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Il Colore della Bellezza

Scritto da Alice Bottoni.

Gli occhi annebbiati scrutano l'acqua nella bacinella, esaminano con interesse il suo volto riflesso un po' tremolante e scolorito; lei appoggia rigidamente un dito sulla superficie per farla increspare e i suoi lineamenti si frantumano e i pezzi del suo viso oscillano in una danza molecolare.

Sorride, forse a un dolce pensiero, a una fresca memoria, forse per quell'eterno gioco visivo.
«Chissà? Potrò mai entrare un'ultima volta nella stanza dei ricordi, saltando all'indietro come una ginnasta? E pensare che lo ero una volta!» alza lo sguardo, lasciandolo fuggire verso un luogo inaccessibile «Ah, come saltavo! Che grillo agile e sicuro ero allora. I miei piedi correvano veloci sulle colline, ed ogni albero era mio, le mie mani impastavano ogni terra mentre imparavo a fare la ruota e a camminare a testa in giù.»
Una foschia impercettibile le scivola sulla pelle, lungo il naso e le guance, poi le penetra negli occhi, che si abbassano nuovamente.
«Chissà? Potrei tornare indietro percorrendo le strade incontrate negli anni. Non oso dirmi quanti sono, quegli anni; se le mie labbra lo dicessero si aprirebbero, poi, per lo spavento.»
Così sorride appena, amaramente, lasciando intravedere le rughe senza tempo che le decorano la pelle. Allunga le mani e afferra la bacinella, la fa oscillare in senso antiorario, adagio, piegandola un po', osservando l'acqua inerte. Poi muove i piedi, si tiene sulle punte e comincia, i primi passi incerti, a girare su se stessa: all'inizio senza fretta, poi sempre più velocemente. La sua gonna si gonfia e lei gira e si mette a piroettare con la bacinella tra le mani. Ruota battendo le punte dei piedi sul pavimento, sicure e precise, e lo fa chiudendo gli occhi, a denti stretti, cercando di mantenere il moto perpetuo. Qualche goccia trabocca dalla bacinella e cade sul pavimento, già umido delle gocce cadute nel tempo, dove altri pezzi di ricordi sono scivolati in silenzio.
Lei gira, tira indietro la testa e comincia a ridere, ride forte con la bacinella in mano e i piedi nudi sul pavimento bagnato; ruota finché sembra prendere il volo. Non bada all'acqua che le esplode tra le mani, non si cura dei pezzi del passato in frantumi che le tagliano i piedi, solo ride e gira voltando la testa sempre più indietro, e i capelli si attorcigliano al collo magro, e insieme alla Terra paiono un'unica donna che gira, un tutt'uno instancabile.

A un certo punto saranno un piede o un pensiero, saranno l'acqua o la sua testa confusa dai volteggi febbrili, la bacinella le scivola dalle mani e rotola a terra. Anch'essa, privata del sostegno dei ricordi, con le mani che ancora cercano di afferrare l'aria scivola, cade all'indietro.
Per un momento la scena è sospesa; poi un tonfo leggero, uno splash senza schizzi.
Ha male alle natiche, alle braccia, ai polsi – li ha messi male cadendo –, ma non se ne rende conto tanto è paralizzata dalla sorpresa. Non stava forse fluttuando nel passato poco prima? Non era forse in un vortice che la riportava all'ingenua gioventù, quando il futuro era gravido di sogni e il presente mai così nitido? E ora?
Dice «accidenti» ma rimane lì, coi muscoli fermi, colti alla sprovvista dall'impatto.
Immobilità e silenzio coesistono per un attimo lunghissimo. Poi muove un muscolo, un altro ancora: dito, avambraccio, braccio, spalla, schiena, si allunga verso il pavimento, quasi lo tocca con la punta del naso, quasi lo bacia con le labbra pallide. Ha gli occhi fissi sull'acqua, sul viso bagnato, e sfiora il proprio riflesso come chi si vede, inaspettato, in un quadro.
«Beh, in un certo senso sono tornata ai miei ricordi.»
È sicura di averli ritrovati, dopo che sono caduti come piccole gocce accumulate negli anni. Le sue piccole gocce perdute.
«Vi ho ritrovati, eh? Ma che disastro, come faccio a ricordare con ordine se già voi non siete ordinati? Come faccio a raccontare con ordine? Non posso, non mi ricordo, ma vi raccolgo», e con le mani a coppa cerca di prendere l'acqua. «Vi raccolgo piano, uno per uno.»

