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Ho Sposato mia Nonna

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Per chi non ha equilibrio, e in superficie non sa camminare a lungo senza scivolare, non esiste un modo di entrare nelle cose che non contempli l’uscire fuori da sé e da un certo contesto, in un andare e venire che accade sempre per tentativi.

Si impara a guardare oltre per comprendere bene una situazione di vita e di affetti che altrimenti, se vista troppo da vicino, non svelerebbe che i retroscena, i giochi e i gioghi passati: il vizio dei perché domandati tardi, delle conseguenze venute prima dei fatti e delle scelte, come sottosopra: a fronte del guasto, un rattoppare venuto di fretta, e poi un retrocedere periglioso, in cerca delle cose accadute più o meno consapevolmente.
Quando tutto è posticipato, indifeso e volitivo al contempo, quando cambiare è facile da declinare solo in termini di grammatica, e all’infuori di quella ogni cosa protesta, ci si guarda allo specchio non soltanto per imparare a memoria le linee del proprio corpo e saperlo difendere da sé stessi, e ancora più che da chi è lontano e vorrebbe pure approssimarsi. È un farsi vicino con la prudenza di chi vorrebbe essere imprudente, e sollevare un’audacia che scoppia in petto dopo mille, piccole (e timide) rivoluzioni. Si cerca il proprio riflesso per fare il punto della situazione e mettersi al centro di una frase, un capitolo di vita, una nuova essenza. La pagina sarà sempre un poco sgualcita, perché non può essere intonso il viaggio di chi esplora e tenta di apprendere ciò che sente come un’esigenza; non lo è stato quello suggerito da Tito Pioli, per esempio: pagine e pagine vissute, lasciate riposare, riprese e interrogate, ringraziate.
Arrivo al punto con la stessa, squisita febbre di cui è pervaso un suo romanzo:
Ho Sposato mia nonna. Una gran mescolanza di storie assurde e profondissime, una cosa promettente e paradossale fin dal principio. Un romanzo fatto di parole vere, di fatti accaduti e piccole veggenze, teorie stralunate e voci fuori dal coro, momenti di acuta riflessione, sornioni, caldi e feroci. È tutto un sali & scendi, e nulla è smorto mai; forse è grottesco o forse siamo noi, forse non è troppo tardi. 

Ho letto in viaggio questa opera funambolica e ho viaggiato ancora al suo interno, per trarre l’ennesima linea di confine disegnata, cancellata, rimarcata di nuovo pur di osare ancora un passo, una svolta, un momento di sincerità.
Perché pure Tato deve essere stato un guasto, un capitombolo, una giravolta, una cosa scomoda e spersa, un cambio di rotta, e deve aver avuto uno specchio in cui guardarsi in tutta sincerità, per vedere quel suo aspetto un po’ da giocoliere, e un po’ da disadattato. Un parolone di quelli forti:
disadattato. Solo a dirlo, tremano le mani e tutto l’essere, perché si sa che è una gran fatica entrare a forza dentro quello spazio scomodo, dentro l’ennesima etichetta, e dirsi ad alta voce che è vero: ci sono i forti, i giusti, i sani di mente e di corpo, quelli che afferrano al volo un messaggio qualunque, e su quello fondano la propria esistenza in un modo coraggioso che solo ad alcuni sembra così lontano, ammirevole e difficile. Tanto che poi non serve distribuire colpe ed evidenti passi falsi, e le dita è tanto meglio puntarle contro sé stessi, un tentativo alla volta, fino a trovare la giusta misura. L’esagerazione non va mai bene, il rischio è di restare sbigottiti e sfiniti, spauriti più di prima, e non ne vale proprio la pena. Il dolore è così grande che si finisce per trovare amore in ogni luogo e catena.

Si finisce per cominciare dove altri non oserebbero: se Tato sposa la nonna, un motivo c’è. Ed è una sola unità che passo dopo passo raddoppia e moltiplica le sue ragioni. Non c’è contatto fisico tra i due; forse, in alcuni momenti si coglie la possibilità di una carezza e di uno sguardo amorevole, che di malizioso non hanno proprio nulla. Però la complicità è chiara, folle e leale. Il mondo che circonda i due protagonisti somiglia tanto ad un cappello a cilindro, e Tito Pioli è un grande illusionista: non vi è trucco che non sappia di vero, ma la frase è valida anche al contrario, giacché il mondo è spietato, è crudele ed infimo; il mondo è una strada in salita e il vuoto all’improvviso, nella pancia e sotto i piedi, nella testa e in bocca, vuoto nelle carni, vuoto e sospensione di tutto, ma non del giudizio.
Occorre vedere quello che c’è, trovargli uno spazio e darlo in pasto all’amore, quando si può. Amore che non placa il bruciore di un graffio e ne aggiunge di nuovi. Amore che viene e che va: solo quello che lega Tato e la nonna non ha fine. E non è convenzionale, non è logico come logico non è ciò che lo sostiene. È tutto emotività e urgenza. È malattia che si allontana da una smania di vivere e a quella torna, inventando una quantità infinita di pretesti, incognite, nuovi modi di portare a casa una sconfitta e studiarla senza requie, fabbricare un domani su quella, inventare un futuro smagliante, una nuova identità.

Succede tutto e niente, compreso quello che vediamo ogni giorno intorno a noi. Sotto molti strati di pagine e di storia, di metafore e similitudini, si vede bene il personaggio e la persona, e si inseguono i loro sogni, le loro stranezze, i loro incagli. La vita incalza, e loro le chiedono di rallentare un istante. Qualcuno trova pace solo nella sofferenza altrui, che pare quasi un’assoluzione, come un pegno da pagare per un male fatto in precedenza, che porta tutti gli altri a uno stato di torpore, di innocenza anche fasulla, ma da condurre in scena con maestria: potrebbe toccare a tutti, quel dolore, ma fino a quando non arriva il proprio turno è bene indossare una maschera sgargiante, guardare dall’alto in basso e dirsi migliori. 
Alcuni si tolgono dal centro esatto di una vita che non ritengono tale, si spostano ai suoi margini e vivono silenziosi, dimenticati. Alcuni smettono ogni cosa, gli slanci e la vita stessa. Ma certi personaggi che trovo deliziosi, sentono tutto e di tutto hanno cura, con una dedizione che non sempre è delle cose umane, non sempre è visibile e partecipe, non si può accorpare a molte esistenze, molte attività, perché è delicata, intima, non sa fare chiasso, non parla ad alta voce; è quasi intinta in un velo di pazzia, un delirio timido, silente e loquace nelle espressioni del volto, nelle mani strette sul bersaglio, che può essere un volto amico, può avere fianchi da artigliare, oppure il battito di un cuore sotto un mucchio di pelle, ossa e sangue a fiumi, a oceani: perché sarà capitato a tutti di sentirsi troppo piccoli per non avere una scadenza, e troppo grandi per non chiedere di essere compresi, accarezzati, per poi rispondere così, proprio nelle carezze, prima che tutto sia finito. Ecco cosa accade, quando si legge Ho sposato mia nonna: ogni carta è in tavola, e tutto il resto brulica, preme, invita, ci svela senza esitare, e afferma che siamo tutti una cosa misera e grandiosa, affidata ad una storia ancora tutta da scrivere.