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Di Porzia, Socrate e di Studi del Giurista

Scritto da Anastasia Lamagna.

Come immaginate uno studente di giurisprudenza?

Nella maggior parte delle vostre menti vedo proiettarsi la figura di un Leopardi curvo sui suoi tomi da cento, mille e più pagine, con gli occhi rossi dal sonno e una lampada ad illuminare la sola scrivania. Studio matto e disperatissimo poiché necessita per lo più di memoria: bisogna conoscere parola per parola codici e leggi, e leggere sentenze incomprensibili, ripetere e ripetere le frasi del legislatore. Molti di voi penseranno ancora ad uno studio mnemonico ben poco ragionato, noioso e reso sempre più difficile per il moltiplicarsi delle fonti normative. E siete sempre più numerosi a vedere la legge come ineludibile. Vi sbagliate. Certamente non è mia intenzione indurvi ad eludere la legge, tuttavia voglio sfatare il mito che essa sia un mero e ferreo dettato normativo.

Se vi dicessi che vi sono studenti di diritto che si divertono come matti?
Ebbene: lo dico per esperienza personale. Ipotizziamo i clienti e le loro cause, immaginiamo tutta la vita di quel cliente che nella sentenza non è descritta, sposiamo la sua causa e in quelle poche parole della norma cerchiamo interpretazioni. L’interpretazione è il modo in cui la scarna e ferrea legge vive, il mezzo per il quale i commi respirano. Non pensiate che i buoni avvocati siano coloro che riescono ad aggirare la norma, no: sono coloro che riescono a rispettarla adattandola al vostro caso.
So che la maggior parte degli avvocati basano ora la loro strategia sullo screditare l’avvocato della controparte dal punto di vista procedurale: ma costoro sono semplici burocrati impicciati in troppe cause e mancano della vera creatività che è necessaria all’argomentare giuridico, al contraddittorio processuale. Osteggiata anche dagli stessi operatori del Diritto, l’interpretazione argina però efficacemente i problemi che conseguirebbero a una norma mal posta.

Il grande dibattito tra norma positiva e principio giusnaturalista viene meno interpretando la prima, sulla scorta del secondo. Per fare un esempio userò la figura di Porzia, protagonista dell’opera shakespeariana Il mercante di Venezia. Costei viene conquistata da Bassanio, il quale è stato aiutato nell’impresa dal suo amico Antonio mediante un prestito che costui aveva richiesto all’usuraio Shylock. L’usuraio aveva posto come condizione il poter tagliare una libbra della carne di Antonio nel caso in cui il debito non fosse stato sanato puntualmente. Antonio viene condotto dinanzi al tribunale ed è Porzia, travestita da legale a perorare la sua causa. Ella non punta sull’invalidità della clausola contrattuale, non elude la legge bensì la interpreta sulla scorta del fatto che essa parla solo di carne, senza far riferimento al sangue: l’usuraio ha diritto di tagliare la carne e non di versare il sangue. Ne consegue che, risultando concretamente inattuabile tagliare la carne senza versare il sangue, l’ebreo debba rinunciare alla sua pretesa. Ebbene, la Legge vive mediante l’interpretazione reciproca delle singole parole e delle disposizioni e può vivere solo quando viene trasportata nel caso concreto. Essa è ben impiegata quando diviene equità per i consociati.

Vero è che la legge è scritta, è generale, astratta, e spesso sembra immutabile, ma merita sempre rispetto, come mostra Socrate nel Critone. Tuttavia essa non è un muro, e ce ne accorgeremmo se pensassimo all’interpretazione non come al dispotismo degli esperti ma a speranza di comprensione della nostra situazione. Alcuni ignorano che nell’interpretazione stessa vi sono delle regole – esposte nell’art.12 delle Disposizioni sulla legge in generale – e che essa non è esclusiva del giudice. La prima tecnica interpretativa è certo quella letterale, ma poi segue una lettura psicologica dell’intenzione del legislatore o storica in base al contesto in cui egli operava. Vi è la possibilità di ricorrere all’analogia con altre leggi e alla sistematicità dell’ordinamento. In realtà ve ne sono altre oltre quelle descritte: tutte vengono sfruttate, e altre ne sono create dall’ingegno del giurista.

