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La Grossolana Fratellanza dei Mulattieri

Scritto da Valerio Tallarida.

Nessuno, tranne forse gli anziani, ha memoria dei mulattieri.

Il loro è un mestiere scomparso, dimenticato persino dalla letteratura fotografica. Solo gli storici e le riviste del passato, quelle ingiallite sulle bancarelle, nelle cantine o in polverose soffitte ne recano un qualche articolo o scatto carico di grigio e nostalgia: ormai il mulo si usa per portare dai boschi ai paesi – la cui economia agricola resiste grazie alla loro distanza dalle sabbie mobili digitali delle città e delle zone industriali – legname, masserizie, materiali da costruzione. Si tratta di attività comunque occasionali, lungo brevi e isolati percorsi. 
Una volta era diverso, scriveva Paolo Giardelli in una di quelle rievocazioni d’un tempo romantico, duro e prezioso perché semplice. L’oste del borgo di Casareggio, piccolo nucleo sotto il Monte Buio andava, ogni settimana, a Genova col figlio e due muli. Scendeva sul greto del torrente, risaliva l’altro versante, oltrepassava il passo di Creto, Molassana, e arrivava a Borgo Incrociati, dove aveva un deposito per i viveri e una stalla. 

Un altro anziano ex mulattiere detto Lulla arrivava sino a Tre Croci, facendo un tragitto che richiedeva ben tredici ore di cammino: caricava le sue bestie a mezzanotte e giungeva a destinazione alle 13. «U muaté» indossava una divisa che lo distingueva dagli altri montanari. Legata ai fianchi a mo’ di cintura aveva una sciarpa pesante, caratteristica, dalla quale pendevano grandi fiocchi. Sulla testa, un cappello tondo a tesa larga, detto
u trentin, di stoffa impermeabile per riparare dalla pioggia. 
Sul cappello era sempre infilato un ago fornito di filo, da usare all’occorrenza per rammendare i sacchi eventualmente rotti o lacerati durante il cammino. Il giubbotto, poi, u gipunetu, chiuso sul davanti, aveva spacchi simili ad ali che si aprivano ai fianchi e due ampie tasche, in cui trovava posto tutto il necessario. 
Sopra il giubbotto un gilet di panno pesante, il pannu de frati, di colore bruno, che serviva ai più assidui viaggiatori nei mesi invernali. Dietro la cintura non mancava un corto falcetto, u pugain, utile in caso di pericolo a tagliare la cinghia, liberando il mulo dalla soma. In realtà, si adoperava anche per tagliare i rami più bassi che impedivano il passaggio o mettevano a rischio l’integrità del carico. 

La divisa terminava con un paio di pantaloni di stoffa pesante, di panno o fustagno, e due scarponcini grezzi, i
brukin, fabbricati dai calzolai locali. 
L’anziana signora Clementina ricorda che faceva la mulattiera in tempo di guerra, e «l’ho fatto fino a quando ho passato i trent’anni, e anche quando mio fratello è tornato dal conflitto». 
La donna allora era equiparata agli uomini nei lavori più gravosi, per giunta doveva sostenere tutto il fardello delle cure domestiche. Nei mesi dedicati al pascolo, da maggio a settembre, si partiva alle 5 del mattino «e si rientrava alle undici. La mia gente era in campagna a tagliare l’erba e io preparavo da mangiare. Il pomeriggio andavo ad aiutare nei campi, alle sette mungevo le bestie e per le nove ero presa con il minestrone». 
Anche il padre di Celestina era mulattiere. «Ne avevamo due, muli, poi uno lo requisirono i soldati e ci arrabattammo con quella vita scellerata, perché ce li pagavano ma poca roba. 
Una volta rinnovarono la chiesa e noi si faceva due volte da qui a Busalla. Partivo alle 4 del mattino e arrivavo alle otto, caricavo le piastrelle e su di nuovo a mezzogiorno; ripartivo all’una e via così fino a sera.
Dopo una settimana mi muovevo praticamente nel sonno. 

