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La Donna Di Carta

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Ha quel modo strano di toccarmi, come fossero mani di donna le sue e non di uomo, nodose e affatto curate eppure a loro modo irresistibili.
Le sue cosce, le mie: è un intreccio accurato, un rendere grazie al tempo che ci vede ancora qui ormai sazi e stanchi. È uno spazio conosciuto che mi vede ospite, ancora una volta: siamo l’adagiarsi di due corpi allacciati, su uno sfondo di lenzuola bianche. Sono un ricamo di capelli sul cuscino che mi scopre la fronte, mi rende leggibile, scapigliata, arresa.
Ad un tratto arriva il sonno. Prima sono carezze, parole, sono confessioni estratte con la forza, che hanno il suono di un sospiro ed uno scivolare di unghie sulla schiena. Poi però quel sonno arriva e a volte sembra quasi un tributo ad un istante di bellezza intatta, alla magnanimità di un cattivo tempo che chiude gli occhi e finge di non dover imperversare. La serenità è appena udibile, gioca a stendersi in punta di piedi, per non farsi sentire. Ha la fragilità delle cose preziose, quelle che vanno difese con forza.
È uno sfiorare di dita mie sulla sua fronte, ad indurre i suoi occhi a chiudersi e riaprirsi, lentamente. Lo osservo, ripeto il suo nome affidandolo alle sole labbra. Non produco alcun suono, anche un bisbiglio potrebbe essere uno stridere troppo acuto, in un momento simile. A., il mio uomo forte, il mio uomo indifeso, è intento ad opporre una salda resistenza ad un sonno troppo ostinato per assistere ancora ad un solo grammo di luce. È giorno, un giorno di quiete e di lenzuola sfatte. Quegli occhi chiedono solo la loro piccola parte di riposo, la loro notte indotta e certi sogni giunti in ritardo a reclamare attenzioni: hanno una storia da raccontare e una morale da lasciar fraintendere. Ancora carezze: il suo respiro rallenta, si fa profondo. Potrei andare via, sciogliermi da quella stretta ostinata di gambe, da questo odore di sesso, da questa sete che guarda impotente un bicchiere d’acqua sul comodino e una condensa in gocce piccole a lasciare una scia persino più invitante: una frescura che si scioglie e diviene tiepida, lentamente, mescolandosi alla temperatura calda di un Agosto trascorso in una città semideserta. Invece resto qui, lui mi respira addosso.
La mia mente gioca a rimbalzare da un luogo all’altro di un’esistenza senza punti fermi. Oggi sono una giovane donna che ha un sospiro zingaro ed una corsa al buonumore, da affrontare a piedi nudi. Oggi sono una donna di carta e mi riscrivo. Ho una ciocca di capelli a fingersi penna: un inchiostro nero con riflessi di sole. Mi faccio piega e lettera e caduta che oscilla e in un alito di vento, mi adagia sul pavimento e mi dimentica lì. Sono decifrabile. Sono stropicciata, sono una dichiarazione d’amore e di intenti. Sono qui, dimenticata. Uno squillo di telefono, poi il secondo.
Al terzo refolo d’insistenza, spengo il mio imbronciato contrappunto, mi allaccio a una domanda e non mi penso più.
- Non capita anche a te, di non saperla proprio sopportare, la delicatezza?
Mi guarda con un fare divertito, E. Ha uno sguardo ingenuo che a volte le invidio: è un’ottima incognita, una sfida, un gioco che costringe chi non sa ad indagare, mentre lei resta a guardare, a negarsi, solo poche volte a confermare.
- Non rispondi al telefono?
- No. Siamo io e te, cosa c’entra tutto il resto?
Eravamo poco più che bambine e già allora, rimanere schiacciate contro il pavimento, con gli occhi rivolti ad un tetto troppo alto, la schiena indolenzita, le gambe distese e poi ripiegate e le mani inquiete ad afferrare l’aria, era il modo migliore di raccontarci tutto quanto ritenessimo utile, superfluo, urgente, annoiato. Ora era il turno della delicatezza. Era il turno mio, di lanciare una domanda di quelle che poi sarebbero andate ad annacquarsi in una tazza di caffè a mettere un punto all’insolubile. Penso alla sensibilità, alla perfezione simmetrica di un incastro. Le forme, hanno bocche diverse e spigoli e rotondità e si alternano: sono infallibili, solo se perfettamente unite. Nessun cigolo, nessuna forzatura, nessuna fessura ad allentare una stretta che pone la precisa condizione di non poter essere divisa. Oppure si, a patto che poi la si componga nuovamente. Ed avrà sempre lo stesso incastro, la stessa funzione. Troverà un prolungamento di sé che mai costringe, anzi: rende il proprio contributo ad un principio di armonia, che posto in un insieme, si lascerà ammirare.
