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Lettera a Un Filo D'Erba

Scritto da Dave The Brave.

Devo scrivere a un amico.
Non è uno qualsiasi e non so come fare, da dove cominciare. Potrei bagnarmi di retorica, salvarmi inviandogli un pezzo dei tanti scritti e archiviati nel cestino del computer. Ma è un amico. Che cazzo di parola formidabile! Gli uomini hanno inventato la trappola perfetta, siano maledetti in tutte le costellazioni. Lui sulla Terra apre una webzine e gli ho promesso qualcosa che non so mantenere. Non ho frasi ad effetto oltre a quelle usate dovunque. Mi salverò con un tocco di genio. Prenderò dal cestino, quello vero, di plastica e carta, uno scarto qua e uno là, metterò assieme un collage dell’assurdo e gli dirò la mia arte, sono fatto così.
Però devo scrivere a un amico. E’ un casino barare. Sono fatto così è per chi si crede più furbo e sta al riparo dal vero che illumina la sua anima nera. Io non ho un diploma di santo, ne ho soltanto lo stinco, per prendere gli oggetti duri al buio.
Devo scrivere a un amico. Invece mi sono fatto un cheeseburger, ho accartocciato i fogli che avevo tolto di bocca al cestino e ce li ho ributtati, bevendo una spremuta. Affanculo, gli telefono. Intercontinentale da ventisei dollari e nove cents…
- D.?
- Già, D.
E gli racconto la mia disgrazia.
Fatti anche una birra, uomo – dice. La rivista può aspettare. Fortuna schifosa, come posso avere amici del genere?
“Non avrai nient’altro da leggere che me” gli sto giurando. E’ una minaccia. Il mio agente non vorrà i diritti, farò sesso tutta la notte che non passerò davanti alla tastiera. Voglio crederci. No, si, forse. Per tutta la notte.
Devo scrivere a un amico.



E devo cominciare.

Da piccolo, mi piaceva annusare l'odore dell'erba tagliata, quello pastoso degli steli bagnati dalla pioggia di primavera, quello della terra profonda, profumata di fungo e di argilla. Adoravo anche i vapori che l’asfalto caldo e umido emanava dopo un temporale.
Giocavo a perdermi nella periferia, passando vicino alle botole di sfogo delle cantine, da cui saliva insistente l'aroma del salnitro, tatuaggio del passato.
Non erano profumi eccezionali, ma la loro cortesia riusciva a tenere in equilibrio il presente col sapore della storia.
È semplice ricostruire le fattezze di un posto, i suoi angoli, le sfumature, i vizi, le cose abbandonate e quelle che nell’infanzia sembrano più grandi e pericolose e da sfidare. Più difficile è conservarne l’odore. In città, poi, è impossibile.
Un pomeriggio ormai arancio, mentre il sole prendeva la mira per tuffarsi nell’orizzonte di metallo senza spanciare, vidi levarsi da un cantiere vapori di calce e tonfi sordi, rituali antichi. Curioso, mi avvicinai per annusare, ma i prefabbricati non lasciavano traspirare emozioni, la loro glassa liscia e favolosa non raccontava capitoli di mondo come i sassi o le travi tarlate.
Chi avrebbe abitato quel luogo quadrato, quel recinto di latta? Una famiglia capace di sentire la fragranza nelle orchidee finte, stordita dal subwoofer e dalle repliche dell’Ed Sullivan Show, o magari un single astuto, col telecomando della vita stretto fra le mani.
Ventilatore a settemila giri al minuto in cucina, camera da letto insonorizzata, studio in pelle di camoscio e parquet, con riproduzione dell'Acquerello Astratto di Kandinskij dietro la scrivania, appaiata a qualche losco murales postmoderno, schizoide. Salone essenzialista: il minimo e il massimo in nome dell'optional, rigore e sobrietà per il doppio bagno, tappezzeria in finto legno, letto componibile e armadio a sedici ante per la stanza degli ospiti.
Megastereo con casse da 220Watt a muro, tv al plasma 44 pollici a schermo ultrapiatto, lampade a regolazione di luce invisibili a un primo sguardo, a un secondo, e se possibile anche a tutti gli altri. Riscaldamento centralizzato e niente camini o stufe, vecchiumi osceni.
- Resta il problema dei fiori di plastica: dove metterli? Stonano col resto della casa - pensavo, quasi fossi il futuro proprietario. Quella macchia diarroica era difficile da piazzare.
L’avrei nascosta volentieri in una delle cassapanche che giocavo a forzare, da bambino, alla ricerca di chissà quali tesori.

