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La Meccanica Delle Parole

Scritto da Fabio Ivan Pigola.

Oggi il trambruco verde ha fatto novantaquattro chilometri, gli stessi di sempre. Ha celato a fatica l’imbarazzo di fronte all’antenato arancione della Linea Radiale, rispolverato dopo ottant’anni di riposo in un cantiere di forzata ferraglia.

Vogliono già sostituirlo, perché la sua avanguardia tecnologica non piace a nessuno, così come quella dei nuovi confratelli, a pianale ribassato, meno lunghi e ingombranti. Nel migliore dei casi lo sposteranno sulle linee interurbane, lasciando i bidet a batteria padroni del centro. Lui è climatizzato, ha la vernice anti-graffito, ogni sorta di comfort, ma alla gente piace lamentarsi dei cigolii, degli spifferi e dei gradini scivolosi. Se li tengano, allora.
L’hanno sbattuto sui periodici, su internet, criticandolo dappertutto. Ha i ganci per reggersi durante la marcia troppo alti, e se sei un turacciolo puoi attaccarti giusto alle gambe del vicino. È instabile in ripresa e in frenata, e i sedili sono studiati per non far posare i piedi a terra alle donnine che invano tentano di sistemarsi.
Probabilmente il cabaret è compreso nel prezzo del biglietto, che peraltro va timbrato attraversando l’intero convoglio, perché l’unica obliteratrice è in testa, e chi sale dalle porte centrali deve scodare come un salmone che risale la corrente.
Lui, Sirio, dagli addetti ai lavori chiamato Sigla Uno, obbedisce silenzioso e non commenta. Potesse farlo, direbbe che ha compiuto il suo dovere anche nel disprezzo generale. Gli hanno dato un ruolo, un mestiere, e si è fatto carico di quella routine ravvivata da esperienze qualunque. Non ha la pretesa di essere un ingranaggio chiave nei circuiti del mondo.
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Ieri, la frizione dell’elettricità gli ha scucito un paio di fili che nessuno avrà voglia di riparare. Soffre in silenzio, perché ha un compito a cui badare. Deve stare in quei binari, correre liscio, fluido, senza scrolloni o brusche frenate; farlo bene è il suo guadagno, il suo orgoglio. Ha imparato ad ascoltare i passeggeri che danzano dentro di lui, che gli grattano la schiena coi tacchi e si puliscono il naso e scatarrano e vomitano e pisciano e bestemmiano e inventano sbilenche fantasie, tutte quelle di cui hanno bisogno. Avrebbe voglia di piantarli in mezzo ai viali di periferia, sotto la grandine o nell’afa, negli isolati infidi e incatramati dalla sera, ma li porta a spasso al ritmo di un autista scellerato. Autista, sì, perché “me, non mi sa guidare”.
Il livido graffio dei fili non passa, scava come un cucchiaio nelle carni, una fresa sulla vena viva del legno. Lui però continua a lavorare, finché il male non viene sovrastato dai pensieri.
Pensieri, certo. E levatevi quel risolino insulso dal viso perché io, trambruco verde Sigla Uno, ne ho un mucchio. Attraverso i rioni, guardo oltre ai fanali spenti, guardo su, guardo sopra il mio cappuccio di plastica e vedo centinaia di stanze vuote, con dentro omini piccoli che si credono grandi, così grandi che ai loro comandi risponde una schiera di altri omini, che a loro volta danno disposizioni ad altri omini, sempre più piccoli. E gli omini grandi sanno muoversi bene in quelle gabbie piene di luci: le alzano, le fanno crollare, le caricano sulla schiena dei campi e sulla gobba dei monti. Parlano tra loro nelle scatole da passeggio, danno ordini e corrono ovunque senza pause. Nel guazzabuglio degli ordini a volte si confondono, disattendono e magari tradiscono, eppure hanno tutti una scusa. Passeggiano al parco davanti a cui sosto ventisei volte i feriali e diciotto i festivi, escono dai bar con le briciole di cibo addosso e le scrollano via come i ricordi scomodi o gli impiccioni. Nella bella stagione, li vedo allungati a prendere il sole con le infradito e occhiali fantasy, mentre i più giovani corrono dietro a una femmina, a un pallone o sullo skateboard.
Qualche volta Dio gli cambia le carte in tavola senza avvertirli, e cominciano a contorcersi peggio dei vermi cavati dal terreno. Allora vanno in una direzione perché c’è un’altra forza a guidarli, senza proprie intenzioni. Come riescano a cavarsela è difficile da spiegare, potrebbe farlo di certo il signor Barsini, dirigente di una società di assicurazioni. Ne ha scalato ogni gradino, pur non avendo idea della bontà delle polizze che i suoi galoppini piazzano sul mercato. Contano le quote, che tradotte in linguaggio produttivo significano contratti stipulati, con chi non importa, perché il fine sublime è la moneta.
