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Sedici

Scritto da Paolo Ceccarini.

In terza mi piaceva una ragazza. Si chiamava Elisa.

La guardavo ogni mattina, davanti all'istituto, stringendo le cinghie dello zaino nei pugni. Lei camminava insolentita, mi piaceva supporre, dalle cose della vita, come uno di quegli esseri speciali che per eccessiva sensibilità o disgrazia riescono a vedere la bellezza della miseria umana. Non era tipo da mettere in mostra le proprie forme, Elisa: indossava sempre abiti morbidi, che facevano solamente intuire le sue rotondità. Era una delizia nervosa e ammaliante. Io nascondevo il mio sguardo come potevo, ma lei sapeva che la osservavo, e mi scrutava per attimi brevissimi, corrugando le guance e le labbra in una smorfia di repulsione.
Faceva così ogni giorno, come se volesse esaminare la mia sconclusionata bruttezza un dettaglio alla volta e mappare, pian piano, i miei brufoli. Quei modi altezzosi, per me, erano l'espressione della sua superiorità alle cose terrene e orribili della vita, di cui
io facevo parte. Mi sentivo umiliato, ma solo un poco. Come potevo condannare lei, che era bellissima? Era giusto che le sembrassi ributtante, perché ero convinto di esserlo. E comunque non mi sarei privato dell'unica gioia che conoscevo: la sua breve passeggiata dalla fermata del bus all'ingresso della scuola.
Il mio compagno di banco – uno sfigato anche lui, ma almeno era un secchione! – mi diceva spesso: «Marco, ti sei proprio fissato con Elisa, eh?» Io non gli rispondevo, finché una mattina, in classe, sbottai: «Mi disprezza, lo so, ma che devo fare, ammazzarmi?» La professoressa urlò: «Marco e Daniele, voi due! Smettetela! Daniele, siediti nel posto vuoto qui davanti». Il mio compagno ubbidì lanciandomi un'occhiata accusatoria; io rimasi solo, montando un'aria strafottente per atteggiarmi a ribelle, ma la vergogna e la tristezza mi tramortivano. Ogni cosa mi era negata: le ragazze, la possibilità di partecipare al mondo, il rispetto – tutto quanto.

Un giorno, mentre aspettavo Elisa nel cortile della scuola, intravidi Ruggero, uno dei miei persecutori più affezionati. In genere lo ammansivo dicendogli che le donne gli cascavano ai piedi e che avrei voluto essere un duro come lui. Zitto, sperai che non mi notasse e mi girai di schiena.
In quel momento arrivò Elisa. Camminava nella mia direzione e, stranamente, sorrideva.
Non strinsi le cinghie dello zaino, anzi, le braccia intorpidite mi penzolarono lungo i fianchi. Ma proprio in quell'istante Ruggero mi oltrepassò colpendomi con la spalla, sghignazzò e si avvicinò a Elisa. Le disse qualcosa con una buffa voce da macho.
Di fronte a Elisa la sua tracotanza franava in tutte le direzioni: gonfiava il torace per impressionarla, ma sussultava come una caffettiera. Rimasi a osservarli, incredulo; rimasi a osservare il sorriso di lei che si allargava, lui che si chinava per baciarla sulle labbra e le afferrava risoluto il sedere.
Ero impalato, non riuscivo a proteggermi:
dovevo cogliere ogni dettaglio e punirmi.
Quando gli occhi di Elisa emersero sopra alla spalla di Ruggero, decisi di andarmene, confuso come se fosse crollato tutto ciò che ero.
Non feci in tempo a muovermi che sentii la risata di Elisa e, dopo un frangente, la voce di Ruggero, ritemprata alla sua netta arroganza: «Ehi, tu!» Proseguii ignorandolo. Borbottò qualcos'altro prima di gridare: «Fermo lì!»
Ubbidii, senza pensare che fermandomi dichiaravo di essere colpevole. Tremai, zitto; nella mia testa si diffuse un terribile fischio, interrotto da uno strattone: Ruggero aveva afferrato il mio zaino e mi trascinava nel parchetto antistante.
«Che ci facciamo con questo sgorbio?» chiese a Elisa che rideva coprendosi la bocca. «Visto che ti piace guardare, vieni qua. Ci portano i cani, qui dietro, lo sai?»
«Sì, perché?»
Ruggero mi spinse in avanti e fui costretto a saltare un'immensa cacca di cane. «Ma no, non devi saltare» disse. Mi torse il braccio con una mossa di judo. Mi costrinse a terra davanti all'escremento. «Guardalo bene, non ti sembra di stare allo specchio?»
Non risposi.
«Sei sordo?»
«Sì, sono una merda» ammisi.
«Non hai un minimo di orgoglio! Adesso te la faccio mangiare.»
«Dài,» intervenne Elisa «mollalo, basta così».
«Devo mollarlo? Non lo so. Tu che ne pensi?» domandò scuotendomi il braccio.
«Ti prego, lasciami andare, il puzzo mi sta bucando il cervello.» Mi teneva la faccia a un centimetro dall'escremento, ne percepivo persino il
calore.
«Non mi hai convinto.»
«Devo vomitare» bofonchiai.
«Cosa? Vomitare?» Rise.
Mi fece alzare in piedi e si mise di fianco senza allentare la presa. Ebbi un singulto. «Puah!» esclamò divertito. Provai a piegarmi per rigurgitare, ma Ruggero me lo impedì, tirandomi il braccio all'indietro.
«Glielo spezzi!» gridò Elisa.
Mi vomitai addosso la colazione e lui, schifato, mi buttò da un lato. Ebbi un altro conato.
«Ti salvi perché c'è lei, chiaro?» urlò minacciandomi con il pugno.
«Sì» risposi inerte.
Si levò e sputò verso di me, sporcandomi i capelli.
«Poveraccio, hai esagerato» disse Elisa.
«Non deve guardarti» ribatté Ruggero.
Le loro voci si allontanarono. Restai immobile per qualche secondo.
Cercai di pulire il vomito dalla giacca a vento con un fazzoletto nelle dita tremolanti. Asciugai la saliva sulla testa con la manica del maglione. Mi preparai a subire la furia dell'insegnante: ero in ritardo per la lezione e non avevo nemmeno finito i compiti.