Sono io, la dissonanza. Io che disciolgo pensieri in una tazza di caffè fumante e sorrido delle pose inquiete di un’amica che le sedie non ha mai saputo davvero sederle. Le usa, piuttosto, come uno sgabello, un trampolino, un poggiaginocchia, con quelle gambe che sembra non sapere mai cosa farne. Finisco il mio caffè, la invito a restare quanto vuole, raduno chiavi di casa, divisa da lavoro, raccolgo i capelli in un nodo, affretto il passo: sono in ritardo, come sempre.
È tutto un tintinnare di bicchieri, un profumo misto di dolci e profumo invadente di signora e sguardi compiacenti di uomini e fumo di sigarette a filtrare da un fuori poco distante, in sbuffi di vento irregolari. Indosso una maglietta nera, un cappellino e su entrambi, il nome d’un bar si annuncia in un luccicare di lettere rosa-confetto glitterato e ombrelloni sullo sfondo: si tratta di un bar situato a pochi passi da una spiaggia affollata, perciò mi pare adeguato. Indosso jeans slavati, scarpe da ginnastica, niente smalto, poco trucco: un aspetto ordinato, poco appariscente, è sinonimo di pulizia, in alcuni ambienti. Passano così le ore ed un’intera estate poi, a seguire. Tra ordinazioni, cordialità, chiacchiere fintamente disinvolte, fatica e ricompensa.
C’è un sentiero che seguo sempre, dopo una giornata di lavoro. Un sentiero di erbacce, sabbia e una decorazione ignobile di rifiuti di ogni sorta, sparsi ovunque. Addento una caramella, infilo in tasca l’incarto. Tanto non servirà a nulla. Tanto, ormai.
Mi percorrono la mente, espressioni rassegnate. Provo ad interrogarle, loro planano instancabilmente da un capo all’altro di ogni mio punto di domanda. Non è delicato, mi dico. Non è adeguato, non è cortese, che mi si lasci qui a non sapere. C’è questa collinetta di sabbia e fiori che sembrano essere di gomma. È incredibile: inventano sé stessi, resistono al vento e alla pioggia, se ne stanno beati a far nulla.
Un nulla intento a lasciarsi guardare non ricambiando mai l’interesse profuso. Loro, come me adesso, guardano il mare.
Non vedo A. da una settimana. Da quell’incrocio di gambe, da quell’indecisione di mani e scelte. Il punto è che voglio poter tremare. Il punto è che non lo so: gioco a distrarre le mie insicurezze ed ho quel modo di barare che puntualmente si risolve in un pentimento e un’ammissione di colpevolezza. Ad un tratto mi sono fatta forte, gli ho chiesto aiuto. Per cosa, poi, non lo sapevo. Ed è a quel punto che lui si è fatto avanti, avanzando la pretesa di un bacio a mordere le labbra, disegnando l’ipotesi di un addio ed una colpa, restituendomi un’innocenza che non meritavo. In un pomeriggio assolato, temo di aver compreso tutto per errore. E mi è bastata ancora un po’ di sete e la premura galante di un uomo ad offrirmi dell’acqua.
È accaduta poi, la giusta distanza ed un accorciare affidabile, millimetrico: così che alcune prospettive smettono di essere confuse. Ciò che è altro resta tale e a volte si riesce persino ad incontrarlo, con una semplicità da troppo tempo caduta in disuso.
Torno qui, presente a me stessa, seduta su una collinetta di sabbia a suggerirmelo proprio tutto, il mare. Sento dei passi, dietro di me: non mi volto nemmeno, so già riconoscerli. Mani di uomo con un tocco leggero, di donna. Si posano sulle spalle, sfiorano il collo.
Mi risolvo così in un bacio alla fragola, in un guardare lontano.