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Contro il Paradigma: Racconti Edizioni

Scritto da Alice Bottoni.

È un limite, la brevità, che contiene in sé le molteplici pulsioni della creatività.

Lo sapevano benissimo i membri dell’Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle), che esploravano le potenzialità creative insite nei vincoli formali e strutturali della letteratura. La brevità non è quindi un limite, con accezione negativa, bensì un vincolo all’interno del quale è possibile giocare con la lingua, adattandola ad esso attraverso i più impensabili espedienti, e trasmettere un concetto in poche righe, usando termini esatti e precisi come ci ha insegnato Italo Calvino. 
I contenuti testuali oggi vengono fruiti a piccoli, rapidi bocconi; la maggioranza dei lettori è distratta, evita i testi troppo lunghi e complessi, non si scomoda a lasciare la propria comfort zone di brevità e serialità, vuole cogliere subito il punto. Il lettore contemporaneo segue i ritmi frenetici del suo quotidiano, legge in mobilità, scorre il testo nei pochi minuti di pausa che ha a disposizione mentre aspetta l’autobus, in coda alla Posta, o che il treno giunga a destinazione. Ma allora, se possiamo considerare la brevità il paradigma del XXI secolo, per quale motivo quando si parla di racconto si alzano subito le antenne del sospetto?
«Chi scrive racconti non è un vero scrittore» è un ritornello consueto, così come «scrive racconti chi non è in grado di scrivere altro», «i racconti non vendono», o ancora «i racconti non valgono come un romanzo: perché dovrei spenderci dei soldi?»

Questi ed altri pregiudizi scoraggiano tutti i soggetti della filiera editoriale; alimentandosi, poi, da soli, in una reazione a catena: gli autori evitano di scrivere racconti, perché venderanno pochissime copie; i librai evitano di acquistare raccolte di racconti, perché rimarranno invenduti; gli editori pubblicano poche raccolte di racconti e non ci investono, perché possono pubblicare altro e investire su altro, che sicuramente venderà di più; i lettori, accorgendosi inconsciamente o consapevolmente di questa titubanza, si convincono che i racconti siano difficili e di poco valore e autorevolezza, quindi non li comprano.
Ma.
Ma ci sono degli esperimenti spesso esemplari che vanno in controtendenza, che coccolano gli amanti del racconto, che dedicano a questa nicchia inesplorata del mercato editoriale un’attenzione appassionata. Tra questi esperimenti, vi è Racconti Edizioni. 
Prima casa editrice italiana a pubblicare esclusivamente racconti, la romana Racconti edizioni è stata fondata nel 2016 da Emanuele Giammarco e Stefano Friani e ha come obiettivo quello di «ridare linfa dal basso a un settore in piena crisi che ormai, salvo poche e virtuose eccezioni, segue delle logiche di mercato insostenibili e controproducenti»1 e affrontare il pregiudizio nei confronti dei racconti facendolo proprio, tanto proprio che i due editori hanno creato l’ironico hashtag #iraccontinonvendono. Di questo progetto fa parte anche un blog culturale creato a misura di racconto, Altri Animali, curato da Leonardo Neri. 

D: Il fascino del racconto è ciò che vi ha condotto a intraprendere questa sfida; il logo stesso della casa editrice, uno scarafaggio rovesciato, richiama uno – La metamorfosi di Franz Kafka – dei numerosi racconti, veri e propri capolavori, che sono stati donati alla letteratura. Quali sono gli autori che più avete amato e che vi hanno spinto ad aprire Racconti edizioni? 
R: Ci tengo a precisare che lo scarafaggio del logo, disegnato da Franco Matticchio, è una citazione di Pino Daniele. No, sul serio io amo molto la letteratura ironica quindi Kafka è effettivamente un nume tutelare, con buona pace di Max Brod che era convinto che i suoi racconti non facessero ridere. E i primi nomi di questa risma che mi vengono in mente sono e non sono i miei scrittori preferiti. Sì, leggevo, ho letto Martin Amis, Will Self, Douglas Adams, Wilde, Roth (Philip that is), Richler. Sono stato e sono tuttora un lettore piuttosto onnivoro e tendente all’enciclopedismo – ora sto cercando, ma va da sé è impresa impossibile, di recuperare tutti i russi e sono tra Šalamov e Platonov – e da ragazzo le mie letture che esulavano da filosofia e politica erano abbastanza spurie (per quanto effettivamente con la costante dei racconti): Lovecraft, Tondelli, Bukowski, Benni, Wilde, Welsh, King (John King), Niven, Camus, Zadie Smith.
Posso usare questo spazio per dire a tutti di leggere St. Aubyn? Così, random. 

D: Eccome se puoi! Tra le raccolte pubblicate, ne sapreste individuare una alla quale siete legatissimi? 
R: Difficile rispondere a una domanda simile: per quanto ci si affanni a dire che tutti i libri sono come creature, e che gli si vuole bene allo stesso modo ugualmente, ognuno di noi in casa editrice ha i suoi figliocci prediletti. Personalmente, non posso non menzionare Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh: è un libro che ho molto amato e al quale ritorno costantemente, non solo perché giocoforza l’ho tradotto io e quindi ha significato per me un’esperienza più immersiva e un vero corpo a corpo con le parole, un misurarsi in equilibrio pericolante sopra lo sprofondo di due lingue di terra distanti e altre metafore poco ragionate di questa risma, ma anche e soprattutto perché dopo moltissime letture continua a darmi e a dirmi qualcosa di nuovo. È un libro che ha un suo preciso posto dentro di me, e nemmeno il rapporto di amicizia sopraggiunto con il suo autore ha intaccato – forse tutt’al più ne ha arricchito la mia visione di insieme – la meraviglia di una lettura che è sempre prima
Poi, per la serie libri che sento «miei» non posso non menzionare Viviamo in acqua di Jess Walter, un altro libro che dopo tantissime riletture continua a farmi sganasciare come se lo leggessi la prima volta e che ha almeno cinque sei racconti che sono tra i più belli che io abbia mai letto, e Albero di carne di Stephen Graham Jones, che ho incontrato molto prima di anche solo pensare di diventare editore, quando leggevo tutto di Lansdale che lo citava (in un’intervista mi pare al Venerdì, quindi non proprio sull’ultima fanzine) tra gli autori statunitensi più importanti in giro e io da ingenuotto mi sono accorto che non solo non era in libreria da noi, ma che era una gran ficata. Per dirla in romanesco, Ligotti je spiccia casa. Uno dei libri più complessi, affascinanti, intelligenti e via di superlativi che abbiamo pubblicato è Famiglie ombra di Mia Alvar, racconti che sembrano sempre sul punto di esondare in romanzi e in cui c’è dentro così tanta roba, così tanti piani narrativi, così tante sfaccettature che è impossibile non restarne avvinti.
E poi, continuando con Pino Daniele, ogni scarrafone è bello a mamma soja, e quindi non posso esimermi dal tirare in ballo Lezioni di nuoto di Rohinton Mistry: un libro bellissimo – senza mezzi termini, bellissimo – che è andato da far schifo. Non riusciamo quasi nemmeno a regalarlo, deve avere un’aura di negatività che manco Masini (scherzo eh, siamo illuministi qua). È il nostro secondo libro pubblicato, ne ho pacchi su pacchi intonsi a casa mia, in soggiorno, ed è un libro che è stato incredibilmente ignorato da tutti nonostante sia di una bellezza, di un’ironia e di una scrittura talmente levigata da abbacinare gli occhi. Dovreste leggerlo, così magari mi sgombrate il soggiorno e riesco pure a cenare senza immalinconirmi. 

D: Il racconto si può considerare la forma letteraria della contemporaneità, in quanto riesce a condensare, nella sua brevità, significati complessi. Vi sono alcune tematiche ricorrenti, che trovano nella forma del racconto il modo ideale per manifestarsi? 
R: È una buona domanda. I migliori raccontisti sono quelli che riescono a fare moltissimo con poco a disposizione. Penso a Bayonne di John Cheever per esempio, riducendo all’osso il meccanismo narrativo, abbiamo una cameriera in là con gli anni perfettamente a suo agio nel ruolo che la società le ha riservato, ama il suo lavoro ed è la regina del posto ristoro in cui lavora, poi d’improvviso le crolla il terreno di sotto i piedi: viene assunta un’altra cameriera. Si innesca un congegno che le lascia intravedere la fine dei suoi giorni: sta per essere rimpiazzata, deve fare spazio al nuovo, sta per invecchiare e morire, sola. Il racconto ci parla degli sforzi disperati che facciamo per resistere, per stare aggrappati alle cose che abbiamo. Se poi devo pensare a temi ricorrenti, sul blog Altri animali, cerchiamo tutti i martedì di far leggere ai nostri aficionados un racconto nuovo, siano di autori esordienti o quasi, italiani e non, ma contemporanei, siano di autori del passato. Ecco, abbiamo notato che in molti racconti che abbiamo pubblicato e selezionato muoiono dei cani, o dei bambini. Casualità? Mah chissà. Sogniamo un racconto in cui Anna Maria Franzoni abbandoni il suo dobermann allevato ad attaccare le scolaresche all’altezza di Roncobilaccio. 

D: Nel vostro catalogo si nota la mancanza degli autori italiani. Sicuramente all’estero viene data agli autori di racconti una maggiore importanza e visibilità, cosa che in Italia viene fatta in minima parte. La vostra è quindi una decisione autonoma o una scelta imposta dalla peculiarità della situazione italiana? 
R: In realtà abbiamo appena pubblicato il nostro primo autore italiano: si chiama Elvis Malaj, ed è albanese. La sua penna come ha detto prima di tutti Paolo Zardi, uno dei migliori scrittori di racconti italiani, riesce a fare qualcosa che i nostri conterranei non possono fare, a scrivere da una posizione – quella dello straniero della propria lingua, quella di un altrove che è anche un qui – che per formazione, per cultura e per estrazione sociale scrittori nati e pasciuti qui da noi non possono avere. Prima di pubblicare Malaj ci siamo presi il nostro tempo, abbiamo letto, studiato e ragionato sul panorama letterario italiano e la scelta è stata ponderata: abbiamo «snidato» il nostro primo autore su una rivista che pubblica racconti come effe, dopo che Elvis aveva comunque partecipato a un concorso letterario di soli racconti letti a viva voce dagli scrittori come 8x8, e che un agente importante come Leonardo Luccone con Oblique lo aveva messo in scuderia. Detto ciò a Elvis Malaj seguiranno due scrittori italiani anche per lo ius sanguinis: Michele Orti Manara e Marco Marrucci. Ma avremo modo di parlarne e anche diffusamente. Pubblicare autori che scrivono nella nostra lingua è un compito irrinunciabile per una casa editrice come la nostra. 