La puoi vedere ogni giorno accucciata o allungata sul pavimento, sdraiata o inginocchiata, a cercare qualcosa di simile a quelle che per Tootles, il primo dei bimbi sperduti, erano le sue rotelle. Lei cerca e fruga anche nelle fessure tra le piastrelle, negli angoli tra il muro e il pavimento finché, stanca di cercare invano, si rialza. Allora raccoglie la bacinella come per ricominciare una nuova storia e la riempie d'acqua fresca, limpida, che guarda smarrendosi felice.
Anche ora la puoi incontrare in quella stanza semi-vuota e madida di abbandono, mentre osserva il suo riflesso, senza riconoscerlo mai.
Più l'acqua si accumula ai suoi piedi, più perde le gocce, i ricordi. Ora ride contando i pezzi in cui è divisa la sua immagine riflessa e oscilla la testa per partecipare anche lei a quella danza. Alzando un po' il mento, si ferma davanti ad uno dei ricordi. Allora urla, chiude gli occhi e si colpisce le tempie come per attivare una scintilla, fino a quando la bacinella non cade di nuovo ai suoi piedi.
La raccoglie e la riempie una volta ancora, con i movimenti lenti e consueti di un automa. Poi torna a sedersi a terra e mormora piano una melodia antica.
Più rilassata, si tira su aiutandosi con le mani, incrocia le gambe, e con le braccia appoggiate alle ginocchia si concentra. Si impone di ricordare.
«Mi avevi vista quella volta. Me l'hai detto stringendo il viso contro il tuo, e raccontando che nel nostro primo incontro graffiavo il tronco di un pino con le unghie, cercando di arrampicarmi come uno scoiattolo.»
Rimane pensierosa, cercando di acciuffare quel nome sfuggito.
«Mi avevi detto il tuo stupore. Quando il mio respiro si nutriva del tuo e i tuoi occhi mangiavano i miei, avevi sussurrato: “Che ragazza! I tuoi occhi hanno il colore della bellezza”. Eravamo abbracciati e sudati dopo aver corso per il crinale, con il respiro ancora affannato. Da quel giorno tante volte ho pensato a quale fosse il colore della bellezza.»
Sospira allargando il petto, inspirando molecole d'acqua, espirando particelle di memoria.
«Sai, non credo che la bellezza abbia un colore; ma se ce l'ha è quello dei tuoi occhi. Tanti ricordi che ancora possiedo sono finiti nei tuoi occhi. Ogni volta che cerco un ricordo, è lì che lo ritrovo.»
Fa un risolino, appoggia la bacinella a terra davanti a sé. Con i polpastrelli sfiora le sopracciglia, poi le ciglia setose, le grinze sulle palpebre.
«Li avevi come il mare vicino alla spiaggia: due occhi chiari, limpidi, con la terra soffice e più scura sul fondo. Alla luce si trasformavano, si riempivano di aloni chiari e brillanti come stelle, e piccole scintille li impreziosivano. Il loro bagliore era accecante, ma io sapevo come guardarli. Non avrei mai voluto macchiarli col mio sguardo impetuoso, sarebbe stato come investirli di un'ombra, inquinarli. Il sole giocava a tormentarli, e allora li proteggevi con la mano, senza civetteria.»
Un riso le bagnò il viso.
«In realtà eri tu quello che ne aveva bisogno, ne sono certa. Erano malati e me ne sono accorta, oh se me ne sono accorta. È stato quando hai cominciato a non vedere bene. Sbandavi, centravi ogni spigolo, perdevi la strada nello spazio dal tavolo al divano. Erano più spenti ogni giorno, come in attesa di un riposo.»

