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Il Fiato della Morte

Scritto da Claudio Martinelli.

Mi sono appena trasferito in campagna, con il passare del tempo la città è diventata troppo rumorosa e inquieta.

La campagna gallese è sempre stata un sogno, per uno come me, amante della solitudine e degli spunti che offre. Non vi ho ancora detto di essere uno scrittore? Ebbene, lo sono. Uno scribacchino di discreto successo, in crisi d’ispirazione. Più il mio editore preme per avere l’anteprima del nuovo racconto, più il mio blocco aumenta. 
Sono ore, ormai, che sto fissando il foglio bianco coi pensieri fissi al nulla, o forse persi nella danza del fumo di decine di sigarette. Sì, lo so che non dovrei fumare, ma fa figo per uno scrittore. Sono nella mia nuova casa da circa due settimane, ed anche se l’estro non ne ha giovato molto, il mio umore ne ha tratto grandi benefici; ho già fatto qualche passeggiata per familiarizzare con il panorama che osservo dalle finestre, e per disintossicarmi dal fumo delle sigarette nevrotiche.
Ammetto, non senza vergogna, di essermi smarrito un paio di volte: benché il boschetto vicino alla mia proprietà non sia esteso, combatto con un senso dell’orientamento pari a zero. Inutile che ridacchiate, nella vita l’importante è lo spirito col quale si affrontano i problemi. Perciò mi sono preso un cane, appena arrivato qui. La compagnia canina era un altro dei miei sogni, ma gestirla in città, in un buco condominiale... Dunque, ho unito l’utile al dilettevole e senza destare sospetti! Lui (in mancanza di ispirazione questo ha finito per essere il suo nome) è originario di queste parti, conosce i sentieri e ha un buon fiuto; io ci metto appena la conoscenza dei punti cardinali e tanto basta per poter tornare a casa.  
Ho visto meraviglie in questi giorni e qualcosa in particolare mi affascina, ma non mi convince. Nel cuore del bosco c’è un pozzo. Non uno di quelli che si vedono nei film, che nonostante il tempo trascorso hanno un cono intatto, le tegole rosso vivo e la manovella in legno decorato, no: questo, piantato in mezzo al niente, è più adatto a un film dell’orrore, talmente tetro che ne potrebbero sbucare creature pronte a divorarti. Sorrido tra me e me, quando mi avvicino e resto affascinato dalla sua bruttezza senza pari. Ancora mi chiedo chi lo abbia costruito e perché. 

Durante l’ennesima passeggiata la curiosità mi porta nei dintorni del pozzo, mi avvicino e noto, dall’eco delle mie parole, che dev’essere profondo ma non secco; sono perso nelle mie deduzioni quando sento una sorta di rantolo salire dal fondo. Pensando a qualche animale caduto, decido di correre a prendere una corda per calarmi dentro, o per tirarlo fuori. Corro, senza ricordare neppure se a casa ho una corda, ma la fortuna mi sorride e ne trovo una bella robusta nel capanno degli attrezzi. Ringrazierò il vecchio proprietario. 
Tornato al pozzo, trovo un solido appiglio sul bordo per fermare la corda e munito di torcia, inizio a calarmi. Un poco di spirito per l’avventura non mi ucciderà mica, no? Dopo una discesa di quasi quattro metri, mentre penso gongolando di non avere sbagliato le mie previsioni, un rumore mi fa venire i brividi: intuisco ciò che sta accadendo prima ancora che le pietre collocate a secco inizino a cedermi sulla testa. È questione di secondi. Le pietre si separano, la corda è agganciata al nulla e precipito sul fondo. Atterro, e chiedendomi se son vivo, realizzo di stare ancora respirando. Mi raddrizzo; ho male alla schiena e dopo un’istante tutto diventa nero… Altre pietre mi cadono in testa.  
L’ultima cosa che vedo prima di svenire è una figura nella penombra. Che scherzi può fare un brutto colpo!  

