto che sta decidendo se dare loro o meno l’asilo. È assurdo ed è disumano. 

È disumano che vengano paragonati gli aiuti europei all’immigrazione con gli aiuti statali dati ai terremotati, i quali so per certo si trovano a dover scegliere se poter stare in albergo oppure rimanere nelle tende vicino alle loro case, alle loro cose
. Moltissimi si servono di questo pretesto per scatenare ancora più odio verso gli immigrati, quando bisognerebbe che queste persone capissero che davvero l’unica cosa che ci differenzia è la fortuna di nascere in un posto piuttosto che in un altro. Perché noi per primi siamo andati nei loro paesi e abbiamo preso qualunque cosa: abbiamo invaso, colonizzato nei modi più barbari possibili, rubato, violentato donne e poi ucciso elefanti, preso petrolio e diamanti, schiavizzato villaggi e città. Abbiamo fatto questo e non lo neghiamo, non ci disturba, non ci vergogniamo. Dovremmo vergognarci, invece, di attribuire differenze quando non ce ne sono. Siamo uguali. Siamo umani.