Lentamente districa le gambe, si alza con l'aiuto delle mani stanche.
Ferma in mezzo alla stanza, l'acqua sul pavimento rimanda la sua immagine secca e bianca, quasi trasparente. Alcune ciocche di capelli le si appiccicano al viso, ormai bagnate d'acqua o di quelle lacrime che sgorgano piano, con grazia, andando a togliere alla pelle un lieve strato di polvere.
«Ero io a farti vedere il mondo.»
La sua voce è fioca, immobile come un lago di montagna. Racconta, e intanto le mani si muovono e indicano il muro, il soffitto, il pavimento, indicano le tende, la finestra, la polvere e la luna.
Cammina concitata per la stanza, a passo svelto, sfiorando i pochi oggetti presenti – un tavolo, la bacinella, una sedia – e presa dalla foga comincia a correre. Vuole mostrare il mondo che dipingeva a lui attraverso le parole; vuole catturare ciò che nel frattempo è stato perso e recuperarlo, riportarlo in vita; vuole afferrare i pezzi di un puzzle sparpagliato in luoghi inaccessibili.
«Davvero ricordi anche tu?» chiede ai muri freddi, alzando un po' la voce.
«Ricordi quando ti raccontavo del verde delle colline, dell'erba che oscillava al vento di ottobre, che tremava di freddo come noi, seduti sulla terra umida? Ti ricordi quando ascoltavamo la voce del vento e guardavamo la perfezione delle chiocciole? E quando hanno portato i colori?»
Dopo una pausa e un sospiro, abbandona le braccia lungo i fianchi, vinta, e l'impeto lascia il posto a una quieta tristezza.
«Tu non li hai visti, i colori della televisione; io te li raccontavo. “È come il reale” dicevo, ma tu non ci credevi. Non so come immaginavi la luce degli abiti delle ballerine, nelle tue ombre, o le luci colorate che illuminavano i personaggi in mezzo a un palco. Non vedevi il buio della stanza quando finivo di leggere, ti davo il bacio della buonanotte sulle labbra e spegnevo la luce; il buio ce l'avevi negli occhi. Non sapevi nemmeno più com'ero fatta. Mi ricordavi giovane e bella, ma non sapevi più com'ero. Non credevi neppure ai miei cambiamenti, che ti descrivevo paziente.»

«Ho una nipote, va a scuola. È brava, così dicono. Fa la terza elementare. I professori sono bravi, dice lei, le hanno insegnato la filosofia, che le piace. Mia nipote fa le medie da tre anni, è brava, tranne in Matematica e Fisica. Tra poco dovrebbe prendere la maturità ma ha paura per il tema, dice che non è una cima nei temi.»
Nel cercare di afferrare tracce del passato le confonde; sta perdendo la capacità di distinguere l'una dall'altra. E dire che si era allenata così tanto! Ogni sera, nel letto, con le coperte tirate fino al mento e lui che dormiva, ripercorreva le ore passate, dal risveglio alle lusinghe del nuovo sonno.
«M'hai detto tu anche questo, quando chiedesti di mostrare con una bella storia i colori dell'autunno, e io ti feci vedere i fiori dei monti. “Tesoro, stai invecchiando”, avevi commentato.»
Nessuno poteva sapere quanta memoria avrebbe perso, quante emozioni avrebbe abbandonato lungo la strada come le molliche di Pollicino; non i sassolini, ma le molliche di pane, perché qualche passero le mangiasse.
«Quel giorno, nubi soffocanti ti hanno messo sottoterra. Mi mancava l'aria per colpa loro. Piangevo, tu forse mi vedevi, ora che i tuoi occhi erano chiusi, finalmente consegnati alla luce. Perché sono certa che c'è luce, lì dove sei ora. Avevo raccolto fiori di campo, che sono pian piano appassiti. Non ho mai smesso di portarne, bagnati di rugiada e delle lacrime della solitudine.»
Trema piano, silenziosamente. Le labbra si incrinano in una smorfia. Corre per la stanza e tira un calcio alla bacinella, che va a sbattere contro il muro. Le sanguina il mignolo del piede ma non se ne accorge, singhiozza e si butta come un corpo morto a schiacciare il passato. Fuori il mondo è fluido e preciso, non perde il ritmo; neppure un istante si perde tra i rami dei frassini.

