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Cha No Yu

Scritto da Elena Calafato.

Prendere un momento per se stessi è importante. Quante volte abbiamo sentito ripetere da volti con sorrisi perfetti quella frase, tanto ridicola nella sua banalità?

Eppure ho imparato che ci sono gesti e istanti che non servono ad altro se non a curare il proprio io.
Arrivo presto e parcheggio l’auto in una piccola via secondaria. In una delle palazzine che si affacciano sulla strada c'è uno spazio, un grande salone, dove sta per tenersi la
cerimonia del tè giapponese. Grazie al mio lavoro, ho la possibilità non solo di assistervi, ma anche di aiutare a costruire l'ambiente adatto.
Attendo paziente l'arrivo dei maestri e poi del mio capo. Il solo fatto di entrare nel salone senza scarpe mi rilassa e mi emoziona al tempo stesso. Sembra un gesto strano, per noi occidentali: fin da piccoli impariamo che nelle case altrui le scarpe vanno tenute, e solo in via del tutto eccezionale si possono togliere. Ma in quel piccolo angolo di Giappone che sto aiutando a creare, non c'è spazio per i nostri costumi.

Cerco di rendermi utile, ma oltre a disporre qualche cuscino intorno alla zona in cui siederanno, o meglio, staranno inginocchiati i maestri, non posso far molto. Non conosco le delicate geometrie che regolano la disposizione degli oggetti necessari alla cerimonia. Mi viene spiegato che un solo millimetro di errore può distruggere gli equilibri della composizione.
È questo che mi affascina del mondo orientale, di quello giapponese in particolare: la ricerca ostinata della perfezione, di una perfezione che diviene sinonimo di bellezza. E mentre questa perfezione viene ricreata dalle mani sapienti dei due sensei, estraggo la macchina fotografica e cerco di immortalare ogni movimento, anche se le immagini non rendono ragione alla costruzione dinamica dei gesti.
Riprendo gli oggetti da ogni angolo, ammirandone la bellezza. Il bollitore dell'acqua, secolare, sembra quasi un anziano dai capelli bianchi, circondato da bambini paffuti, tazze uniche lavorate a mano, in attesa di ascoltare le sue storie.

Quando arrivano gli ospiti tutto è pronto, e i maestri hanno già indossato il kimono nero: i colori non si addicono alla cerimonia, perché distraggono l'attenzione dai gesti precisi di chi officia e chi assiste al rito. Ogni volto è pieno di un'attesa divertita, come quando si passa da spettatori a partecipanti di un gioco nuovo.
Gli invitati si dispongono intorno ai sensei, che composti e cordiali spiegano quanto accadrà, illustrando le procedure. Sei coppie prenderanno parte al rito: in tutto verranno serviti dodici tè.
Due ore per servire una bevanda: impensabile per le nostre abitudini, ma questo è il risultato del cammino verso l'equilibrio, con gesti codificati e ripetuti sino alla nausea. Che nausea non è, poiché ognuno di essi, per quanto ripetuto, non è mai abbastanza.
Chi cerca la perfezione non prova nausea per la via che ad essa conduce.

Terminate le spiegazioni, uno dei maestri si fa da parte, e si inginocchia in un angolo per aiutare i partecipanti, compiendo insieme a loro i gesti necessari al corretto svolgimento della cerimonia. Non riesco a staccare gli occhi dal primo, così come dal teishu (colui che prepara il tè): il loro sguardo è sereno, i loro movimenti nitidi e puliti, la loro forma esatta.
Così, due alla volta, tutti gli invitati si inginocchiano per assaporare il Matcha, uno dei tè più buoni e costosi della produzione giapponese. Ogni tanto ci sfugge qualche risata di imbarazzo, mentre il teishu si sofferma a spiegare qualche movimento o concetto.
La cosa che più colpisce è il silenzio, un silenzio che non è assenza di rumore, ma il tacere delle voci umane: abituati al chiasso delle strade, alle urla, ai rumori assordanti o insistiti degli spot, possiamo qui ascoltare il gorgoglio dell’acqua nel bollitore, lo schiocco del mestolo di legno sul bordo delle tazze. E realizzare che ogni cosa ha un suono, e che persino la voce interiore, il pensiero, disturba la percezione di quello che sta intorno. È la ricerca secolare dei monaci della Terra Dell’Eroica Felicità: ascoltarsi dentro, per capire ciò che sta fuori di noi.



Lentamente, con giusta misura, il rito viene portato a termine.
I sensei offrono un'altra tazza di tè, e invitano i partecipanti a scegliere una carta da un mazzo, disposto a formare un cerchio al centro della sala. Finito di bere, ciascuno legge ad alta voce la frase riportata sulla carta che ha scelto: sono i principi dello Zen, massime che, una alla volta, vengono illustrate in modo semplice, chiaro, calde e delicate come il tè appena sorseggiato.
A fine cerimonia, tutti salutano con un inchino.
I nostri ospiti si allontanano dalla sala, che resta pervasa da sorrisi e volti distesi. Forse questa cerimonia, questo momento di pace, non basterà a placare ogni ansia e ogni paura, ma di certo ha avuto un effetto lenitivo, come quando si pone una pezza bagnata sulla fronte durante la febbre.


“L'eroe coraggioso è un bambino pieno d'amore”