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Carta Straccia

Scritto da Stefano Pazzini/Viviana Rossi.

Ogni tanto leggo qualche polemica sugli EAP. Curioso che fra gli indignati ci siano pure addetti ai lavori.

Perciò, chiariamo: chi pubblica libri facendoli pagare dagli autori è un tipografo, uno stampatore, non certo un editore. Andrebbe segnalato ed evitato accuratamente. Però permettetemi un’osservazione: se un libro è bello ma gli editori non lo vogliono? La storia è piena di ottimi lavori non riconosciuti. La fiaba per cui «se l’editore l’ha scartato sarà che vale poco sul serio?» non regge, è appunto una fiaba per ingenui. È sufficiente fare un giro in libreria per trovarsi di fronte a titoli più che imbarazzanti, e la domanda su chi ne abbia promosso i contenuti è legittima. Un’analisi s’impone. 
Mettiamo il caso che Tizio, autore di un buon libro, ne è consapevole, e dietro saggio consiglio cerca un agente letterario o un’agenzia. Pagherà, perché secondo l’uso non si deve più bussare alla porta di un editore, ma remunerare un agente per fare il lavoro che un tempo veniva fatto dall’editore (soltanto che se quest’ultimo ti sceglieva venivi pubblicato, all’agente invece sei sicuro di dare dei soldi ma la pubblicazione resta un’incognita). Così, Tizio sborserà una cifra che va in media dai 150 ai 700 euro. Mica noccioline. C'è chi la crisi la sente di meno. 
È proprio vero, si risponderà Tizio, che la scrittura, accessibile a chiunque poiché servono solo un foglio e una penna, da attività povera si è trasformata in hobby per ricchi. 

A questo punto l’esperto del ramo gli farà osservare che «esistono agenzie gratuite», ma si contano su una mano sola, e rispondono a quasi tutti con gentili rifiuti. Ovviamente dopo settimane, perché la nostra è l’epoca della performance.
L’utente curioso allora andrà a spulciare il portafoglio-autori di quelle agenzie, e con sorpresa scoprirà che curano i diritti di molti scrittori di livello, e nel contempo di celebri imbrattacarte. Ma adesso, l’esperto, gli farà notare che i vituperati
assassini della letteratura a tantissimi piacciono, e se incontrano il favore della massa significa che non sono proprio così scarsi (bufala cosmica, che rimanda alla fiaba sul valore delle opere); inoltre vendono, cioè fanno buon introiti, e né l’editore né gli agenti sono istituti di beneficenza. Gli affari prima di tutto. Com’è squallida, penserà Tizio, l’industria dei sogni. 
È persino satirica, quando i suddetti esperti dichiarano che è giusto pagarli perché «hanno il vizio di dare un compenso ai loro collaboratori», e Tizio è allibito di fronte a tanta impudicizia, che se non ci si può permettere qualcuno o si fa da sé, o lo si incarica quando se ne ha la possibilità. Viceversa, si assume un atteggiamento identico a quello degli EAP, ma con un’aggravante: che i soldi vengono chiesti solamente per fare da tramite, quindi addirittura senza la minima garanzia di risultato. 
Tizio quindi prenderà informazioni, scoprendo che all’estero la reading fee è bollatura d’infamia. È che lo Stato libero di Bananas ha una reputazione da difendere. 