Ne parla con esaltante competenza in riunione, esibendo cifre, sigle e fissando i nuovi obiettivi, senza sapere cosa rappresentino in termini concreti le prime. Ci sono le Guide ai Prodotti per capirsi, è inutile arenarsi sulle banalità.
Tutti gli omini sono sigle di un grande catalogo, secondo Barsini, che viene spedito qua e là nei punti remoti della circoscrizione per semplificare l’esistenza.
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Il gemello del trambruco somiglia a Barsini. È l’unico superstite dell’infornata ad essere rimasto in servizio nelle vie del centro, e di lui nessuno si lagna. Forse temono tutti che possa piantarsi nel bel mezzo della notte o del temporale, com’è solito fare. La gentilezza è un linguaggio di nicchia; quello della paura, invece, è universale. Barsini lo spiegherebbe così.
L’attitudine al comando diversifica dalla massa, non ti rende un manichino qualunque, pressappoco come il dottor Kusc. Antoni Kusc dice piccole parole d’ombra. Dice solo quelle. Ha rughe vecchie, il busto a forma di provola, le mani gonfie di un grasso tumido, innaturale, e anch’egli è un capo. Di cosa non sa, il trambruco, ma sente il peso dei suoi piedi tronfio sullo stomaco, come quello delle zampe di un predatore mentre stringe la vittima nella sua trappola mortale e le si accomoda accanto. È un ragno, di quelli che non riesci a spiegare come riescano a stendere la tela fra punti impossibili, perché dovrebbero raggiungerli in volo. E il suo volo ha ali spezzate, raccoglie le penne che stacca una alla volta a colleghi, dipendenti, sottoposti e vari altrui.
È un collezionista di piume. Si fodera i guanciali col loro tessuto, per non dormirci sopra. Ha due occhiaie di pece: passa la notte al portatile, fanatico e inflessibile. Mangia pochissimo, si concede il lusso di un rantolo e un biscotto tra una slide e l’altra, nulla più, perché sarebbe vita buttata, consegnata al niente in cui si deve comunque finire. Si ferma il sabato sera, quando invita imprenditori svizzeri in qualche ristorante o trattoria fuorimano, e durante la cena ne studia la sigla, come direbbe Barsini. Tornato a casa si spreme davanti a un porno di bassa lega, asciugando le schegge umide dell’orgasmo nella doccia. E sotto l’acqua bollente pensa ai compagni di corso che lo chiamavano Diversamente Etero, a causa del suo odio per gli omosessuali. Oppure no. Il trambruco non è convinto di aver percepito il pensiero con precisione, ma è certo che l'uomo sta osservando con disprezzo una coppia di ragazze che rubano baci all’apatia dei passeggeri. E vorrebbe imitare il fratello Sigla Due, inchiodare di schianto durante la corsa e unire quelle labbra in un sublime incidente, un frontale vibrante e giocoso.
Deve cancellare quelle vampe astiose dalle budella, ma non trova il rettilineo adatto. Nessun ostacolo sulla via, neanche un gatto randagio appostato in un angolo, malnata città. Assiste, il trambruco, alla sorte casuale dei passeggeri, sballottati dalla vigliaccheria dei binari, luminosi e perfetti quando non serve.
In fondo tutto succede per caso, e il caso ama scrivere trame senza farsi conoscere. Mette la firma che non sai riprodurre, falsificare; si diverte alle tue spalle, ti muove come un burattino, e tu, omuncolo, esemplare a priori improbabile convinto di essere il padrone, starnazzi insieme agli animali da cortile facendo lo spot ai tuoi sogni, ai diritti e alle virtù. Povero fesso. Ci rivedremo quando la ruggine mi avrà intaccato e i tuoi capelli saranno bianchi, i muscoli induriti, e dalla pelle uscirà il puzzo della sconfitta.
Ne ho portati tanti come te, pensa, il trambruco. Ho ancora il loro fiato marcio negli intestini, il ricordo di quell’ammasso di carni uguale ad altri pidocchi del cosmo, che scandagliano il presente a caccia di un’effimera felicità. Quando la fortuna vi arride cominciate a nascondervi dai parassiti che adesso non vi somigliano più. Bandite la morte e vi circondate di colori meravigliosi, ammorbiditi dal profilo del lusso. Allora le paure vi sovrastano, diventate minuscoli e più insicuri; non tornate a pulirvi le suole sul mio dorso-zerbino di lamiera, perché avete compagni di viaggio più esclusivi a cui raccontare la vostra solitudine. Ma scusate, mi fermo a salutare Sigla Due.
