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Alice

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Alice cammina distratta, ha in mente un ritorno ed una serie di incombenze ormai sciolte.

Ha addosso il sollievo di un dovere compiuto, il regalo di un viaggio concesso a sé stessa in cui ricrearsi un po’ a mente allentata: un esplorare ormai volto al termine. Ha dentro, tutto il benessere dei risvegli lenti dei giorni trascorsi, la sorpresa dolce di trovare dietro l’angolo qualcosa in grado di lasciarla puntualmente interdetta, divertita, disciolta in uno stato di stupore estatico. Alice ha freddo, respira un’aria così buona, sa di pulito. Calpesta strade vissute con l’entusiasmo della novità, con un orientamento incerto, fissato in punti di riferimento salvifici: la fredda Helsinki, la romantica, incontaminata capitale di un pezzetto di mondo che si muove sopra ritmi sconosciuti, con estremo garbo. Alice ripassa con la mente, le piccole cose su cui verrà di certo interrogata, una volta tornata a casa: sorride pensando alla carne di renna assaggiata per errore e non esattamente con entusiasmo, a locali confortevoli a scaldare, con tanto di cioccolata calda a non guastare mai un solo risveglio e tratti tipici di favole e tinte vagamente impressioniste: un posto così freddo ed in netto contrasto, un tepore di colori ed atmosfere, in mattinate oziose, appuntate in tempi tutti dilatati. Pensa all’aspetto ordinato delle strade, a chi abita quel posto in maniera tanto lieve, non osando nemmeno imporsi con un tono di voce troppo alto, nel suo affrettarsi a camminare o in quel crogiolarsi sotto un sole incerto fino a raggiungere destinazioni che chissà in quale dove risiedono. Pensa ai mercatini all’aperto, anche quelli silenziosi, a quell’odore buono di legna a vestire un autunno sorprendentemente rigido, di una credibilità squisita. Pensa alla sua città natale, Catania. Ecco perché si stupisce di tanto, clamoroso silenzio: Catania è vita, è colore, è frastuono. Catania è un rincorrersi di voci, Catania è la sua gente ed un dialetto strettissimo, addossato, vivace. Catania è i suoi profumi, il suo sapore forte, il mercato all’aperto ed i venditori che urlano la propria merce per le strade, con un fare contagioso di buonumore. Catania è di chi sa accoglierla, di chi è disposto a lasciarsi accogliere. Alice sorride, pensando a tutto questo. Si ferma un istante a salutare quella splendida invenzione: una città bellissima che sonnecchia ancora un po’, poi sorride ad un passante col suo bambino, accucciato sotto un berretto di lana multicolore e guance tonde, macchiate di rosso.

Alice, sono io. 

Ho con me una valigia preparata in gran fretta e disordine sparso. Una valigia viola, a pois. Ho sempre ritenuto i dettagli una necessità: dalle piccole cose si intuisce l’insieme. Ed il mio essere, complessivamente, non è nulla che riesca mai a prevedere l’ordinario. Trovo straordinario il tanto e anche il poco, se arriva a contagiarmi senza mezze misure. E allora me ne vado in giro, con le mie belle punte di imprevedibilità addossate su scarpe comode, jeans sdruciti e tutto il caldo tepore di un cappotto a ripararmi da una rigidità di temperatura notevole. Il freddo tonifica il corpo, ancora di più i pensieri. La lucidità rimane sconfitta se il sonno insorge e quest’ultimo spesso, è assai favorito da una sensazione di tiepido conforto, a danzare sulla pelle. Trascino la mia valigia: non ho ancora imparato a riempirla del necessario, il superfluo ha sempre un’attrattiva maggiore. Ho una treccia di capelli a ciondolare da un berretto sbilenco, un rossetto rosso che fa subito festa: questi toni candidi di un cielo che è quasi neve, mi mettono una voglia insistente di tornare qui tra non molto, con le mie labbra vermiglie, a godermi un Natale degno dei migliori ritratti, delle più belle scene da film. 
Ho preso l’aereo per la prima volta, ad un’età che coincideva perfettamente con quel periodo ricco di prime volte: un’età piccola che non vuole mai esserlo davvero, nega l’infanzia, si fa adulta a suon di discorsi bene imbastiti ad imporsi, a dimostrare, a raccogliere consensi. E nel migliore dei casi, si cresce un poco alla volta fino al rimpianto del tempo che fu, pieno, sferzante. Si cresce con quell’atteggiarsi a leader che poi, in fondo e piano, vive di un costante e silenzioso sgretolarsi sotto il peso eccessivo di una contraddizione di pura insicurezza. Nella peggiore delle ipotesi, invece, ci si ritrova a farsi spazio in un mondo che continua ad allargarsi e a restringersi, a contorcere, ad osservare l’affannarsi di chi non ce la fa ma vorrebbe e vuole e poi deve. Esistono bellezze spietate ed altissime, così. Esistono e tengono serrato il pugno inattesa di chiunque abbia l’ardire di provare a schiuderle, con tenacia. 