Ma andiamo avanti. Tizio, preso atto della perversione del sistema accetta, suo malgrado, di mettersi in gioco, poiché non ha altre realtà a disposizione. Se l’agente gli dirà di no dovrà rivolgersi a un altro, e via dicendo. Alcuni rifiuteranno fin da subito, altri con un po’ d’anticamera, altri ancora avranno cura di farsi accreditare la cifra pattuita per farsi vivi con una scheda di lettura che sviscera qualità e difetti del testo, quasi sempre senza prenderlo in carico. O prendendolo in carico, senza però trovarvi uno sbocco. «Il romanzo è notevole, ma il mercato vuole altro» leggerà Tizio, pure qui dopo mesi. E se le agenzie sono pagate per il tempo impiegato, gli autori non lo sono per essere messi in naftalina. Per giunta, con tanto di evasione fiscale, che di fatture nemmeno per sbaglio. 
Seguendo l’iter, e convinto che il merito prima o poi venga riconosciuto, Tizio investe energie mentali e materiali in una battaglia di principio e concretezza. Alla fine però tira due somme, e scopre d’avere speso – fra pareri e schede di lettura – ben più di quanto sarebbe servito per farsi stampare il libro da uno di quei sedicenti editori a pagamento. Calcoliamo adesso che oltre il 90% dei romanzi degli autori esordienti segue questo percorso, a quanto ammonta il giro di affari che ruota attorno a questa filiera? Se si guarda a quante persone partecipano ad esempio ai concorsi letterari c’è da restare a bocca aperta: sono migliaia. E i concorsi letterari sono tanti. Se uniamo le migliaia di aspiranti (e sto basso con le cifre) che hanno contattato le agenzie, che facendo una media chiedono 250 euro ciascuna (sto basso di nuovo), in un anno siamo a un volume di soldi tale da comprarla intera una casa editrice! 
Poi c’è il discorso del tempo. Mesi, anni di attesa. Perché puoi avere scritto una cosa stupenda, ma se non sei conosciuto caro mio, o hai un fondoschiena tipo donna cannone o nessuno ti considera. Quindi hai buttato anche del tempo, che molto pragmaticamente corrisponde a denaro. La catena infatti non è solo autore–agente–editore, è soprattutto autore–agente, visto che se i secondi non avessero i primi non lavorerebbero, e gli autori tornerebbero a farsi rimbalzare dagli editori (ma coi vantaggi esposti sopra). L’agente, come lo si intende nel belpaese, non è una facilitazione, piuttosto un rallentamento, e in tutti i casi una spesa aggiuntiva. Può fare il prezioso perché è in contatto con gli editori, quindi anche vantare capacità professionali che avrà pure, ma di correttezza è facile che faccia schiattare. Non generalizzo: è probabile che gli onesti ci siano, ma per l’esperienza di chi ha fornito i dati sono pochi e scompaiono in rapidità, o si adeguano all’andazzo generale.  

Nel 2014 una mia conoscente ha preso il romanzo di un professionista e l’ha inviato prima a degli agenti famosi, poi giù giù fino a quelli meno blasonati. Le risposte sono state imbarazzanti. Riporto tre esempi per far capire meglio. Un agente famosissimo ha tenuto il romanzo per mesi e si è addirittura scordato di avvisare l’autore che non aveva ricevuto feedback positivo dagli editori (vai poi a stabilire quanto sia vera la cosa: si conoscono e spalleggiano a vicenda; non si è potuto verificare alla fonte perché gli editor non rispondono mai, sono divinità, esistono ma non si abbassano a comunicare con la plebe se non quando ne hanno promosso il romanzo); un altro era entusiasta ma gli mancava il tempo perché faceva tutto da solo; un altro ancora, e questo li batte tutti, ha detto di aver letto e apprezzato le prime pagine e ne ha volute altre. Quando ha visto le successive ha rifiutato con un grottesco: «Un agente deve servire all’autore. Se un libro non è nelle sue corde non lo promuove». Non basta, dunque, produrre belle opere. Inoltre, servire, su tutti i dizionari, ha un significato preciso, cioè essere utile, fare da tramite. È palese che o l’agente deve tornare alle scuole medie e studiare bene l’italiano, o quel messaggio voleva dire: «Il romanzo m’è piaciuto, ma non ho intenzione di passarlo agli editori per ragioni che voglio tenere per me», così manda un elogio per addolcire la pillola e fa una figura meschina, dal momento in cui l’alternativa, preoccupante, è che dopo aver letto dieci pagine egli abbia trovato nelle successive un elemento terribile, spaventoso, o tale da farlo desistere, nonostante l’alluvione di orrori contenuti nei romanzi odierni.  
Tutto ciò andrebbe a discapito della qualità professionale dell’agente, che a priori se ne infischierà. O tirerà fuori le solite scuse a cui non crede nessun uomo sano di mente. Ma c’è addirittura un’altra realtà, ed è quella della combutta. Ovvero: molti agenti chiedono agli autori se hanno parlato con altre agenzie, se hanno sottoposto il testo a case editrici, e parla con uno e con l’altro si fanno un’idea di cosa conviene e cosa no. La professionalità che dovrebbe muovere le loro azioni cola a picco, infatti se credi in un testo ci credi e basta, non vai a chiedere “referenze”, un vizio sporco e immorale tutto italiano. Sono malpensante? Quando mai, sono solo uno che ragiona. E poi «pensi male e fai peccato, ma novantanove volte su cento ci azzecchi» diceva qualcuno. Qui non c’è neanche bisogno di novantanove prove, giacché in Italia non esistono novantanove agenzie di chiara fama. Ci si è voluti accontentare di un numero inferiore, comunque indicativo: diciotto. Anni e anni di esperimenti
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Gli editori non sono immuni. Innanzitutto perché avallano il passaggio prioritario dagli agenti, che come già dimostrato non operano da filtro – perché il gusto ci sta, ma l’imbrattacarte di cui sopra no, quello è la diagnosi di una
combine – anzi, ingrassano su “tariffe di lettura” immotivate e irragionevoli. Poi ci mettono del genio distillato a pubblicare la vita privata del calciatore, le conquiste della soubrette, il diario dei festini hard del bancarottiere, l’avventura del politico, del conduttore, del cantante. «Il fatto è che loro fanno cassa,» parbleu, noblesse oblige, «e con i guadagni che ne vengono fuori si riescono a programmare anche le cose di qualità». Che acume, che filosofia. Peccato che la qualità dovrebbe essere il fine, non il mezzo, e ad essa spetterebbe un ruolo primario anziché di rincalzo. 
«Il mercato è cambiato,» pontificano, «e se un Cerami, un Parise, un Tabucchi, uno qualunque dei talentuosi artisti del fertile novecento letterario bussasse alla porta con un’opera prima, potrebbe non ricevere risposta» è la conferma della scarsa attitudine a svolgere il mestiere seriamente e con reali capacità. 
Ha il suo daffare, Tizio, a scampare al suicidio. Eppure è ancora convinto che per rassegnarsi non sia l’ora (gliel’hanno insegnato tutti, dalla mamma alla maestra, dai proverbi ai kolossal del cinema), ma sul web legge l’ennesimo sgarbo agli aspiranti: i pesi massimi dell’editoria stanno studiando il contratto a km zero, cioè senza anticipo per i nuovi autori, chiaramente italiani, perché se ti arriva un novello caso letterario dall’estero, magari dall’America, e non gli cacci della grana ti saluta, a meno che non prendano solo lavori di scrittori fantasma, di gente sottopagata alle loro dipendenze, o di autori stranieri. L’industria che si è costruita turlupinando i sogni della gente è solida, e gestita com’è gestita in Italia può avere solo un nome: pagliacciata. Con l’ufficialità istituzionale, ossia ciò che serve per non infrangere nessuna legge, nonostante il codice etico sia l’unica legge non scritta valida più di ogni altra. 
Capitolo a parte, per nulla dissociato dal precedente, lo occupano le bugie che il sistema spaccia per verità. Lì si toccano le vette più esilaranti: «Ho mandato quattro capitoli e l’editore mi ha contattato, entusiasta» è una, recente, ma anche le costine che starnazzano milioni di copie vendute – salvo scoprire che per raggiungere la vetta delle classifiche, in certi periodi dell’anno, ne bastano sei o settemila – non sono affatto male. 