Questa notte c'è un grillo in città. Un grillo instancabile, che ignora il luogo nel quale fa musica, o forse sa che non è il luogo ad avere importanza. Lei è ginocchioni, arrotolata su di sé, il respiro sottile. Anche la brezza non si azzarda a entrare. Si dondola avanti e indietro, sussultando.
Le appoggio una mano sulla spalla, ma non mi sente. È sempre così, ormai. Le prime volte cercavo di fermarla, di farla calmare. Ho provato anche a darle delle gocce, ma ha subito scoperto il trucco. I miei sforzi erano vani davanti alla sua furia, alla rabbia di chi si guarda allo specchio e non vede che un'estranea, una sconosciuta. Allora ho cominciato con i soprammobili. Li ho tolti tutti assieme, un giorno in cui ero esasperata. Erano pericolosi, spesso li scagliava contro il muro, si feriva, e pure se non emetteva alcun lamento non potevo lasciare che si facesse del male.
Da tempo non prova più dolore fisico tant'è grande quello accumulato da quando, con la morte del nonno, la malattia l'ha invasa completamente.
Dopo i soprammobili, ho tolto i tappeti che la facevano scivolare, la televisione che la angosciava se solo vi posava lo sguardo. Le ho lasciato una sedia e un tavolo per quando decide di mangiare, e le ho lasciato la sua bacinella rossa. Ogni tanto, quando riemerge dai ricordi più penosi, mi racconta la storia di quando non avevano l'acqua in casa ed era costretta a lavarsi fuori, con quella ghiacciata della bacinella. Chissà, forse quell'oggetto è persino più vecchio di lei.
La aiuto ad alzarsi ma è molle come un fantoccio, pesante di sofferenza. Allora lascio che si calmi, che sia lei a tirarsi su, a riordinare, a prendere lo straccio e asciugare, per quanto possibile, quel lago di memorie. Io non faccio nulla, non me lo permette. È arrivata persino a graffiarmi, a mordermi, quando ho tentato di intervenire. Talvolta non mi riconosce, così me ne sto in un angolo seduta a osservarla, o vado al tavolo a fare i miei lavori. Un giorno ho scoperto che mio nonno l'ha tradita. A quanto pare lei è stata male per mesi, ma già da subito l'aveva perdonato. “È stato solo un bacio,” gridava alla finestra, “me l'hai detto che è stato solo un bacio! Me l'hai detto tu che lei vale solo un bacio e che il tuo amore è solo per me.”
Non so se posso comprendere un affetto tanto grande, che supera l'umiliazione, l'orgoglio e la morte; non so se posso provarlo, tanti sono i ragazzi che ho avuto nei miei trent'anni, scordandoli come partite a carte perse all'ultima mano. Forse sono cinica, o forse lei è stata – e in un certo senso è ancora – un'ingenua romantica.
Non ha avuto che mia madre, come figlia, ed dalla morte del nonno non la riconosce. Cioè da quando la malattia si è manifestata nel suo peggiore stato.
All'inizio pensavamo si lasciasse prendere dal passato, a mollo in un limbo di malinconia. Abbiamo avuto i primi sospetti quando non riusciva a rispondere neanche alle domande più semplici e ci siamo spaventati quando, entrando dalla porta, ci guardava con sguardo inquisitorio. Non riconosceva nessuno. Abbiamo capito che sarebbe stata sempre più dura.

