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Caduta In Un Tempo che Fugge

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

C’è un modo strano di pensare al tempo, che non tiene in considerazione alcuna lancetta d’orologio. È un tempo che ha una precisa risonanza dentro, un tempo che invecchia sbattendo contro le ossa. Torna a riscuotere così i suoi debiti: scricchiolando.

È un tempo che non conosce età, sempre si rinnova. Assiste a tutto ciò che ha un inizio ed una fine, si rinnova tra una pausa e l’altra, tra un concludersi ed un rinascere di possibilità. 
Ho avuto un tempo, mio, in cui quasi mi sembrava di essere arrivata in ritardo: in ritardo rispetto a me stessa, ai progressi che avrei dovuto fare, alle scelte che avrei dovuto compiere. Avrei, dovrei. Ma rispetto a chi? A cosa? 
È un esistere bellissimo, questo, costellato in più punti da domande perfettamente inutili. Mi sarei volentieri messa in una cornice, sarei stata la versione femminile di un Dorian Gray dandy, vanesio. Avrei imposto al mio riflesso di invecchiare per me, imprigionato nel suo mondo senza vita: lì, su un fondo scuro, avrei scagliato il ticchettare di un orologio, e impresso con fare trionfante, un solco sulla fronte della mia riproduzione esatta, con le dovute ombreggiature: avrei avuto per me un dipinto a portare con sé, in testa, tutto il peso di troppi forse, a rallentare. Gli avrei insegnato l’assenza di gravità, se non altro percepita. La sensazione che posso soltanto indovinare, di un tempo che sospende la sua corsa e svanisce, mentre le possibilità si moltiplicano in un’infinità di universi ammucchiati, non più paralleli: esisterebbe solo un qui ed ora, nessun altro sospiro d’impotenza. 

È così che i miei trent’anni mi apparivano definitivi. Fine di un capitolo e pensieri a girovagare, come fosse ormai troppo tardi per tutto. Poi ho scoperto che in realtà, era solo troppo presto per le definizioni, per i tempi e le cadenze. Come in uno specchio, un riflesso che a volte inganna. Ed io non mi chiamo Alice, le mie meraviglie sono tutte qui, in testa. A volte perfino traducibili in concretezze belle, da lasciarci appesa l’anima. Io, con il mio tempo strano. Con un’età mentale che oscilla tra gli anni un poco più maturi della mia maturità posticcia,un’adolescenza che ancora si prolunga e mi impasta gli occhi di felicità fulminanti ed un’infanzia che mi fa piccola di fronte a certi mostri spaventosi. Poi stropiccio gli occhi, torno in base trenta e mi preparo a mordere. E c’è qualcuno che sa addirittura prendermi per mano, molte volte. Mi dedica del tempo, anche se quello stringe, rincorre, istiga, salta e poi se ne sta muto, in panciolle, a godersi le fatiche altrui. 
Il tempo è dei “C’era una volta”: un principe, un castello, un amore ed una sfida. Ho la testa piena di idee romantiche di favole, in cui il lieto fine era sempre una corsa contro il tempo. La rosa sotto una campana di vetro, ne “La bella e la bestia”, un conto alla rovescia ed una maledizione da sciogliere. E il Bianconiglio col suo orologio in tasca, sempre in corsa, sempre tardi. 
Il tempo è dei film: “Il misterioso caso di Benjamin Button”, che vive una vita contraria allo scorrere di quella di chiunque altro. E ama con saggezza e poi con impeto e poi con timidezza e infine torna bimbo e finisce in un esistere che cammina all’indietro e termina esattamente lì, dove per tutti, tutto comincia. E “Big fish”, invece, cattura il tempo in una manciata di secondi e rallenta un vorticare di vita, un allegria di circo, un accalcarsi di gente. Ferma tutto quanto, per avere la sola conferma di uno sguardo e dell’amore che sarà. 

Mi viene in mente l’arte, poi. Due ottimi esempi, in particolare: Salvador Dalì, con la sua mente surreale. Francisco Goya, coi suoi toni cupi. 
C’è un tempo che Goya seppe rappresentare molto bene, in un periodo particolarmente tormentato della sua vita, nei tratti di un dipinto a dir poco suggestivo: “Saturno che divora i suoi figli”. È un’opera inquietante che appartiene alla serie delle pitture nere, tredici dipinti realizzati dal pittore, sulle pareti della propria casa, con toni scuri e pennellate agitate, a ritrarre riti esorcisti o scene di stregoneria, oltre che volti dai tratti spesso deformati. Chiuso nel suo mondo privo di suoni, vittima della sua stessa sordità, comunicava così il proprio tormento. “Saturno che divora i suoi figli” ha un impatto fortissimo: ritrae il dio del tempo, Crono per i greci, intento a dilaniare il figlio. Sono i contrasti a rendere l’idea in maniera efficace: l’oscurità prevale, sullo sfondo. Il sangue che cola dal corpo smembrato del figlio, è l’unico colore acceso a catalizzare l’attenzione. Saturno, viene ritratto in un istante di pura follia, reso alla perfezione dagli occhi: ha uno sguardo che raggela. Così, Goya rende appieno il senso del tempo che divora ogni cosa, non aspetta, non torna indietro mai. 

Salvador Dalì mi torna in mente, invece, con una gamma di colori ben più chiara, cristallina, a tratti. Mi torna in mente con il suo estro, le sue espressioni stralunate, i suoi baffi, la mescolanza di sogno e veglia e visioni assolutamente affascinanti. Dalì, coi suoi orologi molli ed un trascorrere del tempo posto su due piani differenti: quello meccanico, preciso delle lancette e quello della memoria, che della realtà ha sempre una percezione confusa, differente. Così scompone il tempo, lo priva della sua infallibilità. 
E di tempo si parla perfino in un progetto di impronta a metà tra il surreale ed il romantico, che vide la collaborazione del pittore con Walt Disney. Un progetto che i due, intitolarono “Destino”. 
Ed è una giovane donna, a muoversi in quello spazio di pura fantasia, alla ricerca del suo amato Tempo, in un vorticare di deserti e conchiglie volanti, in un mondo in rovina dagli effetti speciali. Un sogno e una nostalgia, belli come le cose che non subiscono l’avanzare dei giorni ma ne accolgono il mutare, con grande desiderio e abilità.