Camminavo, e preso dalle fantasticherie percorsi quasi dieci chilometri. Attraversai il centro, feci un aerosol con gli scarichi delle auto e dei bus, dio solo sa quanti ce n’erano! Tutti in fila uno dietro l'altro, più lenti dei pedoni. Non ne ricordavo così tanti nella mia fanciullezza inutile e precoce. Mi viene in mente solo la fatica del Ford a forma di coleottero che si arrampicava sulla Quattordicesima, il giallo delle sue fiancate enormi ai nostri sguardi mocciosi. 
Forse, proprio perché erano illusioni destinate a svanire, ho conservato uno scatolone in un angolo della stanza da letto: è una cripta dove vado a infilare il naso quando sono in debito d’ossigeno, e le polveri tornano a farmi visita attraverso la memoria, attraverso visi che ricordavo più bianchi, più lisci. Mi guardo allo specchio e vedo uno che ha passato i quaranta e pensa alla bile di sua madre e a quei liquidi rischiosi con cui credeva di bruciarsi i pantaloni. E la compagna che urla sobriamente sulle lenzuola, con il pigiama verde alloro, e non so perché diavolo m’è venuto in mente l’alloro. Era l’arbusto di mio padre, un altro dimenticato di noi, sempre a corto di cose da dire... sapeva di avere del tempo, ma nessuno sa quanto, e quant’è abbastanza tempo?
Aveva lasciato il suo odore dappertutto. Avevo lasciato mutande dappertutto. Il pane di terra dei vasi di ficus, un’amaca scassata, asciugamani da spiaggia, da doccia, da culo.
Avevo lasciato la muffa dei giorni provvisori a stagnare laggiù; faceva spessore sulla moquette che strappavo pelo a pelo coi denti, con le automobiline disossate giù dalle scale.
- Che facciamo?
- Lei viene con me.
- Lei chi?
- La memoria.
- Brutta sera? Tanti auguri.
- Ne ho presi tanti, terrò anche i tuoi.
- Per quello che valgono...
- Trovi?
- Trovo. Sei tu che manchi.
- Hai ragione, è buffo. Sto parlando da solo di un mondo che non c’è.
- Non c’è più, ma prima...
- Non c’è mai stato un prima.
- Ah no? Prima avevi i capelli neri. Adesso hai una tinta che fa orrore.
- Quella è natura.
- Quella è memoria.

Coglione. Intrappolato da me stesso in un dialogo borderline. E dire che stavo per scrivere una lettera a un filo d’erba. Quanta ce n’era nella mia periferia! La infilavo tra le mani, e soffiandoci in mezzo usciva il suono dei calabroni.
Oggi quegli attimi sono con me, hanno il profumo del giorno in cui mi addormentai e dimenticai di svegliarmi.

La strada, fuori, era bagnata e calda, aveva appena terminato di piovere.

Seguono firma in caratteri obesi, salamelecchi, qualche inquietudine per l'inadeguatezza dell'ispirazione.





Dovevo scrivere a un amico, penso di averlo fatto con una certa maestà. Lo spunto era diverso, avevo pensato a un sipario spianato dopo lo show e a un’ovazione della folla, ma era troppo teatrale e poco da supereroe. 
Dovevo scrivere a un amico bizzarro e adorabile, disgustosamente emotivo. 
Le emozioni non migrano come le rondini, però fanno nidi più solidi. Caldi d’inverno e freschi nel tessuto di jeans dell’estate. Non subiscono l’insulto del tempo.
Se le mura potessero tacere, si sporcherebbero di grida. E poi chiazze, muschi, vapori, e il sudore di ogni strano abitante. E’ circa una vita che si impregnano di emozioni, quelle là.
Alcune stanno chiuse nei romanzi, altre sbuffano dalle stufe, dai camini di pane rurale e castagne, fra ciocchi di legno e scarponi dismessi, fradici della pioggia che lava la fatica dei corpi. Vanno ancora a dormire presto, dove non arriva la fibra ottica. Dicono che il ruscello va nel ruscello, che il fiume finisce nel mare perché l’acqua ha deciso così, ed è un gioco da ragazzi. Le molecole del loro sonno se ne fregano delle orexine, della melatonina e dei modulatori che tengono appesi alla veglia. Se ne infischiano proprio, quelle là.
Gli affascinati dal mondo dei semplici le chiamano emozioni. Devono averci scritto una canzone in qualsiasi parte del mondo. Non sarò l’ultimo menestrello, io sono stonato anche quando canto sui dischi già incisi.
Però mi piacerebbe migrare. Sui muri, o nelle sabbie rosse che fanno da vestaglia al Colorado, e si alzano con le tempeste. Guardo la maniglia della porta, rossa anche lei. Pende come un impiccato, appeso all’ultima speranza di grazia.
Volevo andare, cazzo, volevo andare e c’ero quasi riuscito. Dannate emozioni, mi hanno fregato la fuga al traguardo. Gliela faccio vedere io, appena mi vengono a tiro! Mi ero incantato un attimo sulla faccia dei muri chiassosi per raccontare l’avventura con Nellie in quella cazzo di intercontinentale da ventisei dollari e spiccioli, il sesso sballato del College, un’adolescenza di insonnia e brutti voti. Senza ieri né domani.
Un’opera struggente mi ha dato l'equilibrio che non cercavo. Ci ho messo dentro i segreti di famiglia in quella gabbia di pagine sporche, nella fatica di mio fratello a crescere con un pessimo esempio davanti. Lui non ha mai avuto paura. Ha imparato a cadere prima di camminare, si è educato con le tragedie e le Pringles, ballando sulle contraddizioni delle favole.
Non ha mai saputo dove andare. E neanch’io. Come le sabbie rosse che si alzano dal Colorado, da quel canyon gigantesco e strepitoso che è l’America, un solo canyon che affonda come una vagina nella terra degli uomini estremi. “Hello cowgirl in the sand/is this place at your command?”.
Ingmar Bergman riusciva a rivoltarmi l’anima col suo bianco e nero asciutto, essenziale. Neil Young puntava allo stomaco. Cavallo pazzo, uccello migratore fra i relitti coloniali e la tecnologia, mi ha insegnato a credere nella velocità, nella potenza di questa penna elettronica che attraversa l’oceano e si accomoda senza chiedere il permesso nella posta di un folle. Di un amico a cui dovevo scrivere. Uno che ascolta le mie urla sporche di terra profana da anni. Uno per cui il segreto non esiste, il segreto è meschino e ama solo se stesso; uno abituato ai miei vagheggiamenti e alle stufe di campagna, uno che posso chiamare quando sono troppo stanco o ubriaco per ricordarmi che il fuso orario lo coglie a dormire, a lavarsi, a scopare.
Lui ci sarà. Se lo voglio, sarà la mia Joyce Mansour: di notte rana e di giorno serpe.
Lui ci sarà. Se lo voglio, avrà pazienza di ascoltare i miei trionfi e le Nellie con cui ho tradito.
Lui ci sarà. Una macchia sul muro schizzato di emozioni. Quelle là.
Abita il vecchio mondo bigotto e fallocentrico, sporco di banalità. Ha una casa che è un nido, dalla stanza da letto vede un cascinale e un ruscello che va al ruscello, e il fiume che va a fottersi in mare. Aspetta solo il mio pezzo per chiudere il numero come un astuccio prima di uscire da scuola. Il primo numero. Un onore oltre i meriti.
Credo abbia sbagliato soggetto – me – senza sbagliare ideale, la webzine.
Dovevo scrivere a questo amico che si è salvato dal contagio del business e della durezza. E’ salvo dai mostri di sabbia che grattano i vetri per sentire la stupidità delle nostre preghiere, dalla noia della morte che stanca la vita e niente più compiti per le vacanze. Le confessioni mi riescono male, come un fiume che sbaglia a gettarsi dove non c’è né acqua né mare.
Perché non è affatto un gioco da ragazzi, essere amici. È restare ragazzi senza nostalgia.





[translated by Valentina Pironi]