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Che Tu Sia Per Me Ferita e Cura

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Ho conosciuto per caso David Grossman. Un caso buono, che quando vuole porta incontri graditi con il solo intreccio di un rincorrersi di gesti e coincidenze.

La pelle arriva in anticipo, la mente la segue e la sostiene. È un succedersi di momenti da esprimere anche con parole altrui, questo mio stare al mondo. Trovo il mio grado alto di sollievo e di svolta in una rivelazione croccante, letta per sorpresa e meraviglia in un punto che mi ospita e mi rapisce, magari al centro di una libreria affollata. Leggere è un po’ estraniarsi. Leggere è arrampicarsi su un punto di osservazione tutto nuovo, scoprirlo poi abilmente riprodotto da uno sguardo sconosciuto eppure stranamente complice, molte volte rivelatore. Leggere è camminare restando perfettamente immobili, su terre inesplorate e familiari al contempo. Ed è un po’ scrivere, ancora e di nuovo, sé stessi. I libri hanno l’incredibile capacità di venirmi a scovare, nascosta nei miei angoli ingarbugliati di irrisolto: io mi limito a riconoscerli per odore, pagina ed istinto. 
Che tu sia per me il coltello è un libro che ha avuto ed ha tutt’ora, per me, la consistenza esatta di ciò che si appoggia ad una forma e subito ne indovina le fattezze. Non ha bisogno di misure: trova un giusto avvolgere in una manciata di righe, di istanti. 

Nasce da un ritmo insolito, un romanzo così. Dall’osservazione minuziosa di dettagli ad un primo impatto trascurabili, osservazione alquanto allargata in tempi che non vogliono affrettare il passo e lanciarsi risoluti verso un’urgenza da soddisfare, tutt’altro: vogliono sospendere, piuttosto. E condurre, lasciare intendere. Nasce dal coraggio di chi sa come si fa a concedersi tutto il tempo per capire, per poi cedere irrimediabilmente ad un’immaginazione fervida da assecondare e trattenere, da negare e cercare poi, ancora, con grande fame. 
Myriam è una donna apparentemente risolta. Myriam rimane chiusa in un tentativo di proteggersi appena abbozzato. E tutto intorno a lei vi è un mondo chiuso, eppure steso all’aria aperta, prossimo all’uscita di una scuola: una donna in compagnia di qualcuno ed una distanza posta tra sé ed il vociare circostante di adulti e bambini, a manifestarsi in un pallido tentativo di trovare rifugio tra le proprie braccia e non lasciarsi indovinare. 
Yair è un uomo eccentrico, se non altro nei modi. Lui, è l’occhio estraneo e audace, è lo sguardo che indaga, è il percepire uno spazio di lontananza prettamente fisico che con il solo guardare si fa vicino, colmo di curiosità viva, irrinunciabile. Myriam è il soggetto indiscusso di quell’attrazione inspiegata. Attrazione che per una serie di piccole circostanze, si fa parola, diviene lettera su carta scritta di proprio pugno: è così che si sviluppa l’intera vicenda. È così che due perfetti sconosciuti prendono a raccontarsi. Ed è un privilegio ed una condanna, una carezza costante ed un voler andare bene a fondo, dentro e di più, con parole languide e spietate, fredde come una lama di coltello ad incidere, senza temere la ferita inferta, né quella subita. 

È un racconto di vita a due voci, a quattro mani, una corrispondenza vecchio stampo e doppiamente fascinosa, priva dei tempi veloci di una tecnologia affidabile ma troppo estranea. È un rimarcare limiti e volerli continuamente oltrepassare.
Che tu sia per me il coltello, è uno scandire con ritmo imprevedibile, circostanze che hanno tutta l’aria di rincorrersi e non volersi prendere mai. E volersi afferrare sempre. 
C’è un’impossibilità, un patto segreto tra i due protagonisti. La lettera è un incontro comune e non tocca il presente, li spoglia in differita, non tocca la vita che ciascuno di loro ha scelto: una famiglia che ha tutto il diritto di restare fuori da quel loro incontrarsi appena immaginato, odoroso d’inchiostro. 
David Grossman ha la capacità sorprendente di dare una cadenza esatta alle parole scelte. Ha il dono bellissimo di chi sa disegnare situazioni tra le più disparate, parlandole. E lo fa con dovizia di particolari, lo fa racchiudendo in una sola frase, tutto il senso di dolore o distacco o desiderio pressante, spinto ai limiti della sopportazione. E non sopporta, in realtà: prova e dichiara. Ha un modo di scrivere lento e poi veloce, tratti discontinui a dare movimento. Ha parole che sanno rendere con grande maestria, la sensazione calda, umida, languida, di un volersi addosso e dentro, senza avere modo di aggrapparsi con ferocia dolce di rimpianto, ad un bisogno di avere tutte quante le carezze e i graffi, tutto quanto l’affidarsi che si può, di pelle ed ossa e non soltanto pensiero. 

Myriam e Yair si svelano così, in tempi non troppo lunghi, in una narrazione dai ritmi serrati, suddivisa in due parti: prima le lettere di impronta vagamente visionaria, rapida ed interrotta, ripresa, fortemente combattuta di Yair. Scorre via così, una buona metà del libro: senza che si abbia mai modo di sapere con certezza una risposta piena, di donna, alle parole scritte per mano di un uomo, estremamente accese. Myriam viene abilmente svelata soltanto alla fine: quando è necessario non avere fretta di sapere cosa ne sarà di loro, disgiunti e uniti più che mai. Eppure la curiosità non inganna: la corteggia, quella fretta. Vuole che tutto arrivi al dunque e non arrivi ancora. E allora Myriam prende parola quando la storia necessita di uno sfumare tipicamente femminile, verso un discorso ampio di spiegazioni, ammissioni di fragilità, coraggio. 

Ed è proprio in quello che il raccontare si fa abile di spazi di attesa lunghi a non concedere. Alla fine, si svela tutto ciò che è necessario sapere, senza mai cadere in una banalità di stile altrimenti imperdonabile: le parole si rincorrono, gli eventi premono, le ipotesi si fanno strada e prendono i contorni di una certezza lampante, di puro sollievo. La punteggiatura insiste, martella, non riposa mai, fino alla fine. 
L’autore resta molto più che intenso, fino alla parola conclusiva. Lascia con in mano un libro ormai chiuso, un respiro spezzato e poi ripreso, una sensazione piacevole, tipica delle cose che dovrebbero avere un seguito, per trattenere ancora un po’ di quella morsa, di quell’incanto.