Scelgo sempre il lato finestrino, in aereo. Intravedo una hostess intenta a fissare un punto nel vuoto con accanita distrazione, pensando di non essere notata. Si gira pochi istanti dopo, punta i suoi occhi di cielo verso i miei, di terra: mi sorride. Ricambio la cortesia, mi siedo al posto assegnatomi, mi metto comoda, seguo i movimenti della gente che arriva e si improvvisa compagna di viaggio. L’aereo decolla. Il tempo trascorre a mia insaputa: mi metto a giocare con le nuvole, questa volta sono io a superarle in altezza. Sono lì, sotto il mio sguardo attonito, belle di una leggerezza di cotone che agli occhi dei passanti microscopici laggiù, vestiranno le forme più disparate. È un incanto che non dovrebbe avere fine mai. Provo a leggere un po’, mi addormento, arrivo al punto di svegliarmi solo per raccogliere le ultime sensazioni pensate, subito prima di un atterraggio gestito con grande maestria, lodevole leggerezza. Saluto con un respiro di profondo sollievo e con una voglia impellente di tornare sui miei passi, di nuovo, una Roma splendida che accoglie il mio esistere e ne fa un gran bell’andare, ormai da qualche anno. Scorgo da lontano un amore grande di uomo, col suo fare sempre contagioso di sorrisi ed occhi vivi a disossarmi, tutto raccolto tra le braccia in un punto affollato di gente, ad aspettare me: Daniele è un uomo bambino. Condividiamo lo stesso numero di anni trascorsi sul pianeta terra: trenta, per l’esattezza. Ed un vivere accanto, di profondo rispetto, di scambio reciproco su più fronti. Siamo due, distinti e separati. Due, non una cosa sola, ed è proprio questa, forse, la più profonda stabilità mai conosciuta: arrivare a coincidere, ogni giorno. Essere in ogni istante l’individualità che sceglie, che mantiene la sua propria essenza e accompagna. Corro ad abbracciarlo, mi incolla un bacio in fronte: amo la tenerezza di quel gesto, a raccogliere subito l’impazienza e spostare un po’ più in là, ma non di troppo, la voglia di sottrarsi via da tutto. La voglia di spogliare un ulteriore
di più, a camuffare inutilmente. 
-       Pensavo che potremmo adottare un cucciolo di cane -, mi dice. - Regalarci una famiglia è la cosa più sensata che mi sia venuta in mente, da quando non ci sei. 