Logicamente si opporrà alla interpretazione il principio della certezza del Diritto”, ma se la singola norma perde la sua certezza non se ne guadagna con tale metodo una maggiore? E parlo della certezza della Legge intesa come giustizia.
Nonostante la singola disposizione divenga malleabile, il giusto diritto del singolo e la pretesa vengono tutelati. Questo complesso e sottile gioco interpretativo è quanto determina la corretta portata della norma e che le permette di essere applicata. Contrariamente a quanto si immagina, la applicazione della legge non è un fenomeno lineare ma circolare: si parte dal caso concreto e si connette quel caso ad una norma, la quale a sua volta dovrà adattarsi alla giustizia concreta del caso. Maestri di quest’arte che permetta alla legge non di far ciò che vuole, ma di fare ciò che il cittadino necessita sia fatto sono i giudici dei nostri più alti gradi di giudizio: la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale. Loro compito è altresì reso complesso dal fatto di dover preservare la norma in riferimento a tutti gli altri casi ipotetici che si potranno presentare ai giudici e dal fatto di dover de facto indirizzare le decisioni dei giudici dei gradi inferiori. A costoro i giovani studenti guardano ammirati, sperando di comprendere l’arte della retorica e giocando a fare i creatori di diritto.

Se voi pensate a tutti gli studentelli di legge come schiacciati dal peso dei libri ingombranti vi assicuro che essi pensano a voi in tutte le vostre particolarità, in tutte le situazioni che potrebbero capitarvi nella vita. Ed è così che immaginiamo i vostri matrimoni e divorzi, la nascita dei vostri figli, i problemi con il datore di lavoro, il ritardo nel pagamento di una bolletta...
A preservare i vostri diritti c’è l’arte di quel ragazzo ricurvo ma felice, entusiasta di far vagare la mente per le vostre case e per i vostri affari, di risolvere problemi con la Ragione, con la sua ragione e non con la memoria.




