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Black Coffee e l'Avventura nei Territori Inesplorati

Scritto da Alice Bottoni.

Fare editoria è (anche) trovare chi sa narrare il destino, il viaggio, la speranza.

Gli Stati Uniti d’America sono sempre stati oggetto di sentimenti contrastanti: la speranza insita nell’american dream, il fascino e allo stesso tempo la repulsione nei confronti di un Paese che manifesta e determina i gusti migliori e peggiori del mondo occidentale, le abitudini, l’arte; un Paese che è innovazione e decadenza, futuro grandioso e degrado del tempo e dell’essere umano. L’immaginario americano entra nelle nostre case attraverso le opere cinematografiche e le serie televisive, si manifesta silenziosamente nelle nostre abitudini alimentari, prende forma attraverso le pagine degli autori classici come Francis Scott Fitzgerald, Raymond Carver, William Faulkner, J.D. Salinger, Ray Bradbury, o Jack Kerouac, per citarne solo alcuni, e quelli contemporanei come Philip Roth, George Saunders, Dave Eggers, David Foster Wallace, Thomas Pynchon, Cormac McCarthy, Don DeLillo.
L’attrazione-repulsione che proviamo nei confronti degli Stati Uniti d’America dimostra in ogni caso come essi siano un filtro costante attraverso il quale osserviamo e interpretiamo il mondo che cambia. Le Edizioni Black Coffee, come l’ottico di De André, hanno scelto per i loro “clienti speciali” un filtro ben preciso che restituisca un ritratto inedito del Nord America, delle lenti ideate per focalizzare lo sguardo su una specifica porzione di mondo, ben progettate, che mostrano a chi le indossa un Nord America contemporaneo raccontato dagli autori esordienti, dalle donne coraggiose, da autori ingiustamente dimenticati.

In un primo momento collana ospitata nel catalogo delle Edizioni Clichy, Black Coffee è divenuta ora una casa editrice indipendente, con sede a Firenze, che «propone», come si legge sul sito web, «opere di fiction e literary non fiction lasciandole dialogare fluidamente, senza ricorrere a una suddivisione in generi». Ma le pubblicazioni di Black Coffee sono solo un punto di partenza per approfondire una visione più ampia sulle tematiche proposte, e infatti il programma editoriale è integrato da una serie di articoli tratti da note riviste letterarie americane – per il momento The Believer Magazine ed Hobart Magazine – e tradotti dagli stessi editori, Sara Reggiani e Leonardo Taiuti; «Il desiderio è che questo approccio restituisca un ritratto sincero del panorama letterario nordamericano meno conosciuto». 

D: Il nome Black Coffee evoca un carattere deciso e consapevole, descrive col potere della metafora una casa editrice che ha ben presenti i suoi obiettivi e che sa delineare esattamente le forme – fisiche e contenutistiche – dei testi che vuole pubblicare; è così, oppure il potere della metafora mi ha condotto a un’astratta fantasia mentale? 
R: Assolutamente sì, è così. Il nostro caffè è nero, pungente, ha un gusto deciso e ben definito. Naturalmente deve essere senza zucchero, una bevanda amara e forte come i libri che ci proponiamo di pubblicare. 

D: Prima ancora che per i vostri lettori, cos’è per voi il Nord America e che ruolo ha avuto e ha tuttora nella vostra vita? 
R: Come abbiamo detto in occasione di altre interviste, dell’America non ci si libera mai. L’immaginario che evoca è troppo potente e variegato per passare in secondo piano rispetto a quello di altri Paesi del mondo. Gli Stati Uniti sono un Paese da cui abbiamo ereditato talmente tanti aspetti, a livello culturale, che per noi italiani è difficile non esserne influenzati. Ora come ora, poi, è sempre più evidente la centralità dell’America nel nostro immaginario: è onnipresente, sia nel bene che nel male. A livello di esperienza personale, ormai sono anni che visitiamo il Nord America, vuoi per lavoro, vuoi per piacere, e ogni posto nuovo che vediamo, ogni autore che scopriamo ci apre un mondo. L’America per noi è un mistero da sondare. 

D: E ai vostri lettori, invece, cosa volete raccontare di questo Paese? 
R: Ci piacerebbe offrire al lettore uno scorcio degli Stati Uniti, raccontargli non solo delle storie, ma anche i luoghi da cui quelle storie sono scaturite. Vogliamo parlare della quotidianità americana, delle esperienze che in quel Paese si vivono ogni giorno. Ad esempio abbiamo deciso sin dall’inizio di integrare la produzione cartacea con articoli e racconti brevi tratti da alcune riviste statunitensi; l’obiettivo è dare al lettore modo di confrontarsi anche con altre realtà, non necessariamente meno conosciute, ma che magari qui in Italia non sono ancora arrivate o non arriveranno mai. Ci auguriamo così che ognuno possa costruirsi un suo percorso, un suo personalissimo film. Quello che proponiamo è un viaggio, né più né meno. 

D: I libri pubblicati da Black Coffee come si distinguono dalle produzioni delle altre case editrici che dedicano al Nord America una particolare attenzione? 
R: Ogni anno arrivano in Italia migliaia di titoli “importati” dall’America. Prima di inserirci in questo panorama, quindi, abbiamo dedicato molto tempo a mettere a fuoco un percorso preciso. Abbiamo deciso di puntare sugli esordienti e di tenere d’occhio le case editrici indipendenti. L’America offrirà sempre un panorama letterario variegato. E ci sarà sempre qualcuno che riuscirà a dire cose scontate in modo nuovo. È precisamente così che scegliamo i nostri autori, quando con le parole riescono a fare cose che non abbiamo mai visto o ci costringono a fermarci e chiederci, Come ci è riuscito? Il compito di Black Coffee in quanto piccolo editore è sondare territori inesplorati. Vorremmo che i lettori si fidassero, ci seguissero in questo viaggio. Siamo vincolati a una missione nei confronti di chi ci legge: trasmettere che ciò che proponiamo è frutto di un ragionamento, di un progetto coerente e di una passione sincera. 

D: Il vostro amore per la traduzione dovrà affrontare, immagino, alcune difficoltà, soprattutto perché concetti, termini e scenari di un Paese che non è il proprio sono a volte difficili da comprendere e da trasmettere. Com’è il vostro approccio alla traduzione e quali sono le maggiori criticità che avete riscontrato nel tradurre i libri che avete pubblicato? 
R: Entrambi traduciamo da tanti anni, ci siamo cimentati con testi di ogni genere e facciamo del nostro essere traduttori una forza della casa editrice – fondamentalmente proponiamo ai lettori libri che ci piacerebbe tradurre, dopo anni di scouting, spesso infruttuoso, per altre realtà editoriali italiane. E la letteratura americana è quella su cui ci siamo trovati a lavorare più spesso nella nostra carriera. Certo, affrontare opere complesse come quella di Joy Williams, ad esempio, o dalla scrittura sperimentale come Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman non è uno scherzo, e l’approccio necessario a tradurre libri del genere è l’unico possibile: bisogna essere rispettosi del testo per trasmettere al lettore italiano ogni sfumatura dell’opera originale, senza snaturarlo per ridurre certi divari culturali. 

D: A settembre 2017 è uscito, con Black Coffee, il libro di Amy Fusselman Il medico della nave/8, definito da Dave Eggers «un piccolo miracolo»: ce ne volete parlare? Come avete scoperto l’autrice e qual è stato il percorso di questa pubblicazione?
R: Il medico della nave e 8 sono due piccoli memoir riuniti in un unico volume nell’edizione Mc Sweeney’s. Lo avevamo già incontrato ai tempi in cui Black Coffee era ancora una collana Clichy, tuttavia all’epoca ci era sembrato un azzardo, anche perché ancora non ci eravamo aperti alla non-fiction. Appena siamo diventati indipendenti, però, i due libri di Amy Fusselman sono stati tra i primi che abbiamo ripescato – è stata la nostra prima, e sicuramente non ultima, incursione nel campo dell’auto-fiction, genere cui siamo molto legati e che adesso sta riscuotendo un discreto successo anche in Italia. Il medico della nave e 8 sono due piccole riflessioni che, partendo da due eventi traumatici – la morte del padre (Il medico della nave) e l’abuso sessuale (8) –mostrano in che modo l’autrice abbia reagito e sia diventata la donna che è oggi. Nonostante la gravità dei temi trattati, non c’è traccia di pesantezza e non si spettacolarizza il dolore. È tutto molto personale, un flusso di pensieri che colpisce per la sua levità. Forse è proprio per questo che Eggers l’ha definito in quel modo: è davvero straordinario riuscire a parlare con tanta serenità di argomenti di questo tipo. 

D: E ora alziamo lo sguardo sull’orizzonte: quale titolo comparirà prossimamente nel vostro catalogo? Avete dei progetti per il prossimo futuro? 
R: Abbiamo già dato alcune anticipazioni riguardo alle nostre uscite del 2018, e ormai il tempo stringe, rischiano di non essere più “anticipazioni” ma “presentazioni”. È questo il caso di Freeman’s, rivista letteraria americana che porteremo in Italia –uscirà a metà febbraio –traducendo il numero Scrittori dal futuro. John Freeman, il curatore della rivista, è scrittore, critico letterario ed ex direttore di Granta oltre che autore su tutti i periodici più importanti oltre a essere stato editor di Granta. Abbiamo molta fiducia in questo nostro nuovo progetto, anche perché crediamo che in Italia la rivista letteraria meriti di trovare uno spazio maggiore. Speriamo di dare una mano affinché questo avvenga portando Freeman’s nel nostro Paese. Successivamente abbiamo in serbo un altro grande autore, Ben Marcus, il cui L’alfabeto di fuoco uscirà giusto giusto per il Salone di Torino.