«Tu! Hai visto il mio canarino?»
«No, nonna, non l'ho visto.»
«Era qui un attimo fa! Eh, sarà scappato. Che peccato, però, mi teneva compagnia. Era così brillante nella sua gabbietta, giallo giallo, un giallo canarino. E cantava, sentissi come cantava. Ma eri tu, amore mio, sono certa che eri tu. Solo tu potevi darmi tanta gioia! Hai catturato un po' di luce, un po' di bellezza da quel paradiso dove di certo sei finito, e l'hai portato da me per tenermi compagnia. Che caro.»
Si avvicina alla finestra e sporge fuori la testa.
«Uccellino? Uccellino, sei lì fuori?»
Si volta sconfitta e viene verso di me, imbronciata.
«Non c'è più il mio canarino.»
«Avrà raggiunto il cielo, sarà andato a far compagnia al nonno, magari anche lui si sentiva solo.»
Si siede per terra, non mi pare che abbia capito ciò che ho detto. Si guarda le mani, osserva le dita a una a una, come se le vedesse per la prima volta. Se le tocca con attenzione, spalancando gli occhi, le chiude e la apre, ne prova la forza. Poi all'improvviso si alza, prende la sua bacinella e la riempie ancora. Si siede davanti a me in ginocchio e col dito ossuto fa dei piccoli cerchi nell'acqua, e ride guardando ancora i suoi riflessi che volteggiano.
«Amo le nuvole, quelle che guardavamo passare insieme. Ce ne andavamo al mare e sdraiati sulle stuoie le seguivamo sui nostri corpi bianchi.»
Si sdraia, guarda in alto, ma nel cercare le nuvole rimane delusa, perché quel che trova è solo il soffitto di una stanza meschina. E rimane così, con le braccia e le gambe spalancate, appiccicate al pavimento, lo sguardo all'insù e un velo di sgomento sul viso.

«Oggi, amore mio, oggi è il grande giorno!»
Scende dalla sedia su cui era in piedi per dare l'annuncio e controlla l'ora: mezzanotte e un minuto. Dopo aver contato con le dita irrigidite dall'età e soddisfatta del risultato, arrotola le maniche della camicia da notte fino al gomito e comincia a darsi da fare. Per prima cosa spalanca la finestra, lanciando le imposte verso l'esterno così che l'aria possa passare senza impedimenti; poi esce dalla stanza, cosa che fa – senza che scoppi a piangere per la paura che le suscitano i luoghi dimenticati della casa – solo una volta all'anno. Va a recuperare un secchio, dell'alcol e alcuni stracci; mischia l'alcol con una discreta quantità d'acqua, vi affonda decisa uno straccio, lo tira fuori e lo strizza, mostrando le braccia ancora salde. Si guarda attorno con lo straccio ancora gocciolante, e scopre per la prima volta lo strato di polvere che si è accumulato in un anno di apatia. Quindi, con occhi di fuoco e un sorriso provocatorio, si impegna nella campagna militare per la sua eliminazione. Le mani combattono con tenacia, frugano nei luoghi più reconditi con forza, indagano sotto la cucina e in cima al lampadario, attaccando stipiti e battiscopa, senza lasciare il minimo granello di polvere. Alle sette di mattina ripone secchio e stracci, abbassa le maniche e siede trionfante al tavolo lucido e profumato; la stanza pare risorta da una cenere di oblio, inondata dai raggi tiepidi del sole che entrano dalla finestra. Una volta riposata quanto basta, si dedica alla cucina. Nella dispensa e nel frigo ci sono già gli ingredienti che le servono, comprati e messi lì per l'occasione. Ora le sue mani hanno perso impeto e si muovono con pacatezza e dedizione; spaccano le uova, setacciano la farina evitando che svolazzi sul piano della cucina, impastano con gesti morbidi ed efficaci. Alle undici un canto dolce, da giovane madre, le scaturisce dal petto, mentre il profumo della torta invade la stanza. Si asciuga la fronte con un fazzoletto di cotone bianco, tirato fuori con automatismo da un cassetto. Le sue iniziali, M.F., scritte in un delicato color oro, sono ancora nitide: fregi eleganti ricamati su una seconda pelle. Con gli occhi grandi e attenti rimane vigile, aspettando il momento giusto per aprire lo sportello del forno. Un minuto in più o in meno e lui capirebbe che questa volta la torta non è venuta perfetta. Col mento nei palmi e i gomiti sulle ginocchia, guarda la sua opera che matura come un frutto.
«Per te sarà perfetta. Sarà divina, degna delle tue labbra gentili.»
Prende la torta dal forno, la posa su un piatto decorato con fiori lilla e la copre con una retina perché non vi salgano le mosche. Apre un cassetto, dal quale tira fuori una tovaglia bianca e due tovaglioli; poi recupera due bicchieri di cristallo, due forchette da dolce e un candelabro, su cui sono rimaste una candela consumata e un mozzicone inutilizzabile.