Un posto di illustre disonore lo occupano anche gli amici e collaboratori di chi pubblica, sempre in cima alla lista dei favoriti; la parentopoli che tanto viene combattuta in altri settori, nell’editoria è uno dei primi attestati di merito. Merito che, poveretto, finisce nella lista degli epurati. Del resto, i lavori di pregio sono pochi, e quei pochi bisogna osteggiarli aspramente, se non vengono da gente già con un buon pedigree alle spalle. Questo perché è più difficile gestire un lavoro simile che non uno scaracchio le cui frasi fatte possono essere prese e riprodotte in serial (killer) e scagliate sui social, citate qua e là dove possono fare più presa, mirando al bersaglio grosso, e favorire così una cultura più mediocre, che si accontenta di vedere la profondità due centimetri sotto la superficie. 
Un pubblico simile è manipolabile: si fa alla svelta ad abbassare il gusto se si propone solo una certa scarsità di default, poiché non avendo altra scelta la massa si adegua a quant’è presente. Le stroncature di Pippo Russo insegnano molto, a riguardo: https://cercandoblivia.wordpress.com/category/fenomeni-letterari/
Sono pochi quelli che, pur avendo opportunità di scelta, le esercitano in concreto, rifiutando sirene pubblicitarie e altre forme di promozione. Ci sono intere vetrine acquistate da “editori” responsabili del crollo del mercato, nonché del gusto di cui sopra. Ora, molti si fermano a tali espositori, alle fascette che millantano premi e riconoscimenti, alle loro copertine lisce, colorate, colme di frasi e volti dolci e ammiccanti o tremendi, paurosi, tutti progettati per colpire la fantasia di chi osserva. E poi radio, trasmissioni, locandine, adesivi, ospitate: la diseducazione del lettore è massiccia e capillare. Senza ritegno. 
I titoli, peraltro, classici a parte, vanno presto fuori catalogo, e chi spaccia libri nelle catene lo fa col piglio dei venditori generici, spesso senza conoscere né le caratteristiche né il valore di quanto sta fra gli scaffali.
L’entusiasmo degli
utenti ne risente, e per la filiera è una tregenda. Dati ufficiali: nel 2013 il bacino dei lettori si è ridotto del 6,1%, il mercato si è ridimensionato del 4,7, le copie vendute sono via via calate, e nel 2014 la curva è stata ancora negativa. Nel 2017 il disastro è di proporzioni monumentali. 

