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Il Passante

Scritto da Fiorella Pesino.

Correva un anno imprecisato, in un luogo senza nome, caldo come un inferno di occasioni perdute, gelido come un'ombra che non sa di essere tale e si crede persino corpo, persino vita.

Viveva proprio lì il più alto paradosso: una bellezza di incanto persa in un nulla che sconfinava ovunque, come in un coro ed una sola voce a trionfare, su di un tutto che non aveva che da offrire desolazioni ostinate ad un passante ignaro. 
Cadeva in ogni angolo, un incantesimo diffuso: una vita interrotta, ormai stanca, ispida. Eppure ancora viva e vagante, in rima ad uno sciogliersi intento a ritrovare un andare giusto, una marcia fiera di conquista. 
La bellezza, dicevo: ancora una volta vestiva i panni di un imprevisto puro e semplice. 
La voglia di rimarcare con passi fieri e schiocchi di tacco, tutta l'arroganza che c'è in chi si afferma. 
E non un affermare qualunque, pronto a sbarazzarsi di un disagio con un’accondiscendenza sbrigativa: era un imporsi, piuttosto, privo di prepotenza, traboccante di una consapevolezza quasi schiva, convinta di sé, un voler essere tanto, a tutto tondo, ad ogni costo. Un abolire paure, mandare avanti l'audacia che premia e seduce e infine realizza. 

Era una donna piccola, raccolta in un sentiero fitto di tentativi mai conclusi e amori caduti a sfiorare le dita, ad un istante dallo schianto. 
Una donna capace di nuotare forte in un bicchiere d'acqua, perdersi dentro un soffio d'ali di farfalla e avere poi tutta la sorpresa di chi ad un tratto si risolleva e sfida lasciando, incurante, facce allungate di stupore intorno a sé. 
Una donna che aveva prestato la sua personale lotta in custodia ad un mondo che non voleva saperne di saltare oltre esempi troppo facili di un cattivo vivere, di un cinismo sempre più vissuto come moda da tramandare ai giusti
Una donna, una favola e un orizzonte. Un viaggio da intraprendere e mai attraversato, mai goduto. Una donna, una città fantasma e l'eco di risa infrante contro un sogno di morte, giunto a raccoglierla troppo in fretta. 
Così narra la leggenda, lesse un passante, sopra un foglio sgualcito. Così, un tempo dimenticato e una melodia interrotta, firmata su carta, silente.  

Si ritrovò, in un istante, a maledire il vento. Aveva terra dentro gli occhi, piangeva lacrime impotenti. Così, l'uomo che non si sa, raccolse le proprie cose, rivisse i propri passi, sussurrando piano, tra sé, di una vita nuova a battere contro il petto, dentro una distanza forte di passi da trascinare, senza fretta. E tutto il tempo per pensare un alibi a prova di accusa, per quella vita che mai aveva afferrato, rimasta sciolta tra uno sguardo disattento ed una felicità cupa, a brandelli, tutta da rifare, troppe volte contraddetta. Così si torna in vita mille volte in una sola: senza mai saperlo.