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Quando I Mostri Non Fanno Paura

Scritto da Antonella Mecenero.

Li abbiamo allevati, accuditi, accontentati. Forse non tutti con la medesima cura. E ad ovviare ci ha pensato la tivù.

Loro sono bambini, per lo più figli unici, cresciuti guardando cartoni animati e pubblicità. Chiusi in appartamenti come scatole di scarpe, tutti a guardare le stesse ipnotiche immagini colorate, ma ciascuno solo davanti al proprio apparecchio. Ragazzini il cui disperato desiderio di comunicazione viaggia attraverso gli sms.
Ai loro nonni, per parlare, era necessario il contatto visivo, il riflettersi delle espressioni faccia a faccia. Occhi negli occhi. Perché i gesti hanno un peso leggero e importante. I loro genitori sono stati la generazione degli infiniti “mi ami, ma quanto mi ami?” al telefono, quando ancora dal suono di una voce si poteva immaginare una gamma di emozioni.
Loro si accontentano di parole scarnificate, prosciugate in abbreviazioni, scheletri di comunicazioni sulle quali tuttavia costruiscono amicizie e amore. E la sera, attaccati ai loro terminali, con parole altrettanto scarnificate, tra forum e social network, stringono mani virtuali, intessono relazioni con entità - persone? - di cui ignorano nome e aspetto, di cui conoscono solo sigle ingannevoli e vuote.

L’umanità, tuttavia, non è ancora adattata al puro virtuale, e la giovinezza ha bisogno di scambiarsi abbracci, lacrime, sensazioni. Siamo tribù postmoderne, ma ancora identici a quei nostri antenati che alla sera si trovavano intorno al fuoco a mangiare assieme, a raccontarsi storie.
L’istintiva necessità dell’incontro emerge sempre, a volte violenta e spaventosa (lo testimoniano le cronache dei raduni o dei rave notturni), a volte bizzarra e colorata. E i giovani si immergono in quei mondi artificiali al punto di non potersene separare, uscendo allo scoperto.
Così eccoli chiedere ai nonni i segreti di attività che sembravano sconfitte dalla fretta dei tempi. Ragazze, ma anche tanti ragazzi che si scoprono sarti, modellisti, con forbici e pennelli. Sono i
cosplayers, un movimento generazionale che per hobby si veste come i personaggi dei fumetti, dei cartoon, dei telefilm e dei videogiochi. Invadono le manifestazioni ad essi dedicate a inquietanti ondate.
Hanno capelli blu o arancio, portano enormi spade, parrucche glam, lunghe lance. E spesso anche cartelli con i quali si cercano tra loro. Si sono coordinati per mesi interi su internet e spesso si incontrano per la prima volta, dopo centinaia di messaggi scambiati, all’esterno di una stazione ferroviaria o all’ingresso di una fiera. Ricoperti di armature per proteggere fragili personalità, si abbracciano esattamente come facevano i loro nonni.

Fanno un po’ paura quei visi truccati da demoni postmoderni, ma passato lo sconcerto iniziale, assistere a una manifestazione di cosplayers mette tenerezza e allegria. Sono ricchi di inventiva e di passione - un buon cosplayer costruisce sempre da sé il proprio costume -, vengono per incontrarsi e ridere dei personaggi di cui hanno preso in prestito l’abito.
La città di Lucca, ogni anno a fine Ottobre ospita la più grande manifestazione italiana di questo genere. È un’invasione pacifica. Migliaia di maschere, alcune autentici capolavori di artigianato, altre agghindate di sola simpatia, si riversano sulle mura e tra i palazzi storici.
Si abbracciano e si ammirano l’un l’altro, sotto gli occhi divertiti della cittadinanza che ha imparato a non aver paura di questi mostri.
Anziane signore con i nipotini scendono in strada a vedere gli orchi, poliziotti veri e guardie imperiali di Star Wars camminano fianco a fianco, i vampiri bevono aranciata dando pacche sulle spalle ai puffi. E la baraonda della diversità diventa una festa dell’uguaglianza. Perché non importa il colore, la lingua o la provenienza, ciò che conta è saper fare festa insieme.