Stampa
PDF

Il Manuzio Contemporaneo: Del Vecchio Editore

Scritto da Fabio Ivan Pigola.

Quando mi interrogo sulle figure editoriali penso spesso a Bertolt Brecht.

Il grande commediografo scriveva per il cassetto. Io sono figlio di un’epoca dove dai cassetti sono scappati anche i sogni, e tutte quelle fantasie che avrebbero dovuto essere sigillate in un caveau. In Germania, nel secolo scorso, diedero fuoco ai libri; da noi passarono subito agli autori. Chissà, oggi, chi sono gli intellettuali. Dai Rosselli a Lussu e Leone Ginzburg in poi ne ho visti pochi, ma persino la chiesa non ha avuto milioni di santi, e quasi sempre gli eroi sono meri strumenti di marketing. Le aquile sono altrove, ci si muove in un pollaio dove ognuno ha l’impegno di giornata. E noto molti letterati pronunciare sentenze fatali o lodi extralarge, tendendo ad accodarsi; è lì che vedo il pericolo, non nelle voci indipendenti, che rappresentano le libere coscienze in circolazione. Faccio parte della truppa, seppur con un’umile rivista web, però non sfido nessuno: sono nato con la penna in mano e vedo le cose con l’inclinazione dell’inchiostro sul foglio. Specie se diventano libri. 
Nel settore, gli emancipati hanno delle idee, una fede, e sanno che non sono solo convenzioni, ed un pessimo scrittore resta tale anche se ha Buzzati tatuato sul braccio. Nell’universo dei grandi gruppi il calo dei fatturati è preoccupante e dai misturoni spuntano mediocri alchimie, pur se continuano le fusioni sulla strada della partnership ansiosa di dominare il mercato. Adesso ci si mettono persino le agenzie letterarie. Negli affari è tanto smodata la passione per i veleni che la distribuzione cura con il massimo scrupolo i più svelti, bravi, promettenti, ma non dotati dei mezzi per navigare nelle insidie delle correnti. Dai grandi strateghi, si sa, viene premiata la condiscendenza più che il lavoro. Ma se si va a dare un’occhiata a chi non invade le vetrine o si fa bello coi premi vinti a tavolino, si scopre un mondo che rispetta la platea senza salire in cattedra, e gestisce con decoro, senza faraonici impianti e legioni di dipendenti un pacchetto di opere di qualità, assieme a un’affezionata clientela. 

Qualcuno dice che è da incauti chiamare in causa i colossi: sono sensibili. E permalosi. Alzeranno un polverone; pattuglie di stopper faranno muro, solleveranno la Rete in loro difesa, ma preferisco cento errori miei che uno per conto terzi. E se i panni sporchi vanno lavati in famiglia, gli ricorderò che dalle nostre parti si espongono più mutande che bandiere. Forse è anche per questo che parecchi lettori hanno varcato, con spontanea decisione, il confine, facendo giustizia dei luoghi comuni. E a guardare il catalogo di Del Vecchio Editore è facilissimo dargli ragione: Driessen, Saporito, Arlt, Castillo, Guimarães Rosa, Agostinelli, Johnson, Lutz Seiler. Niente fotografie di soavi ragazze sulle cover, niente bestseller spinti a forza nell’immaginario dei lettori grazie a volti angelici che oltre ad ore di Photoshop richiedono un generoso spirito di sacrificio. Ogni bancarella dell’usato ne espone a dozzine, di quei polpettoni, usciti magari l’anno prima e già sbolognati a dieci euro il quintale. È paccottiglia per chi ama le acque chete, i travagli prevedibili, il passatempo che non impegna.
In quel panorama in cui pochi sanno dire sì o no, e quasi tutti optano per il forse, Pietro Del Vecchio, fondatore della omonima casa editrice, appartiene alla prima categoria.
Sta al timone perché è competente, e porta allo scalo ogni progetto senza lottizzare le esigenze. Può contare su uno staff di primo livello: traduttori, ufficio stampa, e un grafico che è discepolo al di sopra dei maestri.
Un’amica mi fa notare che dalla presentazione sul sito e l’impostazione per progetti, con l’aggiunta formativa del lettore, sembra quasi un centro di ricerca universitario. In campo editoriale, okay, ma con uno scopo educativo e culturale nobilissimo. Le rispondo che la lettura è educazione, pure senza che il lettore se ne renda conto, perciò approfitto della gentilezza del fondatore:

Qual è la tua opinione in proposito?

Abbiamo, anche per vocazione e per storia personale, una certa attitudine alla ricerca e al lavoro per progetti. Non per spocchia o rigidità, come qualcuno ci ha fatto notare. È che pensiamo non ci sia altro modo di concepire e fare editoria, che è un modo come un altro di fare politica, attraverso strumenti ben precisi e obiettivi ben chiari. Cerchiamo, per quanto ci è possibile, di apportare modifiche al sistema della letteratura in Italia, per aprire la mente del lettore a un più grande ammontare di possibilità oltre il mainstream di massa. Non possiamo non pensare che la letteratura coniughi in sé valori estetici e prospettive sociali, culturali e politiche, e siamo certi che questo sia il suo reale potere eversivo. Il punto è cercare innanzitutto di rispettare l’intelligenza dei lettori. Siamo felici di proporre a questi opere che li sfidino, che non li rassicurino, che mettano in moto il loro cervello e le loro funzioni critiche. Se molti grandi editori o gruppi editoriali hanno smesso di fare ricerca e progetto – convinti a torto che il pubblico richieda soltanto consolazione ed evasione – molte case editrici indipendenti fanno invece della ricerca e del progetto il cuore pulsante della propria attività, portando avanti una concezione altissima della missione editoriale.  

«Il più bel fior ne coglie» è l’impressione che traspare dalla linea editoriale. Forme lunghe, Forme brevi, e l’angolo florido e ospitale della poesia. Quali sono le lunghezze predilette dai lettori, e quali le forme? Davvero il nostro tempo suggerisce l’efficacia del racconto concentrato in pochi punti, più che in spazi letterari dilatati nei quali vagare a perdifiato?

Frasi fatte come quelle che i racconti non hanno pubblico, la poesia non tira, ed il popolo dei lettori cala, sono state smentite da un pezzo e in più occasioni. Pure dai vostri prodotti. Quanto, la marmellata normativa della legge Levi ha ridotto l'elemento artistico a comprimario di un'alluvione di paccottiglia, inquinando l'industria qualitativa del libro, e quanto, a tuo parere, il giocattolo si è ritorto contro i pesi massimi che avrebbe dovuto favorire?

Potrebbe anche sembrare folle, ma sono convinto che sia necessario rispondere a entrambe le domande partendo dalle medesime considerazioni di fondo. Credo occorra leggere la realtà da punti vista molteplici. Parlare, come fanno tutti, dei bassi tassi di lettura non focalizza necessariamente il problema. Sembra, infatti, che non si legga soprattutto al Sud, oppure che le copertine di colore rosso (o verde, a seconda delle stagioni) non vendano, che i racconti non vendano, che la poesia non venda, e così via. Cosa c’è dietro? Tutto vero? Vero in parte? Non lo so. Quello di cui sono abbastanza certo è che – tramite una politica culturale ed editoriale basata sul marketing aggressivo e urlato, proprio di altri settori commerciali – siamo stati inondati, negli ultimi anni, da migliaia di sottoprodotti culturali e letterari spacciati per “capolavori”, da moltitudini di operazioni pseudo-giornalistiche etichettate come “recensioni”. Molti dei luoghi deputati a produrre cultura e democrazia – case editrici, librerie, quotidiani, periodici, radio e televisioni – hanno svenduto la propria funzione e la missione. Per vendere - a tutti i costi - ci si è convinti che occorresse pubblicare prodotti di livello letterario e materiale scadente. Il cortocircuito che si è creato è, a mio avviso, evidente. Si è ottenuto a lungo andare l’effetto contrario: i lettori sono spariti davvero, e non per moria improvvisa; si sono ritratti anche a causa dei numerosi prodotti inutili che affollano il nostro mercato editoriale. Il trend è di lunga durata, inesorabile date queste premesse, ben precedente alla famigerata Legge Levi, che di fatto ha soltanto sancito e regolato uno stato dell’arte già ben definito. Il futuro di questa industria – così come il nostro – è solo nella qualità. Soltanto i progetti che operano in tal senso hanno una chance di successo. Per questo motivo sono sempre un po’ scettico rispetto ai vari “spiriti” dei tempi. La letteratura è letteratura, a prescindere dalle forme. Credo sia un po’ come chiedere a qualcuno quale sia il suo colore preferito: a otto anni avremmo risposto in maniera univoca, crescendo aspiriamo per natura alla complessità.   

L'e-book è un presente ancora a singhiozzo, almeno in Italia. Ma il libraio che chiude e dà la colpa al Kindle e parenti prossimi sta cercando una scusa. Insomma, nonostante gli attentati di vario tipo, la cultura ha una precaria salute di ferro: cosa si può fare per aiutare i suoi operatori sul territorio, tornando a stimolarne i flussi?

Sono sempre colpito dalla demonizzazione del supporto elettronico.
L’idea che mi sono fatto è che, con le debite differenze, la situazione sia molto simile a quella che ha caratterizzato il passaggio dal papiro alla pergamena. Mi immagino i discorsi dell’epoca: 
– La pergamena puzza, il papiro invece è fatto solo con fibra vegetale NO OGM garantita al 100%. 
– Sì, ma grazie alla pergamena puoi contenere in un unico volume molti più testi. 
– Forse hai ragione, ma vuoi mettere il movimento? Srotolare è un atto naturale, mica come sfogliare la pancia di una vacca. 
A parte le battute, sono assolutamente convinto che l’ebook sia una possibilità, come altre. Le possibilità possono essere sfruttate bene oppure male, e il discrimine è dato essenzialmente, a mio parere, dalla qualità del prodotto e da quella dell’intermediazione. Un bel romanzo è un bel romanzo, indipendentemente dal medium con cui lo si legge, così come un buon libraio è un buon libraio, indipendentemente dal formato dei titoli che consiglia. Del resto, e questa è la prova del ragionamento al contrario: la carta finora non ci ha salvato da tutti i libri inutili che affollano il mercato. Infatti, per incrementare il numero dei lettori e dei fruitori culturali occorre – secondo me – strutturare e appoggiare progetti di qualità, case editrici, istituzioni, fondazioni, enti, che facciano della qualità il proprio business. Insomma, sono convinto non esista una crisi del libro o dei lettori, esiste invece la crisi di un modello di editoria basato sui bestsellers costruiti a tavolino e sull’invasione delle novità.
Cosa fare? Occorrerebbe innanzitutto approvare una legge sul libro seria, che sviluppi la bibliodiversità, che finanzi e agevoli le librerie indipendenti, che regolamenti gli sconti in maniera onesta (senza gli escamotages della Legge Levi) e che impedisca la concentrazione della filiera in unico soggetto.
In secondo luogo occorrerebbe definire e regolamentare il libro e la lettura come beni comuni. Sulla scia di quanto è avvenuto in Spagna con il Pacto Local por la Lectura, occorrerebbe integrare il libro in un sistema più ampio che non si fermi alla vendita, coinvolgendo biblioteche, scuole, amministrazioni locali, case editrici, librerie, associazioni, circoli di lettura, eccetera. In parole povere, il libro deve tornare a essere un oggetto vivo, che faccia parte della vita quotidiana delle persone.  

Quali sono a tuo parere le aree geografiche letterariamente meno conosciute che si dimostrano più vitali e innovative in campo stilistico, e perché?

A questa domanda proprio non posso rispondere. Non è che non voglio. Non posso, o per lo meno non so, rispondere. Per impostazione pubblichiamo tre collane che ricercano scritture valide senza alcuna preclusione geografica. Credo che la letteratura, lo stile, la vitalità esistano ovunque e sempre. Il lettore, per definizione, deve essere curioso e non cedere alle mode del momento. Noi cerchiamo di stimolarlo in tal senso.
Adesso viviamo un ritorno di fiamma per il Sudamerica, qualche anno fa c’era la moda scandinava. Noi ricerchiamo un po’ ovunque, con una predilezione per territori poco esplorati. Tra il 2016 e il 2017 abbiamo pubblicato autori provenienti dalla Georgia, dalla Lituania e dall’Ucraina. E cerchiamo di non cadere neanche nel cliché opposto, cioè quello di non pubblicare autori di quelle aree geografiche che vanno per la maggiore: la letteratura è letteratura, senza aggettivi.  

Il macrogruppo, la riunione bulimica di marchi, la lobby, possono buttare giù una democrazia. Realtà che da noi è controversa. Le novità arrivano molto prima dai paesi stranieri: siamo pieni di monumenti di guerra e le abbiamo quasi sempre prese. Ma allora perché siamo così esterofili?

Da esterofilo mi piace immaginare una reazione, anche inconsapevole, a un sistema scolastico e culturale che da tempo è fondato sul culto asettico e acritico delle virtù patrie. Abbiamo talmente venerato e posto sugli altari origini latine, paradisi danteschi e pesti manzoniane che non sappiamo più che farcene concretamente perché rimangono lì, come mero oggetto di culto. A parte tirarli fuori, con l’abito buono, quando dobbiamo far bella figura, stando comunque sempre un po' attenti a che la puzza di naftalina non ci offenda le narici. Un modo come un altro per ottenere rassicurazione. Noi proponiamo scompiglio, incertezza, dubbio. Per questo offriamo ai lettori libri che li sfidino, che non li rassicurino, che stimolino domande più che risposte.