Mio fratello andava a comprare il grano a Cabella passando sotto all’Antola, noi si tentava la sortita ogni giorno, perché c’erano i tedeschi ma la fame era tanta». 
Le mulattiere seguivano il percorso più breve fra la stazione di partenza e quella d’arrivo, perciò le pendenze erano anche molto accentuate. Nei percorsi principali, il sentiero era lastricato a nisseu, e le vie che collegavano i paesi a mezza costa si staccavano e ricongiungevano di continuo a quella che era la linea principale. I muli, infatti, proprio come i bovini, non sono soliti passare sempre nel tratto già segnato, comportamento tenuto invece dalle capre. 
Accompagnare il mulo non era soltanto un’impresa faticosa, giacché il mestiere presentava dei pericoli. «Il carbone lo portavamo in primavera o in autunno. D’inverno era impossibile a causa della neve. Se ti coglieva in cammino erano guai, specie perché aderiva agli occhi del mulo. 
Andavo ad Avosso a portare castagne secche per conto del paese; in cambio, si prendeva la crusca per le bestie. Due muli sono morti con il carico sul basto: quando uno di loro si rompe una gamba o i reni non guarisce più e va abbattuto. Uno ricordo morì sul Monte Buio, inciampando in una radice, il più giovane finì nel riale allo stesso modo». 
Con il cattivo tempo superare le alture era un affare serio, dato che le nevicate – benché il mare sia a pochi chilometri in linea d’aria, l’entroterra genovese è alquanto freddo – erano copiose. Inoltre, il guado di balze e torrenti non presentava meno rischi, anzi. 

Le piene improvvise costringevano alla
gruppata, per via di ruscelli divenuti, ad un tratto, fiumi. «A mio padre dicevano “quella lì è mica una donna. guarda com’è lesta a salire sul mulo”. Quando poi mi sono sposata si sono ricreduti». 
Fra i roccioni e i dirupi, dove in qualunque stagione si scorgono solo cielo e il taglio dei costoni da cui pendono rami a precipizio, là si celebrava la liturgia dei mulattieri. I prodotti dei boschi, il legname e il carbone, meno spesso i latticini, partivano alla volta dei grandi centri e tornavano sottoforma dei più vari generi alimentari lavorati: un quintale di carico a bestia, cinquanta chili a soma. 
Alla festa di S. Abate vige ancora la consuetudine di benedire gli animali sul sagrato della chiesa. Il decano del villaggio e gli uomini li portano dai poderi e dalle frazioni vicine tutti bardati a dovere, e a fine cerimonia i cavalieri più coraggiosi si sfidano facendo una corsa verso il cimitero locale. 
Anche i villeggianti, per salire sui bricchi, non potevano fare a meno del mulo, al pari dei postini: il mulattiere, allora, si faceva tassista, portalettere e ambasciatore. E mulattiere era pure il lattaio, u leità, che si annunciava suonando il corno. Scambiava i litri del prezioso latte con alcuni buoni che la gente chiamava sterline, forme di cambiali che i montanari riscuotevano alla fine d’ogni mese. 

Caratteristico era anche il trasporto del ghiaccio. Si riempivano delle enormi buche, dette
e nevie, in cui la neve formava durissimi strati «che i vecchi staccavano in lastre profonde e portavano giù, a Genova, con un coperchio di foglie». 
Racconti ammantati di leggenda forse, ma davvero le mulattiere incidevano i monti, congiungendo le più sperdute località e le valli ai territori dove – ora per clima ora fertilità – la vita poteva trovare un punto d’appoggio, un soccorso, un tramite, uno sfogo. L’abbandono delle “strade di polvere” invece, è tra le cause della crisi dell’economia rurale, con l’allontanamento dalle risorse e dai prodotti della terra. Le nuove strade carrozzabili sono state tracciate senza tenere conto né dei sostrati dei crinali, né del più minimo di tali problemi. Erano gli anni dell’espansione, la domanda di manodopera in città era forte, tant’è nessuno si curò del contesto socio-ambientale. 
Salutate da grandi speranze ecco che le strade, costruite faticosamente con il sudore – gratuito – di un numero enorme di contadini, arrivarono già dai primi anni Cinquanta, al momento giusto e con i modi sbagliati: «Qui» ricorda un anziano montanaro, «quand’ero giovane era pieno di gente, gente di pelle fresca, giovani, e adulti, e futuro. Hanno cominciato a scappare appena è spuntata la strada, e non ne è tornato neanche uno. 
Siamo stati costretti a rinunciare agli spostamenti. Se non hai l’auto, sei tagliato fuori. Le carrabili, o come le vogliamo chiamare, rafforzano l’isolamento. L’anno scorso è venuta una dal paese vicino e ha detto che è morto uno che conoscevo. Nessuno sapeva niente. Una volta, quando moriva uno ci si era accanto, vicini, e si andava tutti al funerale. Ora è come in città: non si fa niente. 
Forse la gente era ignorante, era stupida, eppure c’era una fratellanza. Caro mio, insieme ai sentieri siamo franati noi».




* Paolo Giardelli, Il Mulattiere, (1978)