Il necrologio considera anche un fatturato di 2,660 miliardi di euro (flessione del 6,8%, ovvero 194,2 milioni di euro in meno), e rispetto al 2010 i milioni persi sono stati 572 (fonte AIE). Brutta fede si ha nei numeri, che però a differenza degli uomini non sanno mentire, né li si può reinterpretare. E se guardiamo agli anni più recenti, il trend deraglia del tutto. 
Le sentenza è dolorosa ma inappellabile: incompetenza. Se l’agenzia ha sostituito gli scout, e non ci sono più i Vittorini ma gli show televisivi, il motivo è nient’altro che gestionale. 
I lettori calano in qualunque zona demografica, la passione e il gusto si corrompono. Si riducono persino i remainders, trascinati nel gorgo benché estremi rimedi per chi ama la speleologia letteraria, e cerca una boccata d’ossigeno puro nel soffocante mare magnum di repliche, uniformità dal sapor di telenovela o di sesso, di sangue, di misteriosi tesori, graal, vampiri, stregoni e giovani Holden di carta straccia.

Se una catena ha troppi anelli allora è priva di serratura. Non è solo un adagio popolare, piuttosto una netta verità. E uno specchio di questa struttura. Niente generalismi, sappiamo dei casi positivi e ne siamo contenti, ma rappresentano una percentuale – per tornare ai numeri – più che esigua, anche per l’effettiva minoranza dei buoni autori rispetto all’esercito di pasticcioni dall’ego clamoroso. 
Il peso delle responsabilità, però, è anche qui a sfavore delle case editrici. Tizio infatti ha letto più e più volte quegli avvisi, pubblicati dalla stragrande maggioranza delle CE, dove non si accettano testi non sollecitati, o dove tutto sarà preso in considerazione salvo non ricevere segnali, nemmeno per la più basilare forma di cortesia; infine, quelli che promettono un esame con risposta a distanza di 60, 70, 80 o 90 giorni, perché il volume di opere in arrivo è sempre crescente, e si avrà riscontro solo nel caso in cui il manoscritto sarà ritenuto di pregio. L’educazione ridotta ad optional: e non si parli di specchio dei tempi, perché i tempi sono fatti da chi li attraversa, li condiziona, li costituisce. 
Se io sono una persona, un’azienda, oppure un suo rappresentante dotato di cortesia, ed appunto di una sana educazione, a domanda rispondo. Casi di stalking a parte, la gentilezza non deve essere l’eccezione ma la regola. E quando un testo è brutto o non piace, si dice (è cosa anche utile, per quanto spiacevole) che non è piaciuto. Ma non col silenzio. Ci si prenda tutto lo spazio voluto per esaminarla, ma non ci si collochi come un’entità soprannaturale, refrattaria alle comunicazioni dei mortali, di chi si pensa insidioso perché animato da capricci volubili e pretenziosi. Tanti ne hanno, altri no. Ed è in quella seconda fascia che spesso si collocano gli autori più interessanti, destinati a restare sconosciuti per colpa – è il vocabolo giusto per chi riceve centinaia di testi e dando uno sguardo rapido agli incipit, a volte neanche a quelli, li cestina ingiuriando la fiducia dei rompiscatole ai quali appartengono, la professionalità dichiarata, la buona creanza – diretta, senza appello2

Ho cercato il parere dei cosiddetti lettori forti, gente da ottanta/cento libri l’anno. Ho promesso il più totale anonimato sia a loro, sia ai collaboratori di agenzie e case editrici, per motivi logici: entrambe le categorie hanno rapporti con gli editori o chi gli fornisce materiale, e aspirano a mantenerli. 
A tutti ho rivolto il medesimo interrogativo: cosa non va nella letteratura italiana contemporanea?

