Stampa

Orfeo, Euridice e Madama Morte

Scritto da Fiorella Pesino.

Riposa sul mio petto un respiro scordato, una flebile speranza.

Io so che tu puoi guarirla, stregone. La mia ragazza caduta dal cielo, polvere di cometa sul mio tetto, lei che muove col pensiero le altalene dei giardini, lei che con uno sguardo dei grandi occhi bistrati gela il ghigno degli spacciatori, lei odorosa di fiori e nitrato di amile, Euridice, lei che ora è spenta, bianca, immobile nella nostra casa, dove tremano di freddo anche i ragni. 
Così dici mio Orfeo, e non voltarti! La tua Euridice che non cammina più giace su un letto di spine, dimentica del tempo. Non occorre che si faccia giorno. È una notte che ristagna senza sosta oltre la distanza incolmabile degli occhi chiusi. Eppure è chiara la mia visione, ti vedo bene: tu e la smania d’essere vigile, col tuo sonno che non conosce tregua; le tue note graffianti, la tua voce cupa: tu e le mura, Orfeo, e il sortilegio che ci tiene stretti oltre ogni lontananza. 
Era un dono da scartare con dita febbrili, questa morte a metà; il castigo di un sonno che ode ogni richiamo. Mi chiami a te, e io rispondo senza voce.
Era necessario che arrivassi qui per capire il senso profondo di ogni più piccolo gesto compiuto: i ragni ballano una danza oscura, tessono per me una culla. Fili lucenti d’avorio e laniccio, un coro di zampe calpestate intorno a questo nulla di un biancore pesante come coltri innevate. Le dita molli, nessuno scheletro a sostenermi: peso poco più che nulla, mi ripiego ad ogni cenno di malinconia. 

Rimane l’istinto a guidare gesti nuovi, trasparenti; stendo le braccia, mi raggiungo. 
Sono la trasposizione del mio stesso corpo, una copia di me, sbiadita. Desidero placare la morsa dell’urgenza, la pelle s’increspa prima ancora che un dito raggiunga la superficie desiderata: cerchi concentrici, come per un sasso lanciato in acqua e l’eco che lascia sul punto d’impatto. Scosto la pelle, è un tendaggio leggero che non oppone resistenza. Al posto degli organi, un volo coreografico di farfalle. Pare che ogni detto umano abbia una sua corrispondenza, qui. 
Io so che puoi guarirla stregone, anche se agli occhi del mondo lei è morta, troppa chimica, troppi libri, troppe notti da sola, quando io ero lontano. Così mi ha detto: si è sempre soli una notte di troppo. Perciò guido a milleduecento all’ora mentre la radio blatera blues Bach e bugie, io devo salvarla, capisci, stregone? 
Chissà perché chi mi ama davvero, non smette mai di volermi salvare. Come quella volta in cui lei mi prese per i capelli mentre affogavo. E no, non c’era acqua intorno ma vuoto; e lo stesso debito d’ossigeno, la medesima protesta dei polmoni ristretti, secchi, spremuti fino all’osso: corpo spugnoso e combattente, stupido corpo che mai si arrende al pensiero e decide per sé. 

E l’altro, anche lui mi salvò da una voce chiusa dentro una conchiglia, come una sirena di cui non ricordo nulla più che me, bambina, intenta a contemplarne le movenze. 
Ero lì, Orfeo, e avevo il mare davanti. Cosa potevo volere mai se non te, accanto? E tu ti sei inventato lì vicino, mentre il sole discendeva negli abissi. Il mio fianco e quel calore nuovo. Tu che mi hai ridato la voce. 
Ecco le lusinghe della fretta: non ti hanno mai insegnato il guasto del pericolo che resta in agguato e acciuffa la preda inerme, per soddisfare il capriccio di un istante? Rallenta, non correre, resta ancora al mio fianco. Sono solo l’illusione di un momento, creatura nata da uno specchio infranto e mille sogni disattesi. Mi hai pensato tu, mi hai soffiato dentro e ho appreso così, il respiro. Io non esisto. 
Lo stregone, lo so: occhieggia anche lui in questa parte di mondo. Mi scrive le cose sulla fronte, con un graffio leggero color carbone e ametista. La sua parola odora di mughetto in mio onore. Ne sono lusingata.
«Ritorna»: recita così, la scritta. E io la leggo riflessa in una virgola che svolazza come foglia caduta al suolo. Si firma così:
Stregone. Dovresti ringraziarlo. 

