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La Musica a Morsi

Scritto da Renato Erpili.

Ho uno stato d’animo che combacia perfettamente con una voce: quella di Bjork. E no, non è così alto, cristallino. Imprevedibile si, però.

Ho un umore che mi accorcia tutta quanta in un “non so”, che poi si allunga spensierato in mille possibili alternative. So le molte cose che mi capitano in un imprecisato posto tra consapevolezze e puro istinto. So che mi capita un sogno disperato o una disperata speranza, che a volte si traduce addirittura in parole inaspettate.

-       Credo di amarti, con tutta quanta la follia che un uomo sano di mente non sopporterebbe mai di dover ammettere.

E io dico grazie: grazie al caso strano, che mi porta ovunque meno che lì, dove vorrei. Grazie alle distanze, grazie al sapersi avvicinare. Grazie al senso ottuso di dispersione: come fa un corpo a disperdersi? resta affranto, semmai. Resta stanco e appena un po’ freddo: fino a che il sangue scorre sotto pelle, difficilmente avrà un ristagnare caparbio di quella sensazione spigolosa, gelida, inospitale. Ringrazio il mio perseverare, la mia bocca sempre vuota di parole giuste, piena di tentativi senza senso, a mettermi tutta quanta la sete che non potrò mai dire del tutto.

Si fanno incontri strani, molte volte. Incontri di pelle, incontri incontrati o pensati soltanto. C’è una tendenza tutta umana, a voler abbracciare il mondo in ogni forma possibile. Ed è allora che interviene l’amore: l’amore per l’arte, l’amore per l’amore stesso, l’ostinazione barbuta di chi si addossa un ruolo che non ha e finge doti maschie lì dove servirebbe tutta la gentilezza di un tocco lieve, tra mani di donna. L’amore per il tempo e per le risorse che offre, l’amore per il mare e per la terra: le mani sporche dei contadini e gli occhi puliti che hanno, nei giorni passati sotto il sole, nella fatica pura, a rischiarare la vista. Ciò che appassiona è vita, la vita è anche e soprattutto il prodotto di una terra rigogliosa, la generosità che offre ad altra generosità, un compenso per quelle attenzioni minuziose. Il mare, poi e il senso sconfinato di un orizzonte che offre una precisa connotazione d’impossibile. Tutto quell’avvicendarsi di onde, tradotto in una linea retta ed infinita, troppo più in là delle mani per essere raccolta ma a portata di sguardo e di poesia. Il mare dei marinai, delle sirene, il mare di Baudelaire e Moby Dick, il mare di Ulisse, delle sirene, dei pesci e dei bambini: mare accogliente, mare che respinge e invita, mare che abbraccia gli amanti e sostiene la luna in punta d’onda. Mare placido e in tempesta, mare che rinfresca il sole quando al tramonto si tuffa in un punto lontano, oltre la linea dell’orizzonte. Mare che bagna i piedi e ospita un corpo che impara il suo linguaggio, la sua natura ribelle e non lo cammina, lo tocca continuamente e mai al contempo. E poi cammina in quel modo tutto nuovo che somiglia al guizzo dei pesci e si chiama nuotare. Il mare delle isole, della mia isola.

E torniamo nuovamente all’amore, in un gioco che rimbalza di punto in virgola e che mi fa arretrare per spiccare ancora una volta un salto lungo di immaginazione. L’amore: c’è persino quello tormentato, che si nutre in silenzio, quello che si confessa eppure non ha sbocchi. L’amore di John Keats per la sua Fanny Brawne, di Romeo per la sua Giulietta, di Otello per una Desdemona innocente, ritenuta colpevole di una colpa mai avuta perché la gelosia, si sa, è un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre, come scrisse William Shakespeare in una delle sue opere più belle.

Amori finiti in tragedia, insomma. Amori a lieto fine, e per quello mi vengono esempi di vita vissuta e vista con occhi intenti a catturare un segreto che non c’è, e che se esiste, si traduce nell’incrociare stretto di due mani rugose che si tengono con morbidezza d’incanto da tempi lontani. Si estorce così la magnifica formula di ciò che non finisce e sempre si trasforma: osservando con fiducia e discrezione. Tentando di ripeterne gli incastri.

Poi c’è l’amore per la musica: la musica che è sempre tanta e di vario genere e facilmente adattabile a stati d’animo. La musica che è colonna sonora e semplice riempitivo, ed è ricordo e atmosfera e sicuramente, una parte di quel tutto di cui difficilmente riuscirei a fare a meno. Ho imparato un senso di malinconia vaga dai Radiohead. I Sigurròs mi sospendono in un altrove che cerco sempre, quando mi sento troppo raggiungibile, attaccabile, ridotta in pezzi piccolissimi da soffiare via come fossero coriandoli. Insieme ai Godis An Astronaut, agli Explosions In The Sky e ad altri, che sicuramente mi sfuggono. Ho imparato la grinta da una Janis Joplin sempre bella, sempre alta, sempre dotata di una voce raggiante, di un’espressione piena. Ascolto Cry Baby ed è subito meraviglia. Ho scoperto gli Afterhours quando dovevo convincermi che non c’è davvero niente di definitivo. Continuano a ripetermelo, imperterriti, dal punto più profondo che si può, in un testo che ancora mi dice cose altre, buone, che mi spingono dal fallimento alla capacità di reazione.
E si, è un insegnamento lodevole, cantato con una voce che convince.

Ho conosciuto un amore strano, sulle note di Sweet Child O’ Mine, con quei Guns’n’Roses da mettermi addosso, in una notte da ricordare. E i Prodigy insieme ad Andrea: lui col suo football americano e i lividi offerti da una simile attività sportiva. Lui che col naso rotto ululava Firestarter ed io a fargli compagnia.

Ho conosciuto i Tool grazie a un metallaro convinto. Un uomo alquanto eclettico, che tra un urlo cavernicolo in stile epic metal e un growl, sfoggiava una sensibilità da film francese che mi lasciava in delizioso stordimento. Ho conosciuto gli Smashing Pumpkins in una notte al profumo di mare. E poi gli Aerosmith, con quel modo elegante di fare sul serio e prendersi per gioco: estrosi, romantici e carismatici. There’s a hole in my soul, mi dicevano, mentre ero in preda ai deliri di un primo amore ridotto in briciole e dicevo che anch’io non ero conciata molto bene.