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Filosofia della verità (in)tangibile

Scritto da L. Marenghi.

Un amore per il sapere, una porta per il possibile: questa è filosofia.

Un tavolo. Per un fabbro è valutato in base all’utilizzo pratico e alla qualità del materiale. Ma per un filosofo un tavolo è qualcosa d’altro. Hannah Arendt si interroga sul significato che può avere tra gli uomini, e afferma che il tavolo può sia definire distanze e differenze, sia relazioni, per quanto singole nel loro posto. Pertanto, la filosofia è una palestra per il pensiero ad accesso illimitato e gratuito. 
C’è un quadro di Caspar David Friedrich, il Viandante sul mare di nebbia (1818), che ritrae ciò che – a mio parere – rappresenta la filosofia: un uomo qualunque davanti al quale si allarga un orizzonte che assottiglia la vista e amplifica il pensiero. Si scorgono montagne in lontananza, ma molto è nascosto e sfumato. 
È l’uomo che si interroga su un mondo che è comune, ma di cui non coglie ciò che accomuna ogni cosa. Eraclito scorge l’essenza dell’ordine nel λόγς, in cui si riflette l’armonia sottesa alle cose. Ma questa armonia è data, paradossalmente, dall’unione di entità contrastanti che marcano una dialettica ed una poesia tanto oscura quanto evidente tra il tutto, uno spartito in cui note contrastanti scandiscono il ritmo della vita. Ecco, allora, che le “innumerevoli dita” della Terra si concretizzano e si scolpiscono in archivi di roccia. 

Trasgressioni e regressioni del livello del mare su un piano globale o locale, erosioni ed orogenesi di catene montuose, formazione di nuova crosta oceanica per mezzo di dorsali e distruzione della stessa in zone di subduzione: è un ciclo di fenomeni opposti che regolano la storia del pianeta. Vi sono poi forme perfette mediante le quali la Terra si esprime in tutta la sua armonia. Per esempio vi sono i cristalli, definiti da una disposizione ordinata, periodica e tridimensionale di minutissime particelle chiamate atomi. Esse si dispongono in modo da minimizzare l’energia interna, ovvero in modo simmetrico, per rendere stabile la struttura. Una struttura disordinata sarebbe infatti data da un’elevata energia interna e quindi da una struttura instabile, non più cristallina. 
Per descrivere come gli atomi si dispongono in una struttura cristallina, si possono individuare elementi di simmetria, tra cui gli assi di simmetria, ovvero rette immaginarie che in seguito alla rotazione di un certo angolo individuano “punti” dello stesso numero, e nella stessa posizione di quelli da cui è iniziata la rotazione. 
Tali assi di simmetria sono soltanto cinque; primario, secondario, terziario, quaternario e senario, rispettivamente con angolo di rotazione di 360°, 180°, 120°, ecc. Esistono, però, i quasi-cristalli con asse di simmetria quinaria: eccezioni che fanno la regola. Tutto ciò è scienza e potrebbe essere scritto in qualsiasi libro di mineralogia. 

Ma la scienza ha un grande difetto: cristallizza, ponendo misure e confini, e risulta così necessaria quanto limitante. 
La scienza ricerca verità in certezze tangibili e necessita di fondamenta solide su cui ergere la scala del progresso, e svolge questo mediante la filosofia, cioè tramite lampi di curiosità che permettono di uscire da regole e convenzioni anche solo per un istante. La scienza lavora per la certezza, o per la più sicura approssimazione ad essa, e per questo può essere tanto accessibile quanto più ostica da comprendere; mentre la filosofia è anarchica e si esprime con il linguaggio del pensiero, che cerca di indagare anche “l’utero tonante” della Terra. È humus fertile di domande, e spesso le domande portano alle intuizioni. Non a caso sono le domande che Socrate rivolgeva ai sapienti che lo hanno reso un noto filosofo. Con sole due parole, «γνῶθι σαυτόν» (ovvero: «Conosci te stesso»), ha messo gli uomini nella condizione di divenire consapevoli della propria natura, che, come direbbe Leopardi, non è altro che un «granel di sabbia», e la Terra è quanto di più conosciuto e sconosciuto allo stesso tempo.
Per alcuni è una matrigna, per altri una «anima mundi», per altri ancora è l’opera di un demiurgo, ma per i geologi è un puzzle di placche che celano un mondo ancora ignoto. 

D’altronde come non si conosce in medicina quale sia il fuoco che anima la materia, in geologia non tutte le conoscenze possono essere incise nella pietra. Il
velo di Maya che avvolge il pianeta non è facile da dispiegare. Pur non volendo fare la stessa fine dell’Ulisse dantesco, inghiottito dalle acque, bisogna che la scienza diventi filosofia, affinché domande e ipotesi guidino verso la conoscenza. 
Quanti pensieri si sono fossilizzati per secoli con la convinzione di sapere come fosse fatta la Terra? Quante ipotesi sono state avanzate su quale potesse essere il motore che la regola? Copernico mise gli uomini con i piedi per terra, ma pochi parlano di quello che fece Wegener. Egli, nel 1912, presentò la teoria della deriva dei continenti e seppur fosse considerata a quel tempo una sorta di fantascienza, alcuni ricercatori perseguirono la sua teoria. Ci vollero più di cinquant’anni per dimostrare che la teoria di Wegener fosse fondata. Infatti gli scienziati, animati da un interesse sempre più crescente per la struttura del fondale oceanico, effettuarono trivellazioni in diversi punti dell’Atlantico al fine di ottenere campioni utili per la datazione della crosta oceanica. Da tali studi emerse che il fondale dell’oceano è tanto più vecchio quanto più è distante dalla dorsale, ovvero una sorta di cicatrice della litosfera da cui fuoriesce una notevole quantità di magma, che nel corso di milioni di anni si solidifica formando nuova crosta. Dunque, con questa scoperta, si riuscì a dimostrare che la crosta non è statica, ma si muove come un rullo a partire dalle dorsali. 

Si possono citare poi esempi di teorie significative non tanto per validità scientifica, ma per l’aver sollevato dubbi riguardo a questioni considerate assodate, indiscutibili. Un caso su tutti: la valutazione dell’età della Terra. Dapprima si riteneva incontestabile l’età della Terra riportata dalla Bibbia, ovvero di circa seimila anni, ma successivamente, intorno al ’700, alcuni scienziati si fecero coraggio nel constatare che probabilmente essa avesse compiuto più anni del previsto. Così persone come George-Louis, conte di Buffon, e J. Hutton, sostenendo che la terra fosse più antica di quanto si credeva, e che la sua morfologia fosse in perpetuo movimento, accesero polemiche tra chi ancora sosteneva la validità del racconto biblico. In seguito scienziati del calibro di Darwin e Kelvin, fornirono intuizioni interessanti pur stimando un’età della terra errata. Il primo formulò una stima di trecento milioni di anni, sulla base della presunta velocità di erosione di una struttura geologica; il secondo ritenne che la Terra ne avesse circa 100 milioni considerando i tempi di raffreddamento dell’intera crosta, partendo dall’ipotesi che fosse inizialmente composta da materiale fuso. 

Si dovette quindi aspettare il progresso della tecnologia per poter valutare in modo più accurato l’età del pianeta attraverso l’analisi del decadimento radioattivo degli isotopi, con cui si stima un’età di circa 4,4 miliardi di anni. 
Ed ecco la scienza come valido sostegno di ciò che è reale, poiché concretizza quanto elaborato dal pensiero, traducendolo in modo più sostanziale. Più umano. 
Quindi, la geologia può essere considerata come filosofia della terra, poiché nella geologia scienza e filosofia vanno a braccetto. È come un quadro di Salvador Dalì, in cui la tecnica e gli strumenti sono conosciuti, mentre il senso del quadro è del tutto oscuro, pur rimanendo un’opera d’arte.