1. «L’eccesso di paccottiglia e storie sciatte, scadenti. Robetta di cui si dovrebbe fare tranquillamente a meno. E la critica omertosa che esalta ciò che vende anziché ciò che è di valore» 
2. «Io ritengo che sia messa bene. Nella mia biblioteca, intendo. Dei manoscritti che valuto ne trovo un paio decenti su cinquecento. I più belli li bocciano a monte le agenzie» 
3. «Sic stantibus rebus, quello che manca all’ultimo ventennio nei vari settori: il premio al merito» 
4. «La ricerca del guadagno facile. Entrando in una libreria proverà la stessa, esatta sensazione di nauseante abbondanza di un outlet pieno di merce inutile, dubbia, anche dannosa. Si chieda come mai non ristampano tanti romanzi di qualità del secolo scorso...» 
5. «Incompetenza, pigrizia, nepotismo» 
6. «Sono parole accoppiate in ordine sparso, con la presunzione di definirsi libri. D’altronde non fanno che soddisfare la tendenza generalizzata alla non-cultura. Un modo per addomesticare le menti, educarle al non ragionamento. Ecco, la letteratura d’oggi segue questo tentativo di incretinimento da cui è alimentata. È carente in ciò che l’ha resa maestosa» 
7. «Se fosse un’intervista ufficiale sarei obbligata a sviolinare, non si può sputare nel piatto in cui si mangia. Si accontenti di questo: se un Cassola inviasse il suo manoscritto lo vedrebbe rifiutato, e c’è chi paragona Vitali a Piero Chiara. Passo e chiudo» 
8. «Scherziamo? Se pubblicate il mio pensiero vi fate un sacco di nemici! Lo scrivo, però non voglio rogne con nessuno. L’ultimo libro che mi ha stupito è Certi Bambini, di De Silva… andiamo indietro al 2001. Poi qualche episodio qua e là, ma una penuria preoccupante. Sono anni che cerco nella flotta dei nuovi e vedo solo scialuppe, carrette del mare spacciate per motoscafi! Niente fenomeni. Roth lo era. Joseph Roth. Bennett, nel suo genere. E Busi, Coetzee. Ma è la vecchia guardia. Soseki lo era, o Bassani, ma fai il nome di Julio Ramon Ribeyro e non lo sapranno distinguere da un mediano del Brasile. Le vere lacune della nostra letteratura sono l’ignoranza e il pregiudizio. Scriva un saggio e lo invii a suo nome. Lo stesso giorno un professore universitario, con appoggi e conoscenze giusti, ne manderà uno meno significativo del suo. Vuole che le dica chi arriverà in libreria?» 
9. «Non è un problema solo italiano, se andiamo a guardare chi ha vinto il Nobel. È vero comunque che da noi il malato è prossimo al coma» 
10. «La letteratura… oggi? Gentile Sebastiano, ha sbagliato la domanda. Tutt’al più è narrativa, ma di quella che, un paio d’anni dopo l’uscita, il libro sta sui banchetti in vendita a un euro e cinquanta» 
11. «Vede, bisogna considerare le politiche editoriali, altrimenti non si porta a casa il pane. Un buon novanta per cento dei libri son prodotti seriali, come i dolcetti industriali: hanno un sapore non troppo forte e non troppo tenue, perché per avere più smercio serve andare incontro a tutti» 
12. «Amavo leggere e l’amo ancora, solo che ora mi pagano per farlo. Preferisco non pronunciarmi» 
13. «Il mondo editoriale gratta dove prude ai grandi autori. Il nome vende, si compra il pacchetto e ci si impegna a veder dentro un contenuto che non c’è. Pur sempre un esercizio di fantasia, che però alla lunga stanca il lettore occasionale e purtroppo anche quello accanito» 
14. «La letteratura oggi paga familismi e affiliazioni. O si torna a stimolare il pensiero critico e la consapevolezza con opere di spessore, o ci si parlerà addosso fino alla débacle» 
15. «Per farle capire, io compravo una ventina di libri a stagione. Adesso cerco nell’usato, non per la politica dei prezzi – oddio, anche per quella se devo essere sincera – ma perché il nuovo è già visto, già letto, riciclato. La “mia” letteratura non è l’immondizia di sfumature, segreti, splendidi disastri e ti amo ti odio mi manchi!» 
16. «Credo un eccesso di omogeneità: nelle pagine si riflette l’immagine di una società monotona e cinica» 
17. «Il guasto è nei produttori. Un tempo i libri parlavano al lettore; se mi vuoi convincere però che il signor tal dei tali è uno scrittore e, dopo dieci pagine, trovo errori pacchiani, frasi sbilenche, trame banali, stereotipate, al lettore non fai più parlare. Lo disaffezioni. Magari non lo perdi, io ad esempio non smetterò mai di leggere, ma di acquistare novità sì. Ho provato a informarmi, ho visitato siti, ho spulciato recensioni e ci sono cascato, comprando libri plurilodati ma rivelatisi inconsistenti. Ci tengo a dire che non sto sparando nel mucchio: quella è una scemenza controproducente, sono se mai favorevole a porre un freno al club dei marchettari, a quella sottospecie di loggia massonica di cari parenti che vanno in ufficio a dir bene del capo. La soluzione c’è e li spaventerebbe a morte: uno sciopero del libro. Di quello in vetrina, che costa dai sedici euro in su e che ripete, alla pari, la solfa di quelli usciti un anno o un mese prima. Gli editori e i loro compagni di merende sarebbero così di fronte a un bivio: chiudere bottega, oppure iniziare a sfornare roba di livello. Ma dubito che un popolo vile come il nostro, che ne manda avanti cento per spingerne uno solo, trovi mai il coraggio di dare battaglia per la cultura: gli hanno insegnato che non riempie la pancia» 
18. «Le dirò... conformismo e carenza di dibattito. Non ci sono voci contro. Quando se ne alza una, subito le risponde una controffensiva di bloggers e opinionisti, anche qui in fotocopia. Inoltre, ci sarebbero anche gli intellettuali capaci di sostenere la lotta contro la spazzatura, ma molti di essi hanno una fifa nera di dar contro a editori e loro referenti, per non bruciarsi il futuro. Il mondo del libro italiano non ama e non vive la libertà d’espressione, è una dittatura che si finge democrazia. Spero che lei non nutra aspettative o con questa intervista le può salutare per sempre» 
19. «Uno dei mali della letteratura recente, a mio giudizio, è che non vuole interlocutori acuti ed esigenti, o censurerebbe le sue stesse porcherie» 
20. «È una realtà ostile che guarda dall’alto in basso con lo snobismo di quello che può perché può, e gli altri ad aspettare i suoi comodi. Ok, non è mai stata popolata da stinchi di santo, però quella di oggi ha perso il radar della qualità, e questo è imperdonabile. È diventata un giocattolo privato, che se la canta e se la suona da sola. Pardon, sòla». 

