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Di Voci e Di Altre Potenti Malie

Scritto da Filippo Lancietto.

È un cantare che ha la voce di chi irrompe e non chiede mai. È un cantare raccolto, quasi come fosse per sé soltanto, tutto quell’emozionarsi.

Forse è proprio questo, il segreto: esprimersi in musica, come se non ci fosse un punto di arrivo da forzare, come se ci fosse un sentimento ed un vibrare di corde vocali, sempre in perfetto accordo, sempre disuguale, a raccontarlo. Come stupirsi di continuo e non saperlo nascondere, di arrivare con una tale forza a toccare sensibilità ed immaginario di chi ha orecchie molto buone per intendere. E continuare a dirsi in quel modo raccolto e ugualmente calamitante, proprio di chi quasi teme di fare troppo forte persino esprimendosi in un sussurro, dietro la danza di pochi passi felpati a raccontare evoluzioni brevi e duramente conquistate. E lunghe strade da percorrere, ancora.
Così Jeff Buckley. Così il padre, prima di lui.
Penso a una versione bellissima di “Calling you”, un brano spesso associato ad una voce di donna: Jevetta Steele, per l’esattezza. È una novità, un contrasto vincente. È tutta la sorpresa di non vedere intaccata l’intensità di un’atmosfera, resa in maniera tanto morbida, tanto suggestiva ed impellente, in entrambi i casi.


Resta un talento indiscusso. Resta ancora una volta fondamentale l’interpretazione: la tecnica è ciò che rende convincente un accordo di parole e note, quella che discosta dallo sporco di una stonatura, quella che a conti fatti, serve a fare di un cantante per diletto, un professionista a tutti gli effetti. L’emozione, però, restituisce all’insieme una parvenza di irraggiungibile. Anche chiudendo gli occhi, anche ricostruendo un gioco adeguato di luci ed ombre ad ispirare il canto, perfino dedicandosi ad una preparazione forte di buoni esempi e di teorie da applicare, l’emotività, l’arte di tradurla poi in un linguaggio di immediata immedesimazione, è un dono che nessuno mai potrà spiegare. È una capacità che più che essere perfezionata, necessita nel tempo, della capacità tenace di un restare incollati ad origini spoglie di tattiche. Di un essere forti abbastanza da non lasciarsi indurire mai da un’indifferenza tanto comoda da ostentare.

É una capacità di notevole spessore che Jeff Buckley avrà probabilmente assorbito dal padre, Tim. Anche lui, col suo modo intimo di cantare favole senza la pretesa rigida di una morale da imporre. Quel modo lieve e nostalgico, quell’aria densa di poesia portata in musica, pronta a sorprendere sempre, a non scadere mai nell’ovvio.
Tutto quanto mi agita, mi conforta, mi scuote, si accorda bene a simili esempi di autentica intimità. Mi capita spesso di chiudere gli occhi, afferrare un significato stretto in una potenza di voce appena sospinta. Mi capita di volerla tradurre in parole e chissà quante volte ancora lo farò: spegnere tutto quanto, accendere il mio solo ondeggiare a passo di musica, un dire con la forza di un sussurro parole semplici e indicibili.

Once I was a soldier
And I fought on foreign sands for you
Once I was a hunter
And I brought home fresh meat for you
Once I was a lover
And I searched behind your eyes for you
And soon there'll be another
To tell you I was just a lie
And sometimes I wonder
Just for a while
Will you remember me.


E volerne, poi, raffigurare l’incanto.