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Parole In Punta di Dita

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Incontri, pensieri ed altri privilegi sparsi in un tempo inerme, un cielo color Miyazaki.

E poi un blu fitto d’estate, chiazzato di nuvole bianche di cartone, è un istante che ama vestire d’imprevisto. È uno spazio vuoto a perdere, è un riempire che raccoglie stralci di esistenze e le mescola, poi, con grande arte. È una magia orfana di cappelli a cilindro, è una madre che torna piccina e lo sa che gattonare è ciò che conta: guardare il mondo ad un’altezza bambina, dirsi regole buone da precipitarci contro e dietro, con uno sguardo ampio a raccontare ciò che era ed un piede poggiato su un futuro da incoraggiare. 
Così, la natura di vento e sole e terra umida di pioggia. Così la mia natura morbida di donna equel vagare incerto che ad un tratto trova un appiglio e ne fa risorsa. 

Imparo a camminare mille volte e ancora una, su di un piano, in salita e lungo trame fitte di stupore.
Mi inventassi nuova senza troppo attendere, avrei lividi sparsi a raccontare un inverno che non è più, incollati alla pelle, rimossi a colpi di spugna e baci rapidi come rintocchi d’orologio. Così mi spiego il tempo: tessendo trame d’arabesco intorno ad uno scorrere che non conosce resa o sentimento, cantando il senso di un andare che ormai tutto chiuso in una sola nota grave ed un silenzio prolungato, non sa più starci. 
Trovassi un urlo efficace, sarebbe una danza ininterrotta, un incedere da calpestare forte su melodie gentili. Sarebbe una macchia di colore, una tela sgualcita, l’ispirazione in corsa, spezzata. 
Sapessi gridare la mia stessa trama, avrei parole degne di uno sguardo fugace che raccoglie l’effimero e ne fa una bellezza lunga d’incanto. Avrei domande da risolvere trapuntate di enigmi e un destino smarrito che non ha più senso univoco ma molte direzioni, in andare e venire, equidistanti da uno stesso punto di domanda. 

Ma non grido e non trovo: cerco, semplicemente, con l’andare tipico di chi non si dichiaraper paura che tutto quanto cada a frantumarsi in un battere di ciglia. E cerco ancora, con l’insistenza buona di chi non invade mai e assorbe e poi respira odori e pagine di libri nei quali mettere il naso. E tracciare tutto l’infinito che si può, chiuso in uno spazio piccolo di conchiglia, in riva ad un mare di idee buone e di confini infranti. 
Li seguo, quei confini e non soltanto con gli occhi. Poi disarmo le mie paure attente, spinose come quelle di chi ha una soglia da non varcare, per timore di trovare fredda l’accoglienza. È una forza muta e testarda di rimpianti, a guidarmi.  Ha l’intenzione gelida del riscatto, la morbidezza giunta a trovarmi qui: non più da sola, non più davanti, ma accanto. Ho un pensiero da pensare ed il pudore vermiglio di chi ciò che ancora racchiude e non schiude mai. Ho un nome di uomo da mimare a fior di labbra: è tuo. Ho un abito ed un sorriso da sfoggiare. Ho in mente la destinazione esatta di un sentire confuso che ha un unico scompiglio e i tuoi soli tratti. 
Ho sguardi posati ovunque e in nessun luogo, marcati come impronte leggere a superare ciò che resta fermo e non può farsi avanti, non può osare oltre. Impronte tiepide di sole, disciolte nell’aria, in controcanto. 

Si potesse dare un respiro alla libertà, avrebbe forse il sentore del vento tra i capelli in un giorno di Maggio, in un dove qualunque. Avrebbe forse mani piccole di bimbo, incollate di zucchero filato e giochi d’altalena. Avrebbe uno sguardo che incide e non resta, no: cambia idea mille volte, si sofferma, non si posa mai. 
Tu, mi insegni la libertà in un ricamo di riflessi, in un affidare che ha il trattenere saldo di una mano amica. 
Sono idee strampalate di una donna qualunque, lo riconosco: so che ne sorriderai. Sono idee fragili e folli, sono pensieri incastrati tra un sorriso ed una manciata di sabbia. Resto qui, scrivo di te: è tua, la libertà. È tuo il vento, è tuo il gioco d’altalena, è tuo il mare e l’orizzonte cupo. È tua la mia penna, i miei intenti, questo mio nascondiglio impaziente. Resto, scrivo di te che ancora non lo sai, di questa mano che trema, di queste ossa, di questo battito sotto pelle che puntuale mi dice che qui è il mio posto, il mio dunque, la mia speranza. Ho parole a raccontarti del tempo trascorso in tua assenza. Del tempo tuo, di questo mondo fallibile, arrogante, eppure forte di una bellezza che mai nulla può, contro e nonostante. Ti scrivo e il perché è un dettaglio da poco, un ingombro, una luce densa che importuna il sonno. Sono qui ad imbastire sorprese spoglie di effetti speciali solo per dirti che io e tu. Solo per dirti che “noi”. 

Non ci serve altro.