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Errore. Mica ascolta, il fratellone. Siamo fermi entrambi, uno davanti all’altro. E io non so riprendere il discorso: dove ero arrivato? Pazienza. Se fosse stato un ragionamento importante l’avrei tenuto a mente, senza farlo scappare come il sole quando slega i nodi alle valanghe.
Vedo solo il semaforo che mi guarda dietro il suo monocolo rosso. Sigla Due risplende di tecnologia, non ha testa per le mie congetture. Ha fretta di tornare ad occupare l’unica linea concessa alla nostra generazione, e occhieggia sprezzante anche quando un corteo di manifestanti lo costringe a fermarsi ai margini dell’incrocio. Con un sibilo acuto mi assicura che è sempre il migliore, che tutto funziona, e che nessuno spalmerà calcioni o uova marce sul suo guscio. Infatti nel gorgo resto io, coi vetri sfondati dalla sassaiola e il fianco destro afflitto da bozzi e odori velenosi. La calca sciama dopo mezz’ora, sparpagliandosi in diverse direzioni tra fischi, urla e clamori che esplodono in aria a illuminare il cielo, precipitando sulle vetrate degli ultimi piani.
Con la stanchezza la folla si è scomposta, disunita, fino a perdersi in una quantità di gruppi che si ignorano a vicenda. Poche cose dissetano quanto il chiasso, che ottura i sensi passando dall’udito al cervello come i filamenti dei fuochi che salgono compatti dalle braci, per dissolversi in lingue sporadiche una volta arrivati al sotterraneo delle stelle.
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Il trambruco rientra in deposito alle 24:36, conciato piuttosto male. Meccanici assenti, lui resta al suo posto, diligente, a combattere la battaglia invincibile contro l’ustione dei fili scuciti. Degli altri traumi non avverte alcun disturbo.
Un faretto è rimasto acceso, nascosto dalla sua mole snodabile, e crea un alone ambrato fin troppo drammatico. C’è anche un marchingegno a forma di mantice, orizzontale, che si allarga e restringe con un suono di risucchio. A un tratto si ferma, e dal fondo del capannone si levano due ombre prudenti. Il più alto avrà quattordici anni scarsi, l’altro dev’essere un vandalo da scuola media.
Che poi vandalo è una brutta parola, pensa il trambruco, mentre gli saltano sui sedili, disegnando una bomba.
- Dentro non c’è la vernice strana, si può scrivere. Dai che lo riempiamo! -, dice il primo.
- Aspetta, voglio provare a guidare.
- Cosa fai?
- Mi diverto. Siamo qui per quello, no?
- Ma non c’è il volante.
- Bravo merlo, mio padre li guida ’sti cosi, vuoi che non lo sappia?
- E allora qual è la figata?
- Sedersi qui.
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Alle otto del mattino Sigla Uno comincia il suo esilio. Prima tappa, l’officina.
Un ingegnere canuto bofonchia sillabe astratte, che risparmiano ai meccanici un certo numero di rogne. Niente riparazioni. Troveranno qualcosa da fare altrove.
- Questo bisogna spedirlo -, dice un tizio panciuto con l’aria del boss.
Si avvicina senza salire, esplora con smorfie suine la carcassa e protende una mano verso i cristalli sfondati. A quel gesto, una donna vestita di blu prende un gancio robusto con una strana protesi in cima, e gli strappa il vetro come un molare. Senza anestesia. Dopo una pausa di riflessione, l’uomo fa alcuni calcoli ad alta voce, considerando la perdita per la compagnia di trasporti, e così richiama l’ingegnere.
- Il mezzo ci serve. Non abbiamo copertura, al momento. Fate quello che volete, ma va rispedito in circolazione. Saltellando su gambe tozze e cortissime il boss volta le spalle al gruppo, e si allontana stizzito. Il trambruco quindi migra più volte in spazi sconosciuti nell’arco di poche settimane, privo della consueta routine. Ma i pezzi di ricambio restano impacchettati, e lui diventa il gingillo dei due incursori notturni. Il biondino che si piazza sempre alla guida non ha un nome preciso, l’amico lo chiama Shawn. E Shawn è un eroe di caratura epica, un cavaliere dell’ordine dei sognatori, in quel nonluogo che è la Terra. Jurgen è l’unico amico che ha.
La sua è una parabola di struggente incomprensione, col biglietto di sola andata. Ha una filosofia troppo autentica e stralunata perché la gente possa abbracciarne la semplicità. La sua razza ha sete di rabbia, incostanza e ipocrisia per fare propri i pensieri più umili, perciò ne sta alla larga. Jurgen lo accompagna dovunque, tranne sulla plancia del tram, dove Shawn resta immobile a lungo.
Scambia poche battute prima di accedervi, e un istante più tardi piomba in stand-by.
Ascolta una voce, un suono, un alfabeto che non conosce.