Quando ho conosciuto Euridice lei era senza capelli, stregone, l’avevano rasata per sfregio, e aveva gli occhi gonfi, chiusi per le botte. E giorno dopo giorno i capelli ricrescevano e gli occhi si riaprivano e il colore le tornava sul volto e lei diventava sempre più bella, stregone. 
Ah, la vanità. Me la insegnarono una manciata di sguardi e tutte le intemperie del mondo: le insicurezze sono la nube, il temporale, il freddo che screpola le labbra, la pioggia che bagna i capelli e scioglie il broncio. Chi ride con la pioggia fa del sole che verrà un gioco di facile risoluzione. 
Il dolore invece non ha dottrina, non lo insegna nessuno. È zoppo e sa rincorrere, è cieco e aguzza vista e ingegno affinché sia sempre a portata di sguardo la vittima da divorare, fresca di giornata. Avevo gli occhi gonfi e tu eri lì. Fingevo di dormire e tu mi crollavi accanto. Madama desolazione, Signora tristezza: parlavo con loro e tu non ascoltavi.
E mi dicevano: «dolce creatura, non temere. Morirai ancora un paio di vite e risorgerai invecchiata mille anni in un corpo giovane. Avrai stupore a sufficienza a contrastare i nostri artigli. Carne lacerata e cuore alle stelle, ci sembra un buon compromesso.» 

Ti darò un cuore nuovo per lei – sospirò lo stregone. – Non so perché, ma voi ragazzi della sesta generazione mi intenerite. Mettiglielo vicino, sotto le coperte, camminerà e prenderà il posto del vecchio cuore. E brucia tutto quello che hai in casa, libri, sedie, tavoli, deve fare caldo, o il cuore non batterà. 

E se poi non dovesse funzionare? 
-“I took a deep breath and listened to the old bray of my heart. I am. I am. I am.” 
- Tu cosa ci fai qui? 
- Mi rendo utile. 
- Guarda, sei tutto nero, scrollati un po’. 
- Non posso, sono un vecchio cuore. E morto, per di più. 
- Ora capisco il perché di tutto quel veleno. Le incompatibilità coi cinici, lo scudo contro i disillusi. Era la poesia che tu mi mettevi in circolo. 
- Si deve pur volere bene al proprio guscio. 
- La fai facile, tu. 
- Dai, non mettermi il muso, sono venuto a darti il mio addio. 
- E ora dove andrai? Non avrai freddo? 
- Mi aspetta un posticino al sole, tra il purgatorio dei cuori infranti e il paradiso di tutti i Cupido andati in pensione. 
- Fammi un fischio se ti senti solo. 
- No, tu torna laggiù e dimenticami. 
- Davvero pensi che funzionerà? 
- Se non funzionerà lo saprai. E allora sarà troppo tardi anche per il rimpianto. 
- Sei stato un cuore buono. 
- E tu un ammasso di carne niente male. 
- Vai, adesso. 
- E tu svegliati. 

Ho messo il cuore dello stregone sotto le coperte del letto di Euridice.
Stanotte, amore, vorrei rileggerti la storia del bambino e dell’orso, o anche quella del dottore inglese, quello che diventava la sua parte oscura, piccola storpia e saltellante, e così evocheremo l’Ombra e lo Specchio e il Doppio, e saremo in tanti che la Morte non saprà più chi prendere. Eccola, è arrivata, sorridente, pallida, fa finta di niente. È travestita da Allegro Controllore dei Contatori del Gas. Ma intuisco la sua mano di scheletro, nascosta dal guanto. 
Potrei tornare indietro, oppure potrei restare. La dama Morte ti stringe in un perfido abbraccio e tu hai la forza di mille uragani. Diglielo, cuore, che è tardi. Che sono qui, e sono viva, che tu risiedi in me e mi dai forza nuova. 
- Profumano di more, i miei capelli. 
- Euridice! io lo sapevo che non saresti morta! 
- Togliti di bocca quel mucchio d’ossa, amore. Non si capisce niente. 
La morte si dissolse come sabbia, e una luna vestita d’oro rimase lì a guardare, in compagnia di uno stregone accorso a riscuotere la sua ricompensa: uno sguardo impunito alle effusioni dei due amanti, in onore del Sacro Potere dei Guardoni Riuniti. Orfeo, con una mossa rapida, socchiuse la finestra. La notte ebbe inizio col sospiro sconsolato di un mago afflitto e gli incantesimi formulati da un sibilare di gatti, interrotto dalle fusa e da un sogghignare indistinto, giunto in un soffio da un’eco lontana. 



* Da “L’ultima lacrima” di Stefano Benni: Orfeo Mescalero