Queste sono venti delle 116 risposte ottenute. Ho scelto quelle che meno si somigliavano fra loro, per evitare le ripetizioni. Non uno degli interpellati si è espresso in termini lusinghieri, soddisfatti. In elenco c’era pure chi è andato pesante coi termini, chi ha fatto nomi e cognomi: per non offendere la sensibilità di nessuno, ho glissato gli episodi, pur restando lontano dal politically correct.

Con questo non voglio dire che bisognerebbe affidarsi agli EAP, no assolutamente. Sono contrario. Sto però mostrando quanta sterile ipocrisia ci sia dietro un mondo che si riproduce grazie alla sua chiusura. Sei un attore, un cantante, un cabarettista, un corridore, un politico o uno sportivo, e compari qualche volta in tivù? Oplà, ecco che il tuo libro viene pubblicato senza ostacoli. Magari senza nemmeno un euro di spesa, visto che chi si riempie la bocca dicendo che i libri vanno pubblicati senza soldi poi è il primo a chiederne per legittimare il suo operato. Un simile cialtrone non dovrebbe pronunciarsi su chi, per denaro, stamperebbe anche la raccolta delle gare di pesca del paese, o le barzellette di Totti (oh, che sbadato, qualcuno l’ha fatto veramente), poiché parte di un sistema altrettanto malato. Del resto, i testi promossi dagli EAP non andranno a ostacolare i trastulli delle major al Premio Strega – disputa pilotata ad hoc – e affini. Dovrei aprire la parentesi concorsi truccati, ma per sparare sulla croce rossa serve un certificato talebano che non ho ancora.




[1] Tratto da un post di Viviana Rossi, il cui blog ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ), da anni in rete, è stato cancellato proprio in seguito a tale pubblicazione.
[2] La redazione a cui ho inviato questo pezzo ne riceve in media duecento al giorno, ma si premura di rispondere a tutti, nessuno escluso. Non lo dico perché pubblicheranno la mia riflessione, ma per realismo: non sapevano chi fossi, sono un perfetto sconosciuto, sto bene così e non cerco fama o clamori; sono però anche un amante dell’onestