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Dalle Terre Selvagge

Scritto da Filippo Lancietto.

Con gli occhi appesi ad un ritratto in movimento, ad affacciarsi oltre casa su un pezzetto di mondo fuori dalla mia finestra, mi ritrovo a pensare ad un’idea di viaggio.

Io sono la mia fantasia: oggi spengo la noia. Ho molte cose da mettere in ordine, ricucire, stirare. Ho da lavare via piccole tracce capitate ovunque, a raccontarmi di un giorno ormai trascorso. La radio mi restituisce un pezzo dei Pearl Jam che non ascoltavo da un po’. Bisogna dirlo: Eddie Vedder ha una voce che non sbaglia mai. Una voce bellissima da prendere in prestito per un po’, a lasciarsi raccontare tutto quanto e saperlo solo poi, a silenzio inoltrato, che cosa esattamente non si sapeva di voler afferrare. La musica ha il dono di segnare luoghi, teorie, di suggerire un’emozione mettendola in suono ed insinuarsi e dire tutto ciò che occorre, poi, tra un canticchiare distratto ed un battere di dita a tempo, su una gamba.  
“Guaranteed”, canta. E allora via la polvere, seguendo le note con la mia voce di cantante da azzardare prima o poi, dopo opportune raddrizzate. Ed un buon quantitativo d’aria a soffi lievi e ripensamenti. Aria fredda sul viso, accolta da finestre spalancate, a convincere gli ultimi residui di notte a conservarsi per un sonno da rimandare.
“Guaranteed” è una canzone minimale. La sua bellezza sta nel poco: poco, sublime e intimo. Riuscire a non strafare, si sa, è spesso garanzia di buona riuscita. C’è una semplicità ricca di suggestioni che non sa di avere impronte così marcate, a volte indelebili. “Guaranteed” mi viaggia dentro, ad un ritmo dolce. Ed io viaggio con lei un po’ più in là, tornando per qualche istante a ricordare pezzetti di partenze da cui non fare più ritorno: si viaggia per viaggiare, possibilmente non da semplice turista. Si viaggia per raccontarsi la vita in un modo che non necessariamente prevede la parola.  

Pensavo alla mia terra d’origine: una Sicilia sempre bella, che vorrei viaggiare ancora e di più. Coi piedi intinti in acqua di mare e i capelli al vento, segnare una traccia perfettamente sostituibile da seguire. Programmare quel tanto che basta a poter cambiare idea in ogni istante e lasciarsi improvvisare poi, da un sentiero imboccato per errore o un albero annodato ed imponente sotto cui sedersi a contemplare l’ispirazione buona del momento. Un’isola, coi suoi colori d’acquerello, un’isola bella di imperfezioni, forte di tradizione. Un’isola che sa di agrumi e cordialità, un’isola dal sapore antico, una terra ferita, orgogliosa. Terra madre coi suoi occhi di lava e quella neve che quasi mai c’è. Terra calda, con tutto l’oro del sole sui miei capelli neri di notte.  
“Guaranteed”, per libera associazione di pensiero, mi porta dritta ad un sentore persistente di libertà: racconta un film che non illustra schemi, né gabbie dorate in cui trovarsi imprigionati per errore o per difetto. È la bellezza struggente di “Into the wild” e il sogno e l’ambizione di farsi anche altro da sé, impersonati da un Emile Hirsch a dir poco sensazionale.  

Due anni lui gira per il mondo: niente telefono, niente piscina, niente cani e gatti, niente sigarette. Libertà estrema, un estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada. Così ora, dopo due anni di cammino arriva l'ultima e più grande avventura. L'apogeo della battaglia per uccidere il falso essere interiore, suggella vittoriosamente la rivoluzione spirituale. Per non essere più avvelenato dalla civiltà lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.  

È un film che racconta la rinuncia, non dell’essenziale ma dell’evitabile. E in questo caso, ciò che può essere spinto via, non voluto, non è altro che quel tutto che per molti, resta necessario ad oltranza: l’idea vuota di dover consumare per un capriccio mascherato da urgenza, accontentarsi, non trovare altra spinta che non sia quella del voler sopraffare, con i modi melliflui di chi non dice, semplicemente insinua, impone radici ben salde, disegnando un’idea di adeguatezza che è tanto lecita, quanto più è anonima e funzionante. Un’adeguatezza spoglia, privata dell’estro, del pensare senza il supporto di una collettività, a rassicurare. È un film che racconta la grazia di un gesto semplice, quale il pensare un libero pensiero, sporcandolo di improvvisazione.  

“Into the wild” è un viaggio compiuto in perfetta solitudine. Una solitudine che in realtà incontra molte altre vite, ne indaga l’andare, lo allaccia stretto a quel senso di esplorare per sapere cosa e chi. Per avere un’idea precisa di come va il mondo, lontano dalla presunzione di volerlo poi insegnare. Nella convinzione lodevole, auspicabile, del voler aiutare chi si lascia incontrare, per il puro piacere di farlo, senza costrizione. Dare per dare, nessun retroscena, nessun intento che non sfiori cumuli di ricchezza che ben poco hanno a che vedere col denaro.  
È un film che conduce dritto ad una fine forse perfetta. Una fine non esattamente lieta, non nei modi in cui solitamente la si intende. Una fine di grande effetto, che non potrebbe racchiudere meglio un’idea di nostalgia, tenerezza, timida euforia, un’idea di sollievo e riflessione profonda, su ciascun dove, ciascun come, su un’esistenza da incoraggiare, sostenere, azzardare sempre.  
Più forte che si può.