Mentre Jurgen si impadronisce di vari aggeggi, e imbratta ogni superficie firmandosi De’ Vastaz, lui resta lì assorto.
- Ce ne andiamo?
- Ancora un pochino, dai. Non sei riuscito a fregare niente, stavolta?
- Mi sembri mia madre.
- Cioè una donna. Devo preoccuparmi?
- Fa’ tu. Però mi sembri lei quando sta delle ore in chat a parlare con dei lupi solitari che spero non tiri mai in casa. Non mi ci vedo a fare il figlioccio di un Principe dello Sfigario.
- Sei un illuso. E i giochi medievali ti fanno male.
- Senti chi parla. Tu almeno ce l’hai un padre. Ora scendi, altrimenti ci scoprono.
- Sembra un astronave per quant’è bello.
- Non capisco cosa ci trovi.
- Niente. Per questo è una gallata! Posso volare o farlo correre come il TGV, senza che mio padre mi dica che sono mezzo scemo.
- Solo perché non conosce l’altra metà.
Ridono, poi Jurgen si fa serio. Vuole sapere cosa ci trova realmente, in quella reliquia. E la risposta di Shawn lo spiazza: - Le parole, ci trovo. Tantissime.
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Siamo investiti dalle parole, come foglie travolte da colonne di camion a rimorchio. Cominciano da piccoli a martellarci, ci insegnano i suoni anche quando sono sgradevoli, e impariamo a distinguerli, a riconoscere i toni amici, le musiche, gli accenti, i rimproveri e gli stridori. Poi ci sono la televisione e gli annunci nelle stazioni, gli urlatori del mercato e i pettegoli, i radiocronisti e i versi degli animali: ognuno col suo linguaggio. Della gran parte, una volta appresi i fondamenti, possiamo fare a meno, ma è grazie a quell’allenamento che in rarissime occasioni entriamo in sintonia con canali superiori, diversi da quelli conosciuti.
Ebbene, Shawn comunica col trambruco verde.
- Mi avresti dato del matto -, confessa, pronto ad essere respinto anche da Jurgen. Che invece lo tranquillizza, facendo una prevedibile battuta sulla gente che “sente le voci”, e aggiungendo che sapeva benissimo di essere il compagno d’avventura di un folle. Per celebrare l’evento, ci vuole una bevuta.
- Stai male? Con che soldi? Abbiamo ottanta centesimi in due, possiamo al massimo attaccarci alla fontanella di via Washington. Oppure hai sgamato una lattina a tuo zio?
- Indovinato, vecchio Cammello.
- No, ti prego, basta con Tex Willer.
Jurgen ama quel fumetto. Ha i primi duecento numeri in camera e conosce gli episodi, le battute, gli autori e qualsiasi aneddoto come la sua vita. Shawn, perciò, non può far altro che accompagnare il ranger più famoso del West come fosse Kit Carson, il suo leggendario pard.
- Poi mio zio è a dieta, non beve birra da una settimana.
- E quanto ha perso?
- Sette giorni.
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Sigla Due è spento, inattivo. Dorme, non riposa.
I fili scuciti friggono anche senza contatti, lui si sforza di ignorare la scossa. Non è un essere umano, il dolore non può sfiorarlo, ma alla sofferenza è difficile sfuggire.
I fanali vedono a fatica, l’ambiente attorno si deforma, i rumori si allontanano. Soltanto l’ombra di Shawn si fa sotto, si avvicina circospetta col favore dell’oscurità. Sale, si siede, spiana la mente.
“Sono pronto”, sussurra fra sé.
E senza preavviso, nel giro di pochi secondi il trambruco gli spalanca l’intimità dei suoi passeggeri, tutti quelli che ha portato, subìto, sfidato. A Shawn interessa sentire i pensieri delle persone, perché è emozionante capire chi è veramente il fabbro da come picchia sull’incudine, l’assassino da come si veste addosso la ferocia, il chirurgo da come affonda il bisturi dentro il paziente.
Poi ci sono le donne, che il trambruco porta volentieri dappertutto. Si consumerebbe fino all’ultima piastra per accompagnarne i desideri. - Voi non lo sapete fare -, dice a Shawn, con quella voce che non è voce.
- Io non ho ancora avuto una donna. -, risponde il ragazzo.
- Ne ho digerite tante nel mio intestino. Ho assorbito tutte le proteine che potevo, ne ho intriso le pareti e i bulloni. Sebo e sali minerali: sono fatto d’acciaio, di plastica e di loro. Spiriti incantevoli, pure quelli crudeli. Esseri senza colpa.
- La danno sempre a noi.
- Siete consapevoli. Ognuno sceglie con quale droga sostituirle, quando gli danno buca.
- Mio padre ne ha cambiate molte. Di che droga vuole morire?
Il trambruco non risponde a quella domanda, limitandosi a scherzare sulle sue capacità di guidatore. Piuttosto scarse. Shawn lo sospettava.
- E tu, Sigla Uno, di cosa ti droghi?
- Le macchine non ne hanno bisogno. Noi non abbiamo sentimenti.
- Tu sì.
- Sbagli, biondino.
- Allora com’è che mi parli?
- È merito di una donna, una cervellona. Tre lauree, una cattedra di ricerca, e una vita più infelice di un pianeta senza galassia, sperduto nell’universo. Ha travolto la solitudine coi libri, ce l’ha fatta per trentasei anni, poi è venuta a vivere in centro, nella speranza che qualcuno la notasse. Gli è andata male. Tutta la sua filosofia si è spenta in un sorso di ginger e veleno. Una polverina bianca, e quel bicchiere di Hello Kitty ancora in mano. Sorrideva. Almeno così hanno detto due signori saliti il giorno di Natale, dopo averne scoperto il cadavere. Aveva scelto un veleno blando, ma il killer era dentro di lei, perché se neanche l’istinto di sopravvivenza reagisce, sei pronto per il salto nel buio senza rimpianti. Avevo i fari bagnati, quel mattino, e non pioveva da giorni.
- Vedi che ce li hai, i sentimenti?
- Sbagli ancora, si tratta di azione e reazione. Lei ha schiacciato dei tasti e io ho reagito. Sono solo un insieme di congegni. Mio fratello è progettato per funzionare e non porsi domande, a me piace ascoltare i motivi e gli stimoli che muovono gli uomini. Quasi mai nobili. Che poi non spetta a me giudicarli.
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Shawn, sdraiato sul letto di casa, riscrive tutto ciò che il trambruco racconta.
Salgono e scendono, scendono e salgono, e io che adoro la gente non so mai chi ringraziare. Alcuni regali sono firmati, altri hanno dei nomi che tengono per sé.
La strada è la mia casa, la strada è la risposta. Per Pasqua si riempie di festa; l’anno scorso mi hanno portato in processione sui viali a porte aperte, libero accesso a chiunque, e per finire una revisione. Completa, rinfrescante. Grazie Gesù, per essere morto e poi risorto in un libro di favole per darmi i fasti dell’orgia, i sorrisi ubriachi di lubrificante e quella robaccia che bevono i miei creatori. Oppure sei tu ad avergli suggerito i cavi sospesi sopra i binari, il brivido della galleria e della chicane, le fiabe inusitate che inventano i presuntuosi e i creativi? Devo capire. Voglio capire. Sono progettato per funzionare: Sigla Due non è un’eccezione, lo dice il suo numero.
Il primo livello, mi ha insegnato la cervellona, è che l’universo è costituito dal continuo movimento degli atomi che lo compongono, e che cadono attraverso i suoi recessi. Quindi, le forme non possono esistere, se non per il potere che gli dà il pensiero, ossia il potere di chi, osservandole, gli dà forma.
Il secondo livello è la presa di coscienza della concretezza come spirito nella materia. Cioè dentro, più dentro, c’è qualcosa che è aria, che è privo di forma eppure è solido, duro, e tu gli dai un aspetto. Gli dai movimenti, la grazia o lo schifo, quella che fa sbavare la gente alle soglie dell’andropausa, o che piega bocca e naso in smorfie grottesche dinanzi agli obesi, ai mutilati, alle disfunzioni genetiche. Bastardi.
Li ho conosciuti al volo, quelli, appena entrato in servizio. Si imparano alla svelta, come le parolacce. Hanno sempre una ragione più valida delle altre, una soluzione a cui qualcuno penserà, perché non possono fermarsi a misurare la profondità della pena altrui. Se li smascheri, preferiscono la trincea del silenzio al confronto. L’unica verità che ammettono è la loro, e sanno essere convincenti perfino per corrispondenza.
Lilith ha un marito di quel genere. Qualche volta si rivede ragazzina, con la faccia da scimmietta e vestita troppo casual per consentire al seme del romanticismo superficiale dei compagni di germinare. Sta al suo posto, mentre sulle altre piovono quintali di lettere, inviti, proposte. Quando il desiderio di essere corteggiata diviene imperativo, non riesce a farsi notare. E a sedici anni, la storia del brutto anatroccolo destinato a tramutarsi in bellissimo cigno non basta a curare la ferita, mitigando il senso di rifiuto. Conserva ancora i bigliettini delle medie, in cui i compagni di banco obbediscono al buonismo fanciullo con frasi carine e disegni graziosi. Una casa al limitare del bosco, le acque chiare di un lago e i fiori, ciuffi di fiori dovunque. Una coppia adulta e due sagome piccine, appena stilizzate: i figli. Ne ha uno solo, Lilith, che a fine adolescenza scopre di non essere più inguardabile. Ma porta nell’animo i segni di un passato di ripulsa, e non riesce ad abbandonarsi interamente.