Comments

avatar michele
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non ho mai pensato agli studenti di giurisprudenza come a leopardiani applicatori della sola memoria e... mi auguro che non sia mai così. il diritto è un ambito nel quale il saper ragionare prescinde non dalla conoscenza dei codici, ma dalla loro conoscenza mnemonica. se non si ragiona (attività che - è vero ahimè - oggi non va molto più di moda), non si può, come dice l'autrice, interpretare. e cosa sarebbe il diritto senza interpretazione caso per caso?
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avatar Marco Bassani
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Nessun'attività è possibile, senza ragionamento. Davvero qualcuno crede che la Legge possa esserlo?
Okay, la legge com'è in Italia di logica non ne ha, basta vedere i casi Consip, i casi Eternit, i casi Berlusconi, tutte le volte in cui il panettiere perde contro l'industriale anche quando ha sacrosanta ragione di prevalere, ma la legge in astratto è proprio la base del ragionamento.
Articolo significativo. Grazie.
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avatar lara de scalzi
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Canestro!!!! Andiamo a dire a tutti quei giudici e a quegli studenti che siamo governati da gente pluriprescritta e indagata per i peggiori reati!!! Ammiro l'ingenuità di chi vive la Legge come "missione" e spero che un giorno costoro facciano repulisti di chi compra senatori, avvocati, giudici, lavoratori e televisioni.
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avatar Giusy Orlandi
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Avete mai provato la sensazione di ciò che dice Anastasia pur frequentando facoltà come Ingegneria o Lettere?
Io sì, tutti i giorni. E ho fatto studi dove, mi dicevano, fondamentale è il ragionamento. Si tratta di un guasto delle università italiane. Ti insegnano ad assimilare concetti e i professori sono i primi a rivolerli come li desiderano, mai come dovrebbero essere esposti, ragionati. Non è un caso se a ragionare siamo i più arretrati d'Europa. Scusate, non volevo essere pessimista, solo un poco realista. Idealmente, i concetti espressi sono tutti perfetti e mi vedono d'accordo, nemmeno io ho mai studiato in quel modo, anzi mi fa orrore che si pensi a uno studente leopardizzato.
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avatar Anastasia
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Su tutte le facoltà purtroppo ci sono dei preconcetti e delle etichette causate in parte anche dalla gestione delle stesse università a mio avviso. Ma quel che più si è perso è il culto stesso del ragionamento che a mio avviso dovrebbe esservi in ogni conversazione. Sono poche le persone con le quali mi sono trovata a poter conversare di temi inusuali sui quali non avevo un'opinione e con le quali ho potuto riflettere per formarne una. Questo è ciò che vorrei si facesse in ogni università: discutere degli argomenti più vari, anche se non collegati con gli studi, e ragionare per il piacere di una conversazione intelligente. Alla base del sistema universitario ci dovrebbero essere studenti appassionati non solo del proprio ramo ma di apprendere.
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avatar Giulio S.
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E' una bella cosa quela che dici Anastasia ma, dimmi, quale universita' oggi fa compiere ai ragazzi un percorso cosi'? Intendo dire: quale universita' ha dei professori che spingono a questo? Nessuna, dipende dai ragazzi, dalla loro volonta' di scambiare informazioni, Il preconcetto si forma anche dove non c'e' scambio di informazioni. Fai bene a usare il condizionale ma, se sei una per il ragionamento (e si vede), fai bene anche a continuare a difenderlo.
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avatar diego l.
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bello, molto bello il paragone con shylock.
fosse per me pero' tornerei subitissimo all'epoca di socrate, quando il diritto era autentico. il nostro tempo patisce un diritto flagellato da potentati e consorterie... infatti ah, quanti piccoli-grandi shylock ci funestano
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avatar Fratini S.
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Interessante la parte sull'ingegno de, giurista. E molto vera! Sarei curioso di vederne però un po' di più in campo pratico, dove invece prevale -- e in maniera tale da scavalcare tutto il resto -- la fredda norma, la procedura dalla quale non si può uscire e pare peccato mortale darvi uno scacco. Per quanto sarebbe, nella maggior parte dei casi, la vera soluzione di buonsenso.
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avatar Manlio
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Shakespeare era inglese. Una statistica dice che un magistrato, se potesse scegliere dove essere giudicato oggigiorno, sceglierebbe appunto l'Inghilterra. Per dirla all'inglese: poor, poor Italy.
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avatar silvia anfossi
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esattissimo. l'articolo infatti dice: l'arte che permetta alla legge non di far ciò che vuole, ma di fare ciò che il cittadino necessita .... e mi chiedo: qual è? la corte di cassazione? quella costituzionale? okay, però attenzione: entrambe non sono in aula, nei tribunali, a vedere, sentire e vivere le sentenze. il commento di marco bassani è esemplare: in aula ci vanno sovente dei giudici che sono consapevoli dei limiti del potere della legge e sono costretti, loro malgrado, a non emettere le sentenze che vorrebbero emettere. dov'è il senso del diritto in tutto ciò?, chiederei alla prof. lamagna.
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avatar Anastasia
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Sono ancora tra i banchi, ma cercherò di dare la risposta a questa domanda davvero interessante (quando si parla della gioia di conversare finalmente!). Io credo che non tutti i giudici debbano avere un potere discrezionale tanto da poter adottare delle interpretazioni articolate come quelle della Cassazione e della Corte Costituzionale, anche perché ciò significherebbe allungare i tempi già dal primo grado di giudizio e certamente anche avere un incremento nel tasso dei ricorsi. Però non solo pretenderei dai giudici di aggiornarsi con i pareri della nostra Corte ed anche quelli della Corte di giustizia (forse troppo discrezionale ma di grande impulso allo svecchiamento del diritto), ma soprattutto pretenderei un dialogo con le parti ed un'azione per favorire il dialogo tra le parti (mi riferisco anche allo strumento della mediazione). I giudici dovrebbero essere interessati a concludere il procedimento per il bene delle parti e la certezza stessa del diritto, per alcuni sembra quasi che interessarsi in tal senso significhi perdere la fondamentale imparzialità, ma a mio avviso produce molte più ingiustizie credere di fare un lavoro come gli altri e rimanere attaccati agli incartamenti procedurali per paura di prendere una decisione basata sulle persone concrete, che ahimè non sono certe e prevedibili quanto un'equazione e mal possono essere inquadrate in precedenti scelte normative.
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avatar silvia anfossi
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la lunghezza del processo è il carattere che invece impera qui, anche per questo ci sono tre gradi e tanti, tanti, tanti ostacoli in mezzo. ostacoli procedurali che vengono, attenzione, fissati apposta in un catalogo, in una serie di norme, perché la giustizia è un buon affare: avvocati, magistrati e la macchina della giustizia tutta, basta farci caso ogni giorno, riapre di continuo 'casi freddi' o prolunga al max quelli già in corso. it's business, baby, diceva un commediografo celebre e quello, purtroppo, oggi è, in italy.
il dialogo tra le parti come lo intendi, poi, c'è già ed è svolto, spesso bene, dai mediatori. rimane il guaio che anche lì i tempi sono biblici, lunghissimi e i giudici, allungando i tempi, allontanano anche la certezza del diritto.
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avatar rosangela
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come immagino uno studente di giurisprudenza? come uno che oggi fa selezione del personale, se non ha dietro genitori che lo possono introdurre nell'ambito o se non si piega a digerire un lifestyle poco simpatico e molto poco produttivo sotto il profilo della crescita intellettuale. questa è la mia esperienza: laureata in giurisprudenza nel 2011 e finita a fare tutt'altro, dopo esperienze poco edificanti nel ramo. che avrei preferito restasse gemma. ma condivido tutto il contenuto della riflessione: dice cosa giuste, dialetticamente e ben ragionate. però sostengo anch'io i validi motivi della scelta che farebbero i magistrati: andare ad essere giudicati in gran bretagna. da noi è tutto operetta, operetta di quelle scadenti.
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avatar marco di napoli
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il muro.
già, il muro.
il muro pensato 'non come al dispotismo degli esperti ma a speranza di comprensione della nostra situazione' sarebbe irreale se davvero gli esperti non si reputassero chissà chi. provate ad avere a che fare con uno dei tanti magistrati sparsi in italia, sotto il profilo professionale, poi mi direte! ci credo che vorrebbero andare a farsi giudicare in inghilterra!
avoja il muro.
il muro c'è, eccome.
lo sperimentiamo tutti i giorni nei diritti negati.
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avatar Anastasia
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Il sistema inglese è quello più particolare e quello che meno ha influito sul formarsi del nostro, che più si affianca a Germania e Francia. La Francia da cui noi abbiamo preso ha pensato anche al giudice come mero applicatore, bouche de la loi, di una Legge completa ed inattaccabile. Sebbene si sia superata queata concezione è vero che il nostro metodo si distanzia di più dal principio di equità nel caso specifico che regna nel sistema inglese. Ammetto che possa essere discrezionale, ma certamente è più evolutivo.
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avatar Giulio Sensi
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Ineludibile? Oh ma se c'è una roba che si elude QUOTIDIANAMENTE, dalle ns parti, è la legge!! Lo vogliamo dire a chi sta sulle sedie importanti? Ai manager strapagati? E' storia e niente più. De Benedetti sfasciò la olivetti e se ne andò con dei gran miliardi di buonuscita e per fare cosa? Uguale per tanti altri, da Profumo ai dirigenti inutili e dannosi anzi per le ns realtà, le ns aziende e l'economia, e quindi per lo STATO SOCIALE collettivo. Il diritto è la cosa più eludibile che ci sia, nel tessuto italico così com'è adesso!! Non c'è bisogno di invitare a eludere la legge: la gente, molta gente, cresce con quel concetto fornito dalla famiglia... e quando non è la famiglia a fornirlo è la società stessa, dove sei furbo e vieni premiato se dimostri di saper scavallare tutti i parametri che la legge impone e che spesso sono veri e propri rallentamenti senza vere e proprie ragioni. Avete mai avuto a che fare con la burocrazia di Stato? Con gli ospedali? Con le agenzie delle entrate o il fisco? Con un notaio? Con una pratica qualunque, magari per aprire un'azienda piccola, una di quelle aziende che erano il traino della ns nazione? Bè, provateci!! Vi renderanno la vita un inferno. Un inferno. E nel gran folto dei casi ci sarà sempre il furbo che prevale, che ha scantonato pagando poco o saltando le pratiche, e tra un intrallazzo e una conoscenza riuscirà ad avere la meglio su di voi e su chiunque altro. La storia recente parla chiaro!! Il diritto è la più eludibile delle risorse... perché sarebbe una risorsa, se usata CON SENNO, che è quanto manca a noi. Non ci manca perché stupidi,m ma perché incoscienti e plagiati, letteralmente plagiati, da tivù e media che insegnano ad usare i media stessi come 'ufficio di collocamento' tra un masterchef e una edizione di 'amici' o 'uomini e donne', grazie ai quali diventare VIP e fregarsene bellamente di tutta la lotta quotidiana degli altri. Vogliamo poi dire dei verri che stanno sulle sedie in parlamento? No dai, non voglio essere retorico ma ci vuole, perché è da là che arrivano i primi input a fare dello Stato un servo e non un'entità che garantisce il benessere di tutti!! Pensate: Forza Italia e il PD hanno sfasciato la nazione intera e sono tutti i giorni, tutte le ore, tutti i minuti alla radio, in tivù, sui giornali a dire che loro sono la salvezza. La salvezza di chi? Dei loro interessi, a questo mirano. Ecco, questa è furberia, è plagio, è manipolazione dell'opinione pubblica che travalica OGNI CONCETTO DI DIRITTO e di correttezza. Il diritto, spiace ribadirlo, è la cosa più eludibile che abbiamo. Evviva la gente come l'articolista... la dott.ssa Lamagna ci crede e si sente, si percepisce, però altra cosa è la realtà di tutti i giorni. Altra cosa. Siamo la terra dove le nullità si premiano da sole. Non è pessimismo il mio, ma realtà e cosciente speranza che qualcosa cambi. Ma dall'alto, perché se la pianta è marcia dalle radici........
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avatar alessandro
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giulio, lei ha ragione su tutta la linea. siamo un popolo deficitario per deficit voluti. intenzionali.
siamo dei chiacchieroni che fanno della chiacchiera il loro scopo e con le chiacchiere mangiano, mangiano.
la legge non è la giustizia, qui.
onore alla sig.na (o sig.ra) lamagna per come scrive, quello che scrive. però sono curioso anch'io delle risposte.

1) cosa fare perché gli studenti non vengano disillusi alla fine o durante il percorso di studi, se quando si voltano di qua e di là vedono una realtà degradata e priva di qualunque giustizia?

2) come liberarci dal peso di quella controcultura della furberia?

3) come fare a correggere la mentalità perfino in chi amministra la giustizia o difende chi ha a che fare con essa (vedasi l'esempio portato, sul modus operandi degli avvocati)?

4) come tradurre lo studio in applicazione pratica, in un paese dove lo studio non è mai applicazione pratica?
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avatar Anastasia
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1) La disillusione degli studenti in ogni grado del percorso di studi dipende dal non entusiasmo dei professori. Se ce ne fossero di più di quelli che sanno trasmetterti la moralità in un contesto amorale e la passione nel mondo dei "media come centro di collocamento" (elogiando il commento di Giulio) ci sarebbero più studenti futuri incorruttibili.
2) Come con i bambini l'esempio è l'arma più efficace.
3) Per quanto riguarda i burocrati, il loro macchinoso grigiume potrebbe superarsi con un maggior contatto con le persone. Loro dovrebbero comprendere che il ruolo non fa la persona e anche gli altri dovrebbero trattarli come pari, senza reverenzialismi.
4) Lo studio infatti non è applicazione pratica. Esso serve a comprendere schemi di ragionamento che serviranno a barcamenarsi tra i casi concreti. Non si può fare uno studio pensando di applicare perfettamente quello che si è imparato, ma apprenderne i princìpi cardine e applicare quelli. Non ci sono situazioni inquadrabili o inquadrate, bisogna affrontare quelle reali sapendo che i valori appresi saranno le armi per affrontarle.
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avatar alessandro
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grazie per la risposta. è difficile interagire con giornalisti e autori odierni, perciò ringrazio due volte.
mi scuso per il vizio di andare per punti ma anch'io ho un retaggio degli studi e i miei sono stati in ambito matematico. allora:
1) gli studenti sono incorruttibili, tutti, finché dura la carica di ribellismo e di purezza nell'approccio alle cose. il radicalismo in questi casi fa bene e dovrebbe anzi essere stimolato. invece a una certa età, chi prima della fine dell'adolescenz a chi un po' dopo, va perduto. questo perché è la società dei bisogni a imporsi. in pochi rimangono incorruttibili e quelli che lo restano sono persone preziose più dell'oro.
2) fare come i bambini in un mondo di gente che ne approfitta può essere utile se si è in tanti a farlo, ma io parlavo di applicazioni pratiche. gli ideali vanno bene ma sono poco pratici. anche a me, a tanti altri piacerebbe un mondo di fiducia, però l'uomo è portato a infurbirsi, almeno da noi. i popoli nordici non hanno questo problema, da noi invece è massacrante. come riuscire nell'impresa (titanica) allora, di far capire a tutti che quello nordico è il modello più armonico, senza ricorrere a punizioni o imposizioni?
3) sul ruolo dei burocrati penso che non siano tanto riveriti, specie quelli agli sportelli. sono loro che si prendono lo spazio di reverenza e fanno quello che gli pare, perché sanno che molto dipende dalla loro fannullaggine. se si muovono bene per tutti, se no il mondo può aspettare i loro ritmi. e chi amministra la giustizia dovrebbe capire che da lui dipendono a volte delle vite, eppure se ne sbatte lo stesso e continua nel suo rituale d'abitudine. come, quindi, spiegare a costoro che il ruolo non fa la persona in una terra dove si sente ancora ripetere "lei non sa chi sono io"? quella frase e tutti i costumi a essa legati sono la negazione base del rispetto reciproco e quindi del diritto.
4) i valori appresi saranno armi e ci sta; lo studio serve a comprendere gli schemi e ci sta anche questo; non ci sta però che il bagaglio serva solo a barcamenarsi. i principi cardine sono i rudimenti su cui poi bisogna applicare il resto. prendo la mia materia: se imparassi solo le regole senza tener conto di ciò che deriva dalle regole - così dette - secondarie, non riuscirei neppure a risolvere un'equazione, a realizzare un algoritmo, quegli algoritmi senza i quali non potremmo neppure dibattere qua, nello spazio commenti di una rivista. non è per fare il cavilloso ma il pratico: lo studio deve tradurre i principi imparati in ciò che è l'applicazione pratica, se no il diritto rimane scippato di una parte importante, che è appunto ciò di cui ha parlato nel suo articolo con tanta perizia: l'interpretazio ne.
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avatar Richard W.
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Seguo da tempo la rubrica e noto con piacere che miss Lamagna si produce in trattati mai banali. Mi sorprende la Sua preparazione, eccellente e degna di lode, ma ancora più la capacità deduttiva e di ragionamento. Segnalo i contenuti a CELS ed ELI, indi rimango spettatore del dibattito con l'egr. sig. Alessandro, in attesa di nuovi ed ulteriori spunti da parte Sua.
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avatar diego
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bè, le questioni sono spinose e alessandro, pòste così sono curioso anch'io di leggere cosa ne dice l'autore. x me interpretare è un principio base, però ammetto che non è facile: molto più facile è stare alle norme e proteggersi grazie a quelle, peccato che poi si viene a far povero il diritto della variabile appunto che ne interpreta i casi uno x uno. anch'io studio giurisprudenza e capisco che il problema è pratico e non teorico. la teoria risponde a tutto quello che la pratica poi smentisce, xché è con la pratica che si deve fare i conti e noi siamo bravi con la sola teoria.

ps: come faccio a essere segnalato anch'io al cels?!
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avatar Eugenio
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L'interpretazio ne, questa bella donna che sa sedurre come nessuno sotto il profilo della semantica, nella pratica è una gran trappola. Ma se guardiamo ai personaggi classici, al Diritto Romano e andiamo indietro nel tempo, l'interpretazio ne trova dei gloriosi difensori e sostenitori. Sia fatta la volontà dell'interpretazio ne. Chissà che un giorno non possa tornare tra noi.
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