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L'Inquieto Vivere

Scritto da Renato Erpili.

Pensavo alle dipendenze. Ci sono parole che racchiudono un intero universo ed una breccia d’assoluto in più. Sono parole abusate, usurate, sono parole forti, tenute a bada nel modo più semplice che c’è: occorre ficcarle in uno schema piatto, rigido, di categoria.

Io faccio parte di un genere. Sono classificabile, riconducibile a un preciso punto, a una linea di comportamento, a teorie e fili logici intrecciati a fare di me un caso, una condanna o una pia assoluzione. Ho il bruttissimo difetto di considerare le mie fragilità: sono tutte qui, mi chiamano per nome, vanno persino abbracciate di tanto in tanto. Mi si chiede una forza imponente. Bene, ma io quella forza non ce l’ho. 
Ho una resistenza, un orgoglio ed una certa fierezza. Ho l’abilità di guardarmi dentro e muovermi per me o soccombere in silenzio fino a che prendo coraggio e voce e allora mi dichiaro forte, a mio modo. Ho il privilegio di sapere dov’è che si risale, senza dover mandare fuori strada il vivere altrui per una questione di priorità. “Io soprattutto”, non mi piace un granché. Io con tutto, piuttosto. Io per tutta quanta me, moltiplicata per un’incognita felice di sbocchi imprevisti.
Forse è una visione troppo rosea. Forse ho una vanità troppo gentile. Forse un giorno smusserò questa mia fissazione di voler crescere a metà, in lungo e senza schemi, ampia nel profondo, chiusa per sbaglio.   

C’è una frase, di Amélie Nothomb, che mi congiunge a un concetto fondamentale:
“La fame sono io. Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l'essere, quel vuoto che attanaglia, quell'aspirazione non tanto all'utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c'è niente, imploro che vi sia qualcosa”. 
Come rincorrere tutto quanto restando immobili, e il pensiero è un viaggiare largo, ma che non tocca. E la pelle, ad un tratto, deve per forza sentire addosso un avanzare quieto di sollievo, di mani o di sguardi ben diluiti. È un po’ come aver bisogno di una misura colma e non sapere più quale nome attribuire ad ogni vuoto di profonda mancanza. Come relegare al cibo assunto in maniera scorretta, ad un amore sbagliato, ad una smania di perfezione che uccide l’improvvisare, tutta la possibilità di svolta, tutte la responsabilità che si può.     

È una realtà sempre più diffusa, quella dell’indifferenza. Il dolore ha una voce sottile, non udibile alle orecchie di molti, troppo spesso. Basta guardarsi intorno: è un fatto lampante. È una tendenza insana l’adottare un linguaggio fradicio di punti bui, pronto a scartare l’innocenza bella di una sincerità che si dichiara e non esita. Cambiano le cause, i sintomi, cambiano i modi in cui un inquieto vivere si presenta agli occhi, segna il corpo. Fugge via la tenerezza: si è sempre troppo impegnati a smussare angoli e ad inventare coincidenze, troppo presi da contraddizioni per lasciarsi davvero incontrare, accogliere. E non c’è assoluzione, non c’è tregua, a meno che ad un tratto non la si voglia al punto di crearla dal nulla, in un istante di resa e di sollievo, in un solo attimo di lucidità finalmente condivisa.     
Fino a sbagliare, senza temere di non poter più recuperare. E sbagliare, perché l’errore è contemplato, perché dal caos nasce molte volte un’opportunità di grandezza. E raccontare, perché da un silenzio da interpretare è sempre troppo facile fabbricare malintesi. Perché è dolce l’idea di un punto molle di rigidità contraddette, nel quale potersi finalmente dare spazio. Perché forse si era mille volte giusti, con poco: le mani sporche di terra, i capelli arruffati e le parole ancora prive di compiutezza. Si era perfetti così e non lo si sapeva ancora, forti di una capacità di stupore tale da spostare lo sguardo all’insù in un punto azzurro senza fine, a dare un nome alle nuvole tentando di imitarne l‘incanto.