Mi sveglio intontito e con la fronte calda: sto sanguinando. Non sono più nel pozzo, ma in una specie di sotterraneo. Chi mi ha portato qui? Controllo l’orologio, sono le 19:39; sono passate più o meno due ore da quando sono precipitato. Ho le mani legate, qualcosa non torna. Sento eco di passi; mi chiedo chi sia e che intenzioni abbia. Improvvisamente ricordo la figura intravista ed ho i brividi. Per la prima volta nella mia vita sento di essere realmente in pericolo. Mi fingo ancora svenuto e, quando il figuro si fa vicino, socchiudo un occhio e noto una specie di coltello di ferro grezzo. Tutto ciò che riesco a vedere è la sua arma, che non ha una superficie liscia come quella dei normali coltelli da cucina. Sembra fatta di roccia. Non riesco a fingere oltre, apro gli occhi ma non abbastanza in fretta per vedere in faccia il mio carceriere. Mi prende per una gamba e inizia a trascinarmi da un’altra parte, lentamente, a causa della sua stazza. Credo di aver intuito le sue intenzioni; c’è un puzzo tremendo in questo posto e penso solo che voglio andarmene, uscire vivo di qui.
Penso, prego, tento di escogitare qualcosa. Le corde ai polsi si sono allentate e devo trovare in fretta un piano per fuggire. Non appena quello si volta, riesco a prendere il suo strano coltello e corro verso l’uscita. Sento le sue urla e mi appiattisco contro la parete. 
Superato lo shock per l’accaduto e per l’inatteso colpo di fortuna, devo trovare l’uscita del labirinto in cui mi trovo.
Ci vorrebbe del tempo per ragionare ma so che non posso restare fermo, e riprendo a camminare per orientarmi. Con uno scatto di ironia ingenua penso allo spirito di Magellano. Rivoli di sudore e di sangue mi colano sulla faccia, sento in bocca il sapore metallico e salato: se non stesse accadendo davvero, questo sarebbe un capitolo di suspense assoluta. Cosa devo fare per non girare a vuoto in questo gomitolo di cunicoli? Indiana Jones non mi è di nessuna utilità, ma Hansel e Gretel sì: con la lama traccio dei segni sulle pareti rocciose per indicare il mio passaggio ed evitare di perdermi.  
È fatta, penso, ormai sono salvo! Niente di più sbagliato. Mi ritrovo davanti una di quelle creature da film horror: un fisico pelle e ossa, bubboni qua e là sul corpo, pochi peli, pelle tesa e lucida. Indossa una maschera, forse per nascondere il proprio volto. Ma non è questo il momento per la sindrome di Sherlock Holmes. Meglio correre a perdifiato, mentre il figuro mi insegue. Corre veloce, per il fisico che porta a spasso. 
Una radice mi fa inciampare e il mostro è ora a pochi centimetri dal mio volto, sento il suo fiato fetido anche attraverso la maschera. Trattengo il respiro e lo colpisco al ventre con l’arma del suo simile: non si sposta, si solleva di poco; respiro ancora il suo alito capisco che non ha mollato di un centimetro. Non ragiono più, mi muovo e agisco per cieca paura, tramortendolo e rompendogli la maschera. Quel che vedo mi lascia senza fiato: è un mostro dalle fattezze umane. Il suo odore mi ricorda la stanza dove mi aveva portato l’altro; sono tra cannibali. 

L’orologio segna le 20:57; devo sbrigarmi a uscire prima che arrivi il buio. Mi siedo in preda alla disperazione, piango, piango come un bambino mentre rivedo gli ultimi attimi della vita scorrermi davanti. E ricordo anche un dettaglio che mi era sfuggito: con la bussola (sì, lo ammetto, uso anche quella perché a volte il cane non basta e mentre lui sa tornare a casa, io no) avevo fissato dei punti di riferimento, e il pozzo corrisponde all’Ovest. Se mi sbrigassi potrei trovare un’uscita in base alla luce proveniente dal corridoio. Ho altri otto minuti, poi la luce del sole scomparirà offuscata dalle fronde del bosco. Non potrò scalare la parete a mani nude, mi servirebbe un rampino. Potrei utilizzare il coltellino incastrandolo fra le pietre, se solo ce ne fossero.  
Sento arrivare altre creature, non le vedo ma posso sentire il loro respiro, e quel tanfo mortale che non scorderò mai. 
Non ho tempo per costruirmi il rampino, abbandono il giaccone e gli oggetti inutili per alleggerirmi e tento la scalata a mani nude. Per fortuna il terreno regge e prima che la luce scompaia del tutto sono finalmente in superficie; la luce rosata del tramonto è vicina, posso toccarla. Corro nonostante la fitta alle gambe, le ginocchia che vogliono cedere e il sangue negli occhi. Sono fuori da quell’inferno e crollo, abbandonato sull’erba, a gustare il sapore della salvezza.
Volgo lo sguardo verso il pozzo: nessuno deve correre il mio stesso rischio. 
Mi dirigo verso casa, prendo una tanica di benzina e dei fiammiferi: in breve tempo tutto il labirinto sotterraneo brucia, ma non si sentono né urla né altri versi. Poi, dietro di me, un rantolo rabbioso e un fiato che puzza di morte.




Claudio Martinelli, 1° Ac (IISS Q. Orazio Flacco)