Sceglie, e sceglie male. Il peggiore. Affascinante e maledetto, può permetterselo. Fa girare la testa a tutti, adesso. Si rende conto dell’errore e sta per lasciarlo, quando una dannata casualità le deturpa il volto. Con quella cicatrice, hai voglia a fare strage di cuori.
Una sera, suo figlio le dice: - Ma', ieri ho mandato un bigliettino anonimo a Maggie, la secchiona del banco davanti alla prof, e ci credi?, l’ha tenuto sui libri tutta mattina. Quelli di Quinta l’hanno vista piangere in bagno, da sola.
Lilith dà un bacio al suo intrepido cavaliere, e deve anch’essa asciugarsi una lacrima. Perché ricorda.
Non saprò mai se ha fatto le valigie e abbandonato il Bastardo, o se ha vinto ancora lui. Durante la corsa delle 22:15 telefona alla sorella, si mette d’accordo, e ne so fino a qui.
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Sto marcendo, inutile. Ho perso di vista anche il Ciao, un quarantenne svalvolato con la barba riccia e le ginocchia appuntite, da vegliardo. Saluta e basta, guarda tutti nelle palle degli occhi e ripete ciao, ciao, ciao, ciao, come l’eco tra i monti. È un cacatua che conosce un verso soltanto, ma agli studenti è simpatico, e sinceramente anche a me, perché non tralascia nessuno. Si accorge di quelli che tanti ignorano. Si rivolge a tutti, non ha preferenze. Barsini non riesce a catalogarlo. Kusc fa le corna appena lo vede. Una volta ha chiesto al controllore di allontanarlo, perché molesto e puzzolente. Lui si è avvicinato, quasi intuendo la situazione, e dopo avergli esibito l’abbonamento ha gridato, praticamente urlato un “ciao” da emicrania.
Chiunque parla, osserva le persone coperte di firme e di glitter, le maglie sgargianti, attillate, di fibra sintetica, griffate con loghi a margherita o a punto interrogativo. Portano coperchi o teste rasate, chiome increspate azzurroviola che grondano forfora, gel e altre porcherie. È un modo di parlare, quello, perché chiunque parla, nel delirio della febbre o dell’eccitazione, nella piatta banalità delle chiacchiere aziendali. Qualsiasi cosa al di fuori è come gli anelli di Saturno, come il Paese Delle Meraviglie. Chiunque parla alle facce che vede ogni giorno, e sputa cose dette un miliardo di volte. Fino a quando scopre che in quella ripetizione ci vive.
E poi si lamenta. Di se stesso. Ha le chiavi del paradiso in tasca, ma guai a chi gli suggerisce di usarle.
Edoardo compone enciclopedie. Sarebbe stato l’uomo ideale per la cervellona, potrei giurarlo sul mio pantografo. Gli chiedono di preparare le domande dei quiz a premi, quelli dove hai sempre il sospetto che presentatore e concorrente siano d’accordo, perché uno garantisce di non sapere le risposte e l’altro ballonzola fra le ipotesi più impossibili, salvo afferrare per la coda un’intuizione, che sorprendentemente si rivela essere esatta. Il tentacolo del bandito è sempre più lungo di quello della fortuna. Edoardo, però, è estraneo a ogni tipo di tresca. Mi ha cavalcato concentrato sui suoi sapienti trabocchetti, e mi ha introdotto a storia, geografia, sport, politica e biologia. Ho appreso che il maiale ha un intestino di ventiquattro metri, e che la NASA conserva nei suoi archivi un documento-farsa in cui l’equipaggio dell’Apollo 11, di rientro dalla Luna, specifica che il bagaglio a bordo comprende campioni di polveri non terrestri, e che nessun passeggero si è unito ad Armstrong e agli altri astronauti durante il tragitto.
Chiunque parla. E Shawn vuole sapere. Anche queste inezie. Funziono bene, oltre i binari. Pensare di essergli utile mi aiuta a non sentire il peso del disarmo.
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Edoardo ha due sorelle. Ottimo rapporto familiare, mai uno screzio o un disappunto. Psicologa la primogenita, Sheena; impiegata statale la seconda, Betty. Per qualche tempo, la giovane annega nella nostalgia un fallimento amoroso, e si rinchiude a casa di Edoardo. Lui le procura qualche appuntamento, un posto di lavoro, e non appena sistemata la situazione torna a immergersi beato nel sapere. Shawn mi ricorda in parte quell’uomo, il più fedele dei miei passeggeri.
Viene a trovarmi il giovedì e la domenica, ultimamente con Jurgen e una fantasmina, che chiamano Lolita. Credo voglia “presentarmi”.
- Vieni, vieni su.
- Da che parte si entra?
