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Un Amore di Poesia

Scritto da Fiorella Pesino.

Ultimamente parlo spesso e assai volentieri delle donne.

Sarà che sono una fiera sostenitrice del mio genere, più femminile che femminista, tutta intenta a sostenere un ruolo che non sia di sopraffazione e di vittima né di un processo irreversibile di mascolinizzazione. Sono una donna vecchio stampo. Una di quelle che trova nell’espressione rinfrancante di un dissetante diritto alla felicità, una rincorsa, un salto nel vuoto, un diritto pieno e lecito di chiunque abbia in mente di vivere secondo le proprie attitudini, le proprie passioni. Sono una donna che sostiene l’importanza gracile e decisiva dei ruoli: io ho un merito, allora lo dimostro, e questo non può che prescindere ampiamente dal sesso.
Ho un modo di muovermi possibilmente felino, certamente insicuro, inevitabilmente di donna: ed è un ruolo che intendo mantenere, insieme ai risvolti ed alle possibilità di gioco, che di fronte ad un uomo e per pura e divertita intensione di scambio, più che altro momentaneo, può vedermi cimentata in attività mascherate d’altro. Altro da me, altri passi da improvvisare come in bilico su una corda tesa, vibrante, a lasciarmi cadere tra risa e sbuffi d’aria, su un terreno fertile di ritorno alle origini e di complicità. Così, mi piace: il ruolo e la smentita e di nuovo il gioco, poi, in un fare e disfare a dir poco allettante. 

Donna scrittrice, donna e madre, donna e sopruso, donna e conquista. La curiosità è donna eppure bisogna ammetterlo, si lascia volentieri possedere da alcune menti di uomo, in maniera egregia. 
C’è un modo sempre differente ed uguale di appartenersi. C’è un mondo incisivo e dolce o malinconico e a tratti euforico, caratteristiche assolutamente differenti per intensità e contrasto, a depositarsi tutto in un unico sguardo di donna, in un unico portamento, in ciascuna sconfitta e rinascita, in una femminilità che prevede una buona dose di magnetismo in punta di tacco, persino allacciata alle stringhe di comode scarpe da ginnastica pronte ad afferrare il mondo in corsa e a portarlo dentro tasche ricolme di obblighi e sogni da coltivare. 
C’è una vita presa a morsi, dolce come il succo di una mela a tinte rosse, rubato agli angoli della bocca in punta di lingua. C’è una vita guardata di sottecchi con fare incerto e cumuli di insicurezze da trasformare in passi di danza e giravolte ad effetto. C’è una vita da amare forte, al punto di non volersene saziare e in alcuni casi, decisioni figlie di “perché” su cui non indago per puro senso del pudore e del rispetto. Vite smesse che sembrano sfuggire di mano, sembrano scoppiare, sembrano non riuscire più a restare tutte contenute in un solo corpo, in un solo amore folle. 

La delicatezza e l’impeto di essere donna, ha trovato e trova ancora nelle pieghe di parole usate e lasciate esondare con tocco deciso e a tratti arreso, la maggiore e più efficace espressione. Mi vengono in mente donne che hanno fatto della poesia il loro più nobile sfogo, la più alta forma di comunicazione tra sé ed un pubblico vasto, di sensibilità in un perfetto accordo che certamente nemmeno sospettavano di poter ricavare. Nasce così a volte, la sorpresa di trovarsi ad incontrare sentieri percorsi invano da troppi altri, apparentemente senza sbocco. Nasce così la sorpresa di saper dire per molti, cominciando da una capacità raccolta di parlare a sé stessi, per una via incerta di timidi tentativi. Succede così di avere una risonanza inaspettata, per il solo dire le più grandi paure ed il più folle invaghirsi di tutto, ad ogni cenno di svolta, con grandi sbandate di metafore e ghirigori incolti. 
Restando in tema di poesia, oggi la mia mente accoglie entusiasta l’idea di un tributo che vuole essere lieve ed il più possibile carezzevole, ad una donna straordinaria: Antonia Pozzi. 

(…) Ed io sosto 
pensandomi ferma stasera 
in riva alla vita 
come un cespo di giunchi 
che tremi 
presso un’acqua in cammino. 

Lei, con i suoi accenti di malinconia elevata ad altezze sublimi. Lei, con quel tratto triste di penna e di sentimento, che raccoglie l’attenzione e la porta ad accendersi secondo precise istruzioni che nulla hanno a che fare con la metrica. 

Indugiano 
carezze non date 
fra le dita dei peschi. 

È una sorta di incantesimo languido, penitente. Una sorta di prezzo da pagare per un troppo vivere che non trova sbocco in una soluzione fredda di calcolo o fortunosa di coincidenza. È un vivere che resta appena a galla e un po’ affonda, sotto un carico di sensazioni forti da non poter gestire. 
Se c’è un modo di legare le parole strette ad un prodigio, è quello di riuscire a renderle tangibili. “Carezze non date, fra le dita dei peschi”: ecco che prende corpo un’immagine. Ecco che quasi sembra di poter tastare quel gioco di velluto sulla pelle, quell’odore buono a suggerire un morso, quel tendere impaziente, quell’allungarsi incontro a ciò che poi non si sa dire. Sono carezze non date, in fondo. Quale certezza potrebbero pretendere mai, se non quella del sogno? 

Alle soglie d’autunno 
in un tramonto 
muto 
scopri l’onda del tempo 
e la tua resa 
segreta. 

È dolce il ritmo, dolce la resa. È dolce quel battere costante di finitezza, con pretese larghe di respiro. Anche quando sembra essere superfluo, anche quando torna ad essere poco più che un disperato appiglio di vita, quel respiro fa la differenza. Gonfia il petto e i tentativi inutili, si infrange contro scogli impassibili di confine. Toglie la vita, prima ancora che il battito. 

Ti do me stessa, 
le mie notti insonni, 
i lunghi sorsi 
di cielo e stelle – bevuti 
sulle montagne, 
la brezza dei mari percorsi 
verso albe remote. 

Non si direbbe mai percorribile un tragitto così, affrontato in debito di ossigeno, in corsa, sotto archi serrati di speranze e disillusioni ad offrire un riparo incerto. C’è una costruzione di convinzioni e fragilità tutte da franare, che toglie agli occhi squarci d’azzurro e viste mozzafiato ad ampio raggio, restituendo loro poco più che una visione circoscritta, in bianco e nero. 
Antonia Pozzi era un giovane talento, una giovane speranza, un amore giovane da strappare via al destino con unghiate feroci, almeno quanto un dolore insostenibile risolto con un prezzo troppo alto da pagare. 
Antonia Pozzi, la sua vita lunga una manciata d’anni e una bellezza risoluta, che ancora non sa smettere di prestare al tempo quei versi di autentica ed indimenticata meraviglia.