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L'Orma Editore

Scritto da Alice Bottoni.

«A me gli occhi», sembra dire il logo. «Non vi libererete di me tanto facilmente».

Già dal marchio, L’orma Editore comunica i suoi intenti. Realtà editoriale indipendente fondata da Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi, amici e studiosi di letteratura comparata, si distingue per una cura editoriale in molti casi sconosciuta all’editoria mainstream, e l’impronta che vuole lasciare è un’orma che ha la forma dell’Europa, come si può immaginare dando uno sguardo al catalogo delle collane Kreuzville e Kreuzville Aleph.

D: È davvero così?
R: È interessante trovare un riferimento agli occhi e poi allo sguardo in questa prima domanda, così che abbiamo modo di rispondere da due punti di vista differenti. Il logo de L’orma è una sintesi grafica di Humbert de Superville, artista e studioso dell’illuminismo europeo cui siamo molto legati e dal cui saggio sui segni essenziali nell’arte del 1827 avevamo già preso in passato il logo di, sguardo mobile,un sito di approfondimento critico e letterario che si sarebbe poi via via trasformato dando vita a una collana di saggi di letteratura comparata edita per Le lettere di Firenze.
Ci è parso che per una casa editrice con un nome parlante come L’orma – che allude tanto all’impronta che si vuol lasciare, come giustamente suggerisci, quanto alle tracce di una tradizione letteraria nel cui solco si inserisce il nostro lavoro – avere come logo la pianta di un piede avrebbe peccato di un eccesso di didascalismo, laddove gli occhi aperti, attenti, rappresentano meglio l’avidità di mondo e il desiderio di capirlo che ci animano. Il nome delle nostre collane ammiraglie è invece una crasi che unisce Kreuzberg e Belleville, quartieri di Berlino e di Parigi in cui abbiamo vissuto. I libri di questa collana, così come in quelli della sorella maggiore, la Aleph, al momento sono riservati appunto ad autori tedeschi e francesi.
Attingiamo a quella ricchissima fucina che va dall’Ottocento ad oggi, avendo in mente un’intuizione di T. S. Eliot: “Quando esprime se stesso uno scrittore esprime sempre il proprio tempo”. Si tratta di un apparente cortocircuito che ben esprime un modo di intendere la tradizione letteraria anche come esperienza in divenire, e qui torniamo allo
sguardo mobile da cui siamo partiti.

D: Si è vista aumentare la sfiducia nei confronti delle istituzioni e sentimenti antieuropeisti hanno alimentato in particolare il successo di alcune forze populiste che individuano e catalizzano un certo malcontento popolare. Dove si inserisce la voce de L’orma editore, e come riesce a farsi sentire in questo forte vociare insoddisfatto e confuso?
R: Proviamo a usare di nuovo quello sguardo mobile. L’Europa in cui viviamo, e che tutti noi inevitabilmente anche siamo, vive una diversificazione culturale molto forte, dove ciascuna cultura può scorrere accanto alle altre, senza perdersi, come nel convergere degli affluenti al fiume.  Questa degli affluenti è una metafora di Maurizio Bettini. Le metafore orizzontali della tradizione sono più efficaci rispetto a quelle verticali. L’albero che mette le radici è statico, bloccato, come bloccata è un’Europa che pensa di doversi richiamare alle sue «radici» cristiane, mentre in un ruscello l’acqua continua a scorrere, i ponti possono collegare realtà continuamente diverse. In questo contesto L’orma cerca di dare voce alle contraddizioni, manifeste e latenti, al portato di utopia e di critica insiti in quel coacervo di istanze e ambizioni che è l’Europa come progetto politico-culturale, ma anche come realtà storico-geografica di tradizioni e cittadini che si ibridano e convivono.

D: Il 4 ottobre 2012 approdavano in libreria i vostri primi titoli, in un periodo in cui la crisi economica, fantasma sempre presente, minacciava già anche il mercato editoriale. Dopo cinque anni – immagino che il 4 ottobre festeggerete a dovere il vostro anniversario –, cosa ci potete dire della salute economica dell’editoria? E come ne è uscita, L’orma editore?
R: L’editoria italiana è un colosso, tra i principali al mondo per dimensioni, eterogeneità, fatturato e titoli, un dato che non si vede perché dovremmo dare per scontato. Poi, certo, questo colosso è afflitto da vari mali,ma il fatto che non sia in una fase di straordinaria salute non significa che sia morente. Gli spazi ci sono, il desiderio di qualità è vibrante, molteplici sono i fronti aperti di dibattito. In Italia, insomma, una comunità letteraria esiste, benché spesso ci si lasci andare alla tentazione di sostenere il contrario per diversi motivi facilmente comprensibili. Per quanto riguarda i mali, il principale riguarda sicuramente la percentuale di non lettori, quella sì davvero fuori media rispetto ai soliti tre o quattro paesi con i quali, per quello che è forse un comune fraintendimento, tendiamo sempre a confrontarci. I dati Istat secondo i quali più della metà degli italiani non ha letto un libro nel corso dell’ultimo anno interpellano tutta la società, e si riversano in mille rivoli che, tutti insieme,fanno la crisi dell’editoria, indipendente o meno. Nel caso specifico de L’orma la nostra linea editoriale non è propriamente rivolta ai lettori occasionali,ma la crisi principale riguarda la latitanza di una politica culturale che avrebbe il compito di avvicinare alla lettura chi non sa cos’è: un autentico, disperante peccato per loro, un problema per noi, ma soprattutto un disvalore per la comunità.
Recentemente discutevamo di un testo di Bianciardi, “Il lavoro culturale”. Vi abbiamo ritrovato le stesse parole che vengono usate oggi per la crisi. È un testo del ’57. Considerazioni analoghe si ritrovano, ovviamente in ben altri contesti,ad esempio in Baudelaire, e prima ancora nello Zibaldone, e via via si può risalire fino alle epistole di Orazio e oltre. A riprova che il ritornello Mala tempora currunt si ripete con una certa costanza, e in quella fase matura della modernità, a tratti senescente, che stiamo attraversando è giunto a cristallizzarsi, svuotandosi del senso originario per rivestirsi dei polverosi panni dell’alibi, della lamentatio. E comunque sì, il 4 ottobre festeggeremo a dovere i nostri primi 5 anni.

D: La cura dei vostri lavori non si limita alla facciata, a un mero tocco di stile che abbaglia per nascondere un contenuto di poco conto: nomi come Annie Ernaux, E.T.A. Hoffmann, Uwe Johnson bastano a fugare ogni dubbio. Ma dietro a ogni testo tradotto c’è un lavoro lungo e di precisione, che deve riuscire a trapiantare in un’altra cultura le radici di ogni significato linguistico. Qual è la prova più ardua che deve affrontare un (buon) traduttore?
R: Difficile rispondere in generale perché ogni sfida testuale reinventa le proprie regole, che bisogna dapprima identificare per poi attenervisi rigiocando la partita del testo in un’altra lingua. Una delle più ardimentose è naturalmente quella operata sui libri di Annie Ernaux, la cui lingua è talmente precisa, talmente puntuale, da dare le vertigini; le scelte lessicali sono sempre pertinenti, inserite in una struttura sintattica così tersa. C’è tutta una gamma di termini che si possono utilizzare: asciutta, epurée, epurata, non sentimentale, levigata. Essenziale. Non usa mai una parola di troppo, e il traduttore – mentre riscrive e riformula come è chiamato a fare – ha talvolta l’impressione di stare camminando sulle uova. Ma in maniera diversa vale per ogni testo. La traduzione è al centro di tutta la nostra esperienza editoriale.

D: Abbiamo citato alcuni grandi autori che popolano il vostro catalogo; ma discostandoci da un elenco insipido di nomi, qual è il vostro autore, quello al quale siete in qualche modo affezionati, nel bene o nel male – per un aneddoto divertente, un’improvvisa illuminazione, un rapporto tormentato?
R: Non possiamo non citare di nuovo Annie Ernaux, con la quale una donna straordinaria che da anni ci onora della sua rinnovata amicizia. Il suo rigore etico ed estetico in ambito letterario è impressionante anche di persona. Persino farle da interprete a volte diventa un’immersione nell’abisso per poi riemergere con una perla in mano. Ma in generale possiamo dire che con tutti nostri autori si è instaurato un bellissimo rapporto, e dopo cinque anni la memoria spazia dall’energia incontenibile di Wallraff che dopo una giornata densissima di appuntamenti si è messo a far flessioni in casa editrice al caustico understatement di Quiriny che se ne resta lì, sornione, sulle sue, finché non lancia un missile terra-aria di umorismo bruciante, dalla passione incendiaria di Yves Pagès con il quale, al settimo bicchiere di rosso, vien la voglia di improvvisare due barricate in mezzo alla strada, alle belle amicizie nate con Giorgio Falco, Sabrina Ragucci, Tommaso Pincio e gli altri. Peccato solo non avere la possibilità di fumare un sigaro giocando a scacchi con Brecht, come nella famosa foto con Walter Benjamin.

D: E quale libro, tra i primissimi o i più recenti, consigliereste a un nuovo lettore, per introdurlo nel piccolo-grande mondo de L’orma – e non farlo più uscire?
R: Forse Gli annidi Ernaux, un vero capolavoro, un testo spartiacque che marca un “prima” e un “dopo” nella storia letteraria europea. E che è anche il nostro libro più diffuso.

D: Il rapporto tra editore, autore e lettori si può leggere tra le righe di un romanzo o di un racconto, ma lo si può addirittura ricevere materializzato in un piccolo – ma solo nelle dimensioni – regalo; l’autore l’ha scritto e l’editore l’ha bene impacchettato, in modo che un lettore ne possa far dono a un altro lettore, il quale sarà così felice di averlo ricevuto che ringrazierà anche l’autore – se non è morto – e l’editore – se non è alle prese con altri impacchettamenti. Stiamo parlando della collana I Pacchetti: cosa sono questi piccoli gioiellini d’autore?
R: I Pacchetti sono in effetti dei libri da chiudere, affrancare (con un francobollo da 1,50) e imbucare in una qualsiasi cassetta postale (infrangendo il tabù di scrivere sui libri). Dentro questa veste tipografica sono racchiusi brevi percorsi di vita e pensiero di alcune grandi icone culturali di cui si propongono le più originali, sconosciute, umane e quotidiane lettere per provare a guardarli da punti di vista inediti, per rivitalizzarne l’immagine umana al di là del mito. Ci piace, in questo senso, parlare di una vocazione iconoclasta della collana, non per scrupolo di originalità, ma per ristabilire alcune verità storiche poco indagate. L’esempio più immediato è quello di Leopardi, di cui abbiamo scelto le lettere relative al concetto, a lui assai caro, di felicità, per contribuire a strappargli di dosso l’opprimente – e falsificante – cappotto di poeta del pessimismo.

D: Ora rivelateci un piccolo segreto: quali sono le uscite autunnali assolutamente imperdibili?
R: A proposito dei Pacchetti, pubblicheremo le lettere di Hugo e di Rilke, ma se devo proprio scegliere mi concentrerei su La riva delle Sirti di Julien Gracq, un romanzo metafisico che ricorda Buzzati e Proust. Un classico degli anni ’50 dell’ultimo dei grandi scrittori francesi del Novecento. In Francia, “La riva delle Sirti” fece subito scalpore, venne immediatamente riconosciuto come un testo maggiore, vinse il Goncourt, che Gracq rifiutò, con un gesto che anticipa quello di Sartre, che 13 anni dopo rifiutò il Nobel per la letteratura. E poi ci sono almeno altre due uscite importanti: Materia prima di Fauser, un libro tossico, maledetto, l’opera di quello che Bukowski definì “il più duro dei duri” e anche La chiara fontana di David Bosc, un romanzo carnale, luminoso, elegantissimo che racconta gli ultimi quattro anni di vita di Gustave Courbet, esiliato in Svizzera. Per il resto bisognerà avere uno sguardo mobile in libreria.