- In cabina? Scavalchi, come faccio io. Attenta a non sporcare.
- Perché?
- Perché questo è un santuario.
- Tutto rotto?
- Anche i templi dei Greci cadono a pezzi, però il rispetto sdraia chiunque.
- Ok, ma questo è un baraccone, e pure moderno.
- Non gli toccare il suo suppostone -, esclama Jurgen, intento a far danni da qualche parte.
- Trambruco Verde, prego.
- Così verde che c’ha chiazze bianche dovunque.
- Cos’è, vernice? -, chiede Lolita.
- Boh. A me sembrano cagate di uccelli.
Ghignando, i due si affiancano al posto di guida.
Shawn le passa un braccio dietro la schiena, ma è indeciso. Se Sigla Uno si mettesse a chiacchierare proprio ora? Potrebbe simulare una gag da ventriloquo, per non indurla a scappare come un capriolo alla vista del cacciatore. E se quella voce non voce si alternasse alla sua? Patatrac. Disastro completo. Lolita è fantasmina solo nelle commedie in maschera all’oratorio, giù dal palco è una ragazza normale. Allora improvvisa, col petto gonfio e un tono di enfasi: - hai l’occasione di udire quello che i cartoni animati ci danno a bere a litri.
- Sì, con la colonna sonora di Cristina D’Avena -, dice Jurgen.
- Già. Perché non è mai salito quassù.
Lolita sbianca. Il labbro inferiore gli trema, un pallore soffuso ne denuncia lo spavento.
- Vuoi sapere chi ha parlato? -, riprende Shawn.
- Sei stato tu?
- Nossignora. È stato lui.
- Il tram?
- Il Trambruco Verde.
- Ma per favore. E conosce la tivù dei ragazzi?
- Perché non glielo chiedi?
- Dai, come avete fatto? Lo so che è stato Jurgen, infatti si è nascosto.
- Jurgen è laggiù -, li interrompe il trambruco, accendendo un fanale. L’amico è dall’altra parte dello stanzone, appeso a un quadrante da cui va staccando lucette esagonali.
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Lolita riprende a tremare. Il suo cuore batte i colpi di una tartaruga nell’uovo.
Shawn la stringe in un abbraccio bislungo, uno di quelli che dà chiunque parla, ma riesce a farlo col minor consumo di suoni. Perché chiunque parla, pochi però danno l’onore ad ogni parola di essere il silenzio che serve per amarla a dismisura.
- Conosco la tivù dei ragazzi grazie ai pensieri di quelli che ho portato con me -, riprende il tram. - Conosco quello che ha conosciuto chi ha voluto conoscermi, per caso o per lavoro, per andare a scuola o perché perso nella città, senza un posto caldo dove infilarsi a perdere un sorso di tempo. Conosco il modo per giocare con le parole. Conosco. So dei diari, dei libri, dei giornali che scrivete; ammiro chi riesce a riempire gli articoli di noia e viene caricato di interesse da coloro che lo leggono la mattina, nei caffè, e vorrebbero essere al suo posto. Sono salito con voi nelle redazioni e nei letti d’amore, nei fast-food e nei terrazzini che guardano le parrucche di tegole della città. Mi pare di aver preso parte anche a qualche festino proibito, dove le bocche si incollano una all’altra di colpo per conoscersi, e lingue sgraziate rovistano alla ricerca di qualcosa per salvare la situazione. C’è un fumo acre e dolciastro nella stanza che gira, liquida e sfocata come una vertigine subacquea. Quella roba è lo sballo. Quella roba è il sesso. Quella roba è guerra, perché domani neanche lo saluterai lungo il marciapiede. È un attraente bugiardo cresciuto nel quartiere della lealtà, che cambia faccia per scelta d’altri. Lo hai incontrato nelle novelle sull’apparenza delle vetrine, nei fotoritocchi, sulle figurine dei calciatori o in un narciso di tendenza. Che lista sarebbe, miei cari! Stringetevi bene, voi che potete, perché siete materia fresca del futuro, figli di un’avventura prospera e generosa che tanti chiamano vita.
Volete andare altrove? Vogliamo andarci assieme? Chiudiamo le porte, azzeriamo le luci, partiamo alla conquista di un binario che nessuno ha inchiodato al suolo, col propellente della serenità. Pigia quel tasto a destra, biondino. Combiniamo un casino, squarciamo il vigore disoccupato delle ansie, viaggiamo con un carico di acrobati, giocolieri, negromanti, fenomeni da baraccone. Tutti qui, nel mio budello catodico a ballare, far piroette e guardare nudi quelli che non ci capiscono niente.
Forza pilota, mettimi in moto. È impensabile rimandare lo spettacolo. O preferisci aspettare che arrivi una coppia di omini piccoli, comandati da un altro omino, a sua volta comandato da un omino che tutti pensano grande forte maschio duro, che dall’alto del suo carisma dà la colpa al sistema, ed esce costernato dagli stanzoni bianchi a dirci che è finita, è finita, è finita? Schiaccia quel bottone, allora. Le cose saranno terse, riconoscibili, e noi marionette allegre fra le controfigure dell’esistenza. Daremo una forma di musica al Ciao del cacatua, imitando ora un attore, ora un poliziotto, ora una centralinista, offrendo al pubblico il verso di ciascuno. Ne avremo uno anche per tuo padre, guidatore mancato, e per tutte le donne che ha montato sedute dove stai tu adesso. Loro ci passeranno in rassegna dal ciglio della strada, scosciandosi appena per farci intuire che hanno tane più comode.
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Shawn avvicina la mano al cruscotto liscio, come di cera, incerto ma attratto dalla spoliazione solenne del trambruco. Soltanto un esteta rinuncia a tutto per dettare le sue lettere al nulla. Il ragazzo sta per sfiorare i comandi, quando Lolita lo strattona leggera, indicandogli Jurgen in fuga.
Un intruso. Cioè, uno regolare. Un dipendente.
Per eclissarsi hanno un sistema studiato nei minimi particolari, che non prevede innesti improvvisi. E Lolita lo è. Ma perché lo spione dovrebbe interessarsi a quella salma emarginata? Panzane, scene da film: se ne andrà presto, dopo aver trovato quello che cerca.
Un tonfo metallico, una porta o un oggetto pesante e materiale che sbatte, nella tensione vellutata dell’oscurità. Tunf, e poi tic, tic, tic, tic: i passi si allontanano verso l’ingresso con la sintassi dei fumetti.
Sarà stato un guardiano. Non vanno a dormire i guardiani? Si vede che il giorno non è abbastanza lungo, e qualcuno deve star desto per sognare.
- Che mestiere la guardia notturna di notte -, mormora Shawn. - Non potrebbero fargliela fare di giorno?
Lolita trattiene un sorriso, gonfiando le guance. Il pallore svanisce a vista dagli zigomi e dalla fronte ampia, dov’è facile leggere la profondità dell’infanzia, l’acutezza di un sopore furbino. Non è una bambola di piacere, per questo Shawn ne è innamorato. Riassume tutte le imperfezioni e le malattie dell’adolescenza, eppure è uno smalto, una madonna di quelle che trovi solo nei cimiteri, attorniate da steli azzurri e un senso di pace imperturbabile. Veste jeans neri e Converse rosa; i capelli di seta le scendono sul busto esile e dritto, privo di ogni immatura superbia. La sua bellezza stessa è priva di ogni dannazione, al di sopra della vanità e dell’istinto. Non patisce la sferza delle altre, gli sguardi carichi di indagine e gelosia che setacciano il suo involucro per appuntargli un difetto incandescente, una chiazza di brufoli, un laccio smollato, le unghie troppo corte, una fortuna minore.
Afferra con garbo le intenzioni e ne fa un uso gentile, positive o negative che siano. Non sente la stravagante occorrenza di costruirsi un’immagine, un modo di camminare, di parlare e di guardare. Tiene i gomiti sul tavolo, gioca a calcetto il martedì sera, accavalla le gambe a mo’ di maschiaccio, con le sue Converse rosa scanzonate, fuori moda. Per tutti è la fantasmina. Per Shawn è il bottone da premere sul cruscotto del trambruco, è la melodia di piano che lo fa rabbrividire in Tiny Dancer.
Siamo nati condizionali, come francobolli sulla facciata inferiore dei dubbi, fra credenze, illusioni ed opere minori della sorte. E alla fine abbiamo tutti un pulsante da schiacciare, da premere con l’incertezza tra le dita, quella che fa anticamera aggrappata alla roccia come il fico d’india, prima di inchinarsi alle curve del vento.
E allora click. Finalmente. Una volta per tutte. Shawn ce la fa. Schiaccia quel bottone con destrezza, e lui risponde con lo scatto del cane della pistola di Tex Willer, che precede sempre di un soffio gli avversari. Fortuna, prontezza, abilità.
Per Aquila Della Notte si tratta solo di allenamento, ma Kit Carson non è d’accordo: “Quel tizzone d’inferno ha più duelli alle spalle che granelli di polvere il Texas. Deve ancora nascere il tagliagole capace di impiombarlo”.
E Jurgen? Guarda l’orizzonte oltre l’Atlantico, gli è sufficiente schioccare le dita per essere a cavallo di un mustang, sulla pista del Rio Bravo. Segue le tracce con la perizia di un navajo, non sarà certo un paio di fili scuciti a trarlo in inganno. Perciò click, contatto, partenza, protetti dalla maternità delle tenebre. Non ci prenderanno mai.