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Carillon

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Svegliarsi a un tratto e ascoltare la pioggia. Godere del contatto caldo di una coperta a coprire dal freddo, ricominciare a sognare.

Sono ancora sul mio letto, quasi mi sento dormire. Sono già altrove. Sono un’invenzione della mia mente, ora, che prende a raccontarmi la realtà delle cose con un linguaggio tutto simboli. Sono una ballerina triste, in posa plastica. Vivo in una scatola senza orologio: il mio tempo è scandito da una melodia dolce, di carillon.

Sono i muscoli delle mie gambe tese in una posizione che racconta la grazia più che lo sforzo. Sono le mie braccia allungate, a trovare un equilibrio in una giravolta. Vivo e muoio e torno a vivere poi: qualcuno dà la corda alla mia casa-carillon, io prendo a danzare un movimento che non conosce variazioni. Giro e giro ancora su me stessa, nulla di ciò che vedo riesce a restarmi impresso negli occhi. Colgo di sfuggita un raggio di sole, ne immagino il calore. Intravedo gli occhi festosi di una bimba, ad osservarmi: occhi giganteschi, molto più grandi di tutta quanta me. Intravedo la larghezza ampia di una stanza che da sola, supera di gran lunga il mio intero mondo al profumo di legno. Sento delle voci, un battere di piedi rincorrersi ben oltre il limite che la mia stessa vista mi consente: un battere di piedi che mi suggerisce una corsa. Invidio persino la possibilità di chi scivola, io che sono così rigida, chiusa in un’immobilità che comunque danza, comunque incanta.

È ora di andare, la bimba è stanca di me. Con uno scatto di mani ed uno sguardo già rivolto altrove, mi toglie l’aria, i colori ed il vorticare mio in quel suo mondo grande. Urla qualcosa che non riesco ad afferrare: la sua voce vibra al punto che persino i miei piedi sembrano accennare un movimento piccolo, fuori programma. Non protesto, non ho voce: lascio che mi ripieghi tutta in uno spazio chiuso. Ed improvvisamente è buio.

Quello che nessuno sa, è che io vivo, vivo comunque, vivo forte al di là delle apparenze. Una brezza leggera mi solletica il naso, provo ad arricciarlo: sembra vada meglio. Sfilo le scarpe, scricchiola il collo: che la vita abbia inizio. Ciò che nessuno sente, è lo scatto improvviso che sento io, quando il nulla che mi circonda cambia dimensione, si fa leggero, mi dà respiro. Mi faccio persino più piccola e adesso si, mi muovo. Ho intorno un mondo che ha un cielo scuro, basso, e schegge di legno a fingersi per me, stelle cadenti. Ho un residuo di luce esterna, ridotto in polvere e appiccicato alle dita: ogni più piccolo movimento, si allunga in una scia che mi lascia tutto il tempo di sdraiarmici sopra e vestirmi così, di riflessi baluginanti. Indosso un tutù striminzito ed un corpetto che stringe, anche troppo. Allento i lacci, mi spoglio ancora: raccolgo sulla testa quel tutù, sistemandolo come fosse un copricapo indiano. Faccio di un tessuto rigido, bianco, l’immagine tutta fantasia di un ammasso di piume colorate a sollevarmi da terra e a muovermi in una frenesia nuova, che mi suggerisce un rito propiziatorio: una sorta di danza della pioggia, che muova il buonumore dentro e mi costringa ad imparare a nuotare. Ho in mente un’idea di pioggia che si fa mare, spezza la serratura di questa mia prigione, mi rende libera e alta, fa delle mie gambe una spinta buona per la corsa ed il salto. Voglio imparare la vita così, nuotandola. Cadere poi sulla terraferma: un pavimento freddo e duro che mi apparirà come una distesa infinita di sabbia e conchiglie e mi vedrà sorridere di una felicità immotivata, inspiegabile, risanante.

Ma non piove. Disegno con le dita, fili di luce tra i capelli. Mi fingo una sirena: a gambe ben strette, mi invento un movimento rapido e sempre uguale, come di coda. Il copricapo indiano assume ora una forma rotonda e un po’ ammaccata ai lati. Afferro un paio di punti, li allungo, ne faccio pinne: ho un pesce palla atipico, accanto a me, un po’ scolorito. Un pesce palla ed una sirena che non sa nuotare, se non in una massa d’aria lieve, a circondarla.

Resto così, ad inventarmi capriole, a sapermi sogno di qualcuno che ancora dorme e al suo risveglio mi cancellerà. Non sento rumori, all’esterno. Non ricordo di avere mai parlato, eppure i pensieri mi riempiono tutta quanta la testa in quel modo che tanto somiglia ad una voce. Schiudo le labbra, provo a rompere il silenzio intorno. Contribuisco soltanto a supportare l’aria, con una nuvoletta di respiro a sospingerla appena un po’, a rimescolarla, a far danzare anche lei. E allora parlo a mio modo, parlo per me. Sfioro le tempie con dita ancora imbrattate di polvere di luce. Questo è il mio modo di dirmi: “pensa, rifletti”. Scivolo a sfiorare una guancia, lo sguardo si fa cupo, poi perplesso: non c’è soluzione. Stendo bene la mano, ho bisogno di carezze. Così mi lascio tenere, ad un passo dal dormire, a mia volta, un sonno pieno. Dormire e sognare, un sogno nel sogno: farmi agile di paradossi e trovare così una dimensione inesplorata. Ho ancora una mano a disposizione e non ne afferro immediatamente le intenzioni. Poi capisco: ho fame. Ma la fame cos’è? Ho assaggiato manicaretti buoni d’aria in porzioni piccole, scese a gonfiare vuoti d’abisso e raccontare la sazietà, in un costante bramare. Ho conosciuto gli odori, filtrati da un mondo altro, ad insegnarmi la percezione di un brontolare di stomaco ed un desiderio senza un seguito di gusto. Ed è per questi motivi, per queste parole senza suono, che una mano sfiora la pancia e sente poco oltre un lembo di pelle e dentro, un certo vuoto da riempire.

Sciolgo le mani, ora: ho bisogno di silenzio. Sospendo i pensieri in un buio pesto. Restano lì, a svolazzare. Provo a cantare una musica che conosco: le stesse note che a più riprese, mi gettano ancora i vestiti addosso, stringono, tendono, fanno di me una recita esile, imbastita e mai ultimata. All’improvviso, ogni cosa intorno a me comincia a sbiadire. Il buio non è poi così buio, il pesce palla scioglie il suo groviglio e giace, ridotto ad una massa informe, accanto a me. La mia casa-carillon non ha più un tetto. E le pareti: anche loro svaniscono. Svanisco persino io, in un dissolversi di mani, in un biancore che acceca. Finito il sogno, finisco io.

Il mattino è un filtrare pigro di luci e rumori lenti, ad iniziare un giorno che ancora non sa cosa vedrà accadere. Apro gli occhi con estrema prudenza: non vorrei che troppa realtà ci si tuffasse dentro. Sono reduce da un sogno di melodie dolci e malinconie opache: il mio carillon, la ballerina che lo abita, insieme alle sue parole mute. Mi trattengo ancora un po’, rotolo giù, poi, in una massa di coperte annodate che non vogliono saperne di liberarmi dal loro abbraccio. Finestre da spalancare, la luce abbagliante di un sole che non lascerebbe indovinare l’esistenza passeggera di una pioggia da poco trascorsa. L’odore del caffè, la doccia: gesti abituali che puntualmente, delimitano uno spazio in cui poter camminare con la libertà che serve a cambiare idea e percorso, a non sentirsi fuori posto mai. Un filo di trucco, un tailleur, scarpe che vadano a rimarcare ogni passo: un tacco che sappia farmi alta un po’ di più, che segni il polpaccio e appunti le caviglie, in quel gioco di linee seducenti. Ravvivo i capelli, non ho un pettine ma le mie stesse mani, per farlo: assecondo la forma morbida di un riccio con dita agili, a non interrompere il ricadere lieve di ogni ciocca, sulla spalla. Prima di andare comincerò da lei, la mia piccola ballerina e la sua casa-carillon: un gesto ormai consolidato che mi porterà fortuna.

Schiudo piano il coperchio: lei comincia a danzare per me.