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Io, Medusa

Scritto da Alberto P. Nicolini.

È un avanzare buio che non pretende luce a rischiarare, anzi. È una volontà di protesta, condita dal mio semplice restare qui, a lasciarmi invadere. Ho dalla mia parte tutto il rancore che serve, ho in dono dal mio stesso corpo tutta la forza che occorre per non doverlo più temere, questo mio vagare spinto dall’oltraggio.

Porto ancora con me il ricordo di ciò che fu: è un’ombra ad avanzare, a trascinarmi con sé. Un gioco di riflessi caduto qui per sbaglio da una vita che mi sta sopra tutta quanta, col suo vociare allegro. E mi opprime, mi sfugge e finge che io non sia stata mai. Invece ero, si: ero bella, sinuosa, aggraziata. Avevo negli occhi tutto l’invitare che serve a tramutare un girarsi intorno di due, muto di accordi, languido di sguardi, in un incontro che ha il segreto svelato di una lontananza che non sa fare altro che attrarsi, venirsi addosso e lì restare, a mescolarsi. Ero raccolta in me e non mi serviva nulla oltre quel prendermi gioco del gioco stesso: io, al di sopra delle regole, dei limiti. Io, con un portamento fiero di dea, avevo rivolto a me le attenzioni ed il desiderare incauto e selvaggio di chiunque e nello specifico, di uno: un dio soltanto a governare i mari, a fare di me quel lento allentare e rincorrere, tipico delle tentazioni che già sul nascere sanno di non avere alcun modo di risolversi in un distacco.  
Eccomi, ora: svilita e incompresa. Giro intorno ai miei trofei, li sfioro in punta di dita: io, Medusa, ho tutta l’arte di fare di carne e battito un tributo di pietra alla mia bellezza passata, al mio potere forte di sconfitta. Io e la pietra, intorno, non un amore molle di respiro. Solo freddo, freddo e polvere e rimpianto e in perfetta sovrapposizione, un futuro a tinte cupe di disprezzo e oblio, di sterile ed inevitabile vendetta.
Mi aggiro come uno spettro, in queste stanze prive del più pallido ornamento. Vedo arrivare qui, di tanto in tanto, piccole pedine in veste umana mosse con abilità da un dio tra molti, divertito dall’idea del sacrificare per nulla e dalle doti astute di chi invece sacrifica, in virtù di un passatempo ed una condiscendenza verso quel manovrare e quella divinità annoiata, che quasi considera evitabile. Ed è questo il paradosso: trovarmi a sfamare la sete di potere altrui, assumendo il controllo di un durante che ha il tempo di una rincorsa di terrore e battiti e suppliche che nulla muovono in me, se non una fretta di tornare alla mia esistenza glaciale di pietra da infrangere a mio piacimento. Vorrei, per puro capriccio, che una volta soltanto uno di loro conservasse nello spegnersi, dei lineamenti distesi: conosco ormai tutte le espressioni di puro terrore. Potrei recitarle, mimarle, le percorro con una noia indicibile, ormai. Vorrei sapere cosa si prova ad avermi negli occhi e a non provare quell’inevitabile morsa di terrore ma solo una quieta, pallida rassegnazione da conservare gelosamente tra i miei ricordi duri, di pietra.  

Mi rende inquieta l’avvicendarsi del giorno e della notte, il sorgere del sole, sempre pigro, da lasciarsi trainare su un carro e depositare lì, su una distesa d’azzurro che vorrei avesse sempre tinte scure a proteggermi da questa inutile recita di vita. Tutto scivola via ed io non ne afferro mai il verso. Ciò che so ancora stringere tra le mani, riguarda la mia stessa pelle, i miei stessi, pesanti abiti, volti a nascondere più che ad abbellire. Indosso puntualmente colori spenti, ad accompagnare un’espressione di viso e gesti ormai viziata da un’insofferenza rivolta a ciò che si trova per errore a circondarmi, di tutto quanto mi trovo a dover sopportare per pura costrizione. Lunghe vesti, a fasciare un corpo che un tempo avrei addirittura considerato l’unico davvero degno di sguardi attenti e bramosie malcelate.
Cammino a piedi nudi, piedi stanchi ed ingombranti, una tra le molte condanne che mi inchiodano a questa terra ingrata. Ho mani che da molto tempo non suggeriscono carezze, non si trovano attratte in una stretta a confortare. Mi ritrovo a fare di me il più allettante gioco, nelle notti trascorse in mia compagnia: gioco non molto soddisfacente, in verità, ma abile di immaginazione e di riflessi. Allo scadere di ogni giorno, in attesa del rinnovarsi della mia condanna senza fine, io torno ad essere ciò che ero.

Torno, ad occhi chiusi, a ripercorrere le mie origini. Torno incantevole, a lasciare almeno al ricordo la possibilità di riconsegnarmi la sensazione golosa, di una seduzione che irrompe a sottrarre alla volontà la poca resistenza che impone un contegno, prima della resa assoluta e liberatoria. Torno ad accarezzare il mio corpo, fingo non siano mie, quelle mani. Fingo non mi appartenga affatto, quel tocco ruvido e gelido di dimenticanza. Recito un’attesa, diluita in tempi lunghi, immaginando il rincorrersi tipico di chi vuole dare e prendere ma con calma, non subito. Di chi ha la dote di condurre la mente dove meglio crede e sa usarla, poi, con tocchi sapienti ad annunciare le mani e non il contrario. Ebbene: ogni notte, con l’unica condizione di non imporre mai fretta al mio stesso percorrermi, riesco ad avere per me qualcosa che ancora somiglia al piacere totalizzante di un abbandono che non conosce altro che la sua resa. E ancora sento, nonostante tutto, uno sciogliersi di rigidità, un farmi molle di languore, io che ho soltanto pietra intorno, io che raccolgo la morte in un solo sguardo, sono capace ancora e sempre di pensieri liquidi, tra le dita.

Le dormo così, le mie notti, lasciando che mi raccontino una bugia ripetuta. Lasciando che quel fare scorretto manovri me, la tanto temuta Medusa, come fossi poco più che un avanzare privo di vita, appeso a fili lunghi e robusti, manovrati da un dio che non conosce misericordia. Non ho specchi a ricordarmi la verità, solo un frammento che conservo da quella che ormai mi pare poco meno che una vita lunga secoli. Un unico frammento, una scheggia sopravvissuta ad uno schiantare rabbioso di qualsiasi superficie riflettente, contro tutto, pur di non dover ricordare. Un pezzetto di verità da leggere, un giorno, per dirmi che forse avrò ancora una speranza e in assenza di quella, una fine se non altro dignitosa. L’ultima cosa che vedrò, sarà un viso che non so ancora riconoscere, l’unica cosa che ricorderò con grande nostalgia, sarà quel cadere morbido di capelli lungo la schiena. Capelli morbidi, lucenti, che adesso sono tutto un sibilare, un ammucchiarsi osceno di serpi che non conosce riposo, che non sa accogliere altro che il mio stesso disgusto.  

Ecco, è nuovamente giorno, ora. Ho avuto un risveglio dolce di echi di risa che ormai la mia voce, non ricorda di aver mai soffiato via. Eppure il ricordo, a volte, ha persino un cadenzare efficace di suoni e odori, tutti concentrati a fare un dispetto al passato, a dirgli che non è poi così definitivo, anzi: è percorribile, ripetutamente, anche se soltanto a scorci, a bocconi piccoli. E torna a fare male e bene, torna ad abbracciare, a consolare a voler restare quando vorrei che fuggisse via in fretta e a non restare, prendendo in contropiede le mie voglie, quando sarebbe bello se mi torturasse ancora e all’infinito con quel suo aroma dolce e velenoso, di ciò che resta definitivo e mira ad un’illusione di ripensamento.

Sento l’eco di passi muoversi da un punto non molto vicino alla mia prigione dorata. Non mi manca nulla, mai. Mi manca ogni cosa, sempre. Ho pregato che mi concedessero un privilegio, uno solamente, in questa vita lunga una manciata di meraviglie ed un inferno senza fine: la prossima vittima, per mio volere, avrà gli occhi chiusi, costretti dunque ad una momentanea oscurità da un lembo di stoffa, rossa di sacrificio, morbida di seta. Avrà le mani libere, sciolte. Avrà addosso un abito ben curato, impreziosito da dettagli di un pregio indiscutibile. Avrà la rassicurazione di essere condotto da una donna dal fascino incontrastato, per generosità: verrà da me e avrà partecipato prima, ad una festa sospirata da molti e a molti negata. Avrà in dono un privilegio e poi un altro: quello di andare dritto incontro alla morte senza saperlo, per un capriccio volto a soddisfare i miei bisogni di mostro.  
È così che mi vogliono, in fondo: li accontenterò.

Ecco un vociare che ancora non distinguo, qualcuno impone il silenzio. Ecco questa luce opaca, non voglio che abbagli ma che si posi leggera su tutte le cose, ad omaggiarmi.
È qui: quasi commovente, in quella sua timorosa inconsapevolezza. Lo lasciano a me, fuggono via coloro che lo hanno guidato al mio cospetto, ad occhi appena socchiusi, sbattendo l’uno contro l’altro, senza mai guardare in alto. Senza mai guardare
me. Mi sfugge un sorriso compiaciuto: sono potente. La mia condanna è la mia più alta fonte d’autorità.  
Mi avvicino alla vittima prescelta: gli concedo un tocco leggero di mani che non vanno a spogliare ma ad indagare. Sento ancora il suo calore, sento ancora il sangue scorrere in un flusso continuo, a tenerlo in vita insieme ad un cuore che tra poco non avrà più spazio per battere. Mi chiede con voce esitante delle spiegazioni. Poso un dito sulle sue labbra: esigo che le parole non vengano ad inquinare questo istante di perfezione. Supplico in silenzio quel groviglio in perenne movimento, sulla mia testa, di smettere, di lasciarmi sentire: voglio farmi io stessa dono e condanna, riuniti in un solo essere, per qualcuno che finalmente non sia io. Sollevo piano la stoffa a circondare gli occhi del mio improvvisato amante: amante immaginato e quasi deriso, amante giunto ad un solo istante dal suo ultimo respiro.

Finalmente mi guarda, poi tutto tace, si spegne, si raffredda.
E all’improvviso resta davanti a me, il mio più grande capolavoro: un uomo irresistibile nella sua espressione intatta, di pura attesa, di impazienza. Sospirava la sua donna d’incanto, una promessa sussurrata da altri al suo orecchio solo pochi minuti prima. Una promessa bugiarda che riguardava me, creatura oscena, senza che lui lo sapesse. Ecco il dono di una morte giunta prima che lui potesse realizzarla, a regalare a me la bellezza imprevista di un nuovo sentimento da osservare, in una vita lunga ancora chissà quanto
.