È mezzogiorno.
La vedo seduta alla tavola apparecchiata, le mani sul grembo e un'espressione di attesa.
Si è pettinata i capelli, si è lavata, ha indossato un vestito che doveva essere il più bello che aveva. È chiaro, di un azzurro cielo ormai scolorito, i bordini delle maniche e del colletto sono di velluto blu e uno spesso nastro le cinge la vita. Vestita così, con quell'aria serena e in pace, sembra più giovane. Non di molto, ma quanto basta per guardarla senza venire assaliti dalla melanconia dell'età. Ha lo stesso aspetto di quando, seduta sulla stessa sedia, mi prendeva sulle ginocchia e raccontava una filastrocca. Immersa nella vana attesa, non la compatisco. Provo il piacere che la consola, sebbene per un solo giorno. Come ogni anno aspetterà il festeggiato, aspetterà che l'amore della sua vita soffi su quelle candele. Non ha mai voluto mettere le candeline sulla torta, come si usa fare, perché “una sola goccia di cera può rovinare un'opera d'arte”. Aspetterà il suo arrivo con una candela accesa che ogni anno si consuma un poco, finché non sarà anch'essa un mozzicone inutile, e allora non so come reagirà. Comprargliene una nuova neanche a parlarne: se ne accorgerebbe e darebbe di matta – lo dico per esperienza –. Non resta che sperare che impieghi molto tempo a consumarsi. Forse, però, si consumerà prima lei; questo le eviterebbe lo smacco di non avere più nulla in cui credere.

Le ombre si spostano nella stanza; lei no, aspetta. Aspetta che il passato si affacci un'ultima volta sulla sua strada, aspetta che i morti resuscitino e che i rancori si squaglino. Aspetta che il suo canarino torni a cantare, che il vento le parli di lui.
Sono le 23.50 e non si è ancora arresa, ma d'improvviso rompe il silenzio, che pareva immutabile: «Sai una cosa?»
Io le rispondo: «No, dimmi», illusa che si accorga della mia presenza.
Dopo una lunga pausa, un tenue gemito di gioia fluisce dal suo silenzio e con un sorriso sereno pare liberarsi di tutte le angosce e le tristezze che serbava nel petto.
«Lo vedo. Come ho fatto a non vederlo prima? Tu lo conosci da sempre, allora? Lo conosci da sempre, ma non me lo volevi dire. Ora lo vedo, lo vedo, il colore! Mi fa sentire così bene. Lo vedo ancora nei tuoi occhi, amore, sei tornato da me. Oddio, sei tornato. Allora è questo il colore che ho atteso per tanto.»
Ora del decesso: 23.59. Quasi non me ne sono resa conto; era ancora lì seduta e sorrideva, sebbene ad occhi chiusi. Me ne sono accorta solo perché in quel preciso minuto si sarebbe dovuta alzare per andare alla finestra, nell'ultimo istante di speranza che le rimaneva di veder ritornare il nonno, come faceva sempre. Invece è rimasta lì seduta e solo allora mi sono accorta che non respirava più. Chissà cosa vedeva in quel momento fragile? Qualunque cosa sia stata l'ha fatta sorridere, ha dato pace alla sua mente confusa, impigliata in un groviglio di ricordi. E sorrido anch'io davanti alla sua quiete, davanti alla morte, mentre aspetto di scoprire il colore della bellezza.