Avevo nostalgia di questa luce. È una casa piccola, indipendente, tutta distesa su un piano. Ci apparterrà del tutto, un giorno: il mutuo ancora incombe. Eravamo due, felici di esserlo, senza troppe domande ad assillarci. Avevamo un
dove che sempre ci faceva strada, senza che noi lo interrogassimo. Fino a che un bel giorno ci assalì la voglia di guastarci il sonno, riempendolo di idee bellissime di una vita comune, di un noi tutto da delineare tra le quattro mura di una casa che avremmo acquistato con una buona dose di coraggio e sacrifici, divisi in parti uguali. È uno spazio che ci accoglie bene, uno spazio su misura per noi. Un luogo di ristoro e condivisione e intimità, tagliato fuori dal rimanente frastuono. 
Mi mancava l’odore buono di ciò che è familiare: i vestiti sparsi sul pavimento, da raccogliere poi, con la calma buona di chi torna a stropicciarsi gli occhi dopo l’amore, sentito, fatto, incontrato. L’odore delle candele, i suoni attutiti di una vita che ancora scorre oltre una finestra chiusa. Le sue mani tra i capelli, la libertà del corpo quando resta molle di abbandono, ancora assopito in un allungarsi di sensi che hanno appena smesso di contrarsi e affrettarsi e agitarsi, sotto l’incedere di un piacere dilungato in mani e percorsi nuovi da inventare, sulla pelle.Lui mi ha insegnato a non dover cedere, a non dover trattenere: ho scoperto così, itinerari strani e sorprendenti, tutti volti ad un improvvisare rimarcando una sensibilità di istinti e stati d’animo. Un volere che non necessariamente già sapeva di sé e che pertanto poteva e può, essere seguito a pochi passi di distanza, libero di demolire il controllo e seguire un punto in movimento, di squisita imprevedibilità e sorpresa. 

È un vivere fatto di piccole cose, nemmeno sapevo di volerlo. Un intreccio fitto di piccolezze tanto piccole da non poter nemmeno essere dette per paura che qualcuno le sciupi con un’idea ridotta di insoddisfazione. Scopro con grande meraviglia, che l’elevato risiede nelle altezze piccole. Finisco di prepararmi, è ormai quasi sera. Ho ancora in viso il sorriso ampio, dono di baci sul collo ed intimità di cui riappropriarsi. Non mi manca nulla se non un tocco di lucidalabbra, uno scivolare di mascara su ciglia lunghe e folte, a fare mostra di sé e di una vanità piccola di donna che comunque e mai teme di sgualcirsi troppo. Ho un vestito che resta a metà tra uno stretto che non spreme ed un comodo che non disperde. Indosso i miei contrasti: un nero deciso, lasciato un po’ cadere in punti strategici ed accessori colorati sparsi con generosità moderata, ad illuminare. Sento un cielo che brontola un poco, a tuonarmi un disappunto che non saprei decifrare. Mi aspetta una serata di bentornato, tra amici, in casa di un vecchio compagno di scuola divenuto ormai pressoché irriconoscibile. È un pensiero che mi suggerisce instabilità ed un briciolo di rassegnazione tutt’altro che affranta: il tempo scivola via, sta a noi riempirlo. Il tempo cambia il suo proprio scorrere ed il nostro incedere sul suo territorio in perenne costruzione e distruzione. Non saremo mai ciò che eravamo, questa è garanzia di vita improvvisata su scalette del tutto traballanti, portata in scena su un palco con scenografie mozzafiato. Da lasciarci appeso lo sguardo e l’anima dentro, a gridare a squarciacuore, in festa. 

Daniele intanto, canticchia una canzone che ancora non riesco ad afferrare, mostrandomi così palesemente la più marcata estraneità ai fatti che mi rapiscono: pensieri pensati e stordenti, in testa. 
-       Davide lo sa che faremo tardi per colpa tua, Ali? 
-       Sei tu la primadonna tra i due, io sono già pronta. 
-       Credo che indossare le mutandine sotto quel vestito, sia un vero e proprio spreco, sai? 

Lancio un’occhiata in direzione di uno specchio in camera da letto che ancora raccoglie la sua vanità di uomo e ne fa un pretesto di riflesso. Mi trovo imprigionata lì, ad affidare uno sguardo di finto rimprovero ed il suono di un ridere lasciato accadere così, in coro, tra noi, ad un gioco che posticipa il guardarsi e ne fa un osservarsi viziato da prospettive non proprio lineari. 
È risaputo: il programmare porta spesso con sé un germe di imprevisto. Era una serata tutta cena, partita in tv e chiacchiere tra donne, quella che si delineava in un contesto di organizzazione abbozzata al telefono, in un passaparola ormai scandito da meccanismi ben oliati: tutti avvisavano tutti, in un ordine precedentemente concordato di intrecci. Una serata ragionevolmente lunga, in vista di impegni lavorativi che l’indomani avrebbero intrattenuto ciascun partecipante in maniera un poco meno gradevole dello stare in compagnia di persone scelte, importanti. Capisco solo adesso, il brontolio di un cielo intento ad avvisarmi, non molte ore fa: lo capisco perché ad un tratto infuria ed urla e fischia in compagnia dell’amico vento e piove, come se non dovesse mai più smettere. Ho avuto giusto il tempo di godere dei sapori ottimi di pietanze sapientemente preparate da un’amica di vecchia data, la mia cara Aurora: Aurora che ha le incantevoli promesse di luce, negli occhi, contenute nel suo stesso nome. Dopo cena, proprio quando gli uomini stavano affrettandosi a disporsi sul divano in attesa della loro tanto attesa partita di calcio in tv, ecco che la speranza e l’entusiasmo si smorza, d’improvviso, contagiando in un silenzio plateale tutti quanti: via la luce, solo un buio fitto tutto intorno, in casa e fuori, abbagliato di tanto in tanto dal piovere di un fulmine in un punto imprecisato, fuori dalla finestra. 

Nasce così l’improvvisare, l’incoraggiare, la muta rassegnazione. Nasce così, leggera, una nuova possibilità di notte, raccolta intorno al fuoco di un camino. I silenzi si fanno parole, non è poi così male: inizialmente è un parlare piano, per non disturbare un’atmosfera tanto buona. Qualcuno resta, qualcuno vaga per le stanze vicine, in cerca di candele da accendere: diventa così una specie di gioco. Il buio a volte fa paura, a volte compie il prodigio di condurre un adulto un passo più indietro, oltre un limite acquisito, verso un’età bambina da ricordare e tornare a giocare ancora, un istante o due, coperto da un’oscurità amica a non svelare l’inganno. Sento un vociare che si ammassa, spinge, sento la voce di qualcuno, innalzarsi al di sopra di una baraonda del tutto imprevista. Lascio il mio angolino di divano tutto solo, a raffreddarsi. Ascolto divertita le chiacchiere di tutti loro: i miei amori di sempre, il mio rifugio, il mio conforto, i miei
non so. Piove fitto, da un cielo che sembra voler strizzarsi per bene, alleggerendosi del peso di tutta quell’acqua, con un certo impeto. Mi piace, voglio ascoltare per un po’ cosa ha da dire, prima di tornare indietro, prima di riprendere il mio posto. Sento dei passi dietro di me, so che si tratta di lui. 
-       Dani? 
È un domandare che non trova risposta, non in parole. Sento le sue braccia, le sue mani intrecciarsi ad imporre una presa salda, a quel mio estraniarmi. Si, riportami qui, ridammi un adesso. Tienimi con te. Succede che a volte non lo dico, succede ciò che non dovrebbe e invece resta a lasciarsi attendere, l’urgenza. Raccolgo un pensiero triste, lo lascio condensare in una lacrima, decido di dimenticarla. Troverà un punto asciutto in cui finire la sua lenta corsa. Ancora salda, quella presa: mi volto a ringraziarlo come so. Grazie per esserci. Non c’è modo migliore per comprendersi, a volte, che quello di un bacio che non impone un ritmo ed una resa: quel divorarsi lento, che alla fine restituisce giustizia e candore ad ogni cosa. Ed era inevitabile, il bacio diventa vicinanza, la vicinanza è tutta mani e respiro. Anche quando non si può, ora non siamo soli, occorre desistere. Ma si desiste piano, a volte, con una lentezza lunga di un piacere un po’ sofferto. 

Finisce così, un giorno tra tanti. Finisce così e non ha pretesa di essere ricordato, ma lo fisso bene in mente, comunque. Ora che non ho più fretta di sapere, ora che non ho più paura di dover sentire: affido alle sue mani, cicatrici e sicurezze. Sono tutte quante qui, depositate in punti sparsi, sotto un vestito che vede confermare una teoria infallibile, pronunciata in pomeriggio qualsiasi da un uomo saggio: le mutandine, a volte, non servono. Proprio ora confermo la sua tesi, con un sospiro lungo di attesa finalmente soddisfatta. Mi restano dentro, pensieri e voglie e le sue dita e tutta la forza che occorre per smettere, smettere adesso, ridendo di una felicità adolescente, sfacciata, irrinunciabile. 
-       Che ne dici, si torna a casa? 
-       Si.