D: Cosa direste a un lettore scettico per convincerlo dell’unicità e del valore propri della forma del racconto? E quale titolo del vostro catalogo gli consigliereste per un primo approccio? 
R: Presumendo che il lettore scettico sia una specie di contenitore vuoto a cui dire cosa pensare, uno/a che non ha gusti né preferenze marcate ma solo un’indicibile avversione per il racconto perché finora ha letto solo romanzi, possiamo somministrare due terapie: una d’urto e una più per gradi. Quella d’urto prevede racconti icastici, brevi e salaci, magari di un posto da cui il nostro lettore immaginario non ha mai letto nulla: Karma clown dell’indiano, ora texano, Altaf Tyrewala. Sarà uno shock, ma magari poi si riprenderà e comincerà a saccheggiare le librerie di catena (ci vorrà un po’ per farlo passare alle indie comunque) raffazzonando i vari Keret, Selby Jr, Ford. Quella terapia per gradi, potrebbe passare per una lettura più distesa sulla misura delle trenta, quaranta pagine a racconto. Short stories che dànno l’illusione del romanzo non ammorbandoci con le lungaggini dei mattonazzi. Poniamo che il suddetto lettore sia maschio e legga poche femmine come tutti i lettoriscetticicontenitorivuoti, be’ allora perché non prendere due piccioni con una fava e godersi le storie ilari e puntute di ZZ Packer con Bere caffè da un’altra parte

D: Pubblicare solo racconti costituisce un rischio per la sopravvivenza di una casa editrice, ma rappresenta anche uno spazio ricco di sfide e possibilità. Quali sono le difficoltà e le opportunità che avete incontrato dagli inizi del vostro progetto? 
R: Le difficoltà sono rappresentate da quella speciale emergenza che è costituita dal vivere in Italia nel 2017. A questa se ne aggiungono altre: avere non solo la follia di aprire un’azienda, ma di farla in un ramo d’industria che non è un industria, dove i prodotti non hanno praticamente più fruitori e quelli che ancora ci sono stanno passando a miglior vita (con calma, per fortuna, ché l’aspettativa di vita si è alzata). Ci tengo a specificare – lo faccio spesso, sono noioso – che il problema non è del libro come oggetto, sorpassato da altre forme o tecnologie, ma è un problema locale, frutto di politiche vecchie di un paio di secoli almeno. In Inghilterra, in Germania, dovunque fuorché da noi, non si discute del futuro del libro in termini apocalittici. I nostri lettori, proprio perché sono tutto fuorché contenitori vuoti e andrebbero tutto fuorché blanditi, sono gli stessi delle altre piccole case editrici indipendenti, con magari qualche pasdaran in più (cazzarola, ma quanti amanti dei racconti abbiamo fatto felici? Siete tantissimi… vabbè ora non esageriamo, pochi ma buoni). Le opportunità sono semplici: possiamo pubblicare due premi Pulitzer come Eudora Welty e John Cheever, nomi in lizza per il Nobel come Margaret Atwood e Rohinton Mistry, James Baldwin l’autore più citato d’America, cose diversissime tra loro come gli esperimenti di Virginia Woolf e le prose poetiche di Éric Faye, tanto i big quei libri lì non li vogliono toccare perché sono racconti, e si sa, i racconti non vendono. 

D: Quali sono le pubblicazioni e i progetti che avete in programma per il 2018? 
R: Nella prossima cedola – parola che credo capiscano solo gli addetti ai lavori – sono previsti tre libri: il secondo esordio, se vogliamo usare questa formula paracula, di Michele Orti Manara, uno scrittore che ha una levità preternaturale e un libro sui disinganni a malincuore e su come l’ordinario diventi, grazie a certe penne, straordinario; un ritorno senza fanfare e a luci spente, di un grande negletto della letteratura americana più queer, nel vero senso della parola, James Purdy con una selezione dei suoi migliori e più stranianti racconti dal titolo Non chiamarmi col mio nome; e un pezzo da novanta della letteratura mondiale come Margaret Atwood con Fantasie di stupro, un libro a cui prevedibilmente teniamo moltissimo. 
Sarà un 2018 ricco di sorprese e, ah, mi sono tenuto due assi nella manica.


1 Intervista a Racconti Edizioni condotta da David Valentini, Il guanto di sfida di “Racconti Edizioni”, 900letterario, 20 settembre 2016.
http://www.900letterario.it/interviste/conoscere-la-piccola-editoria/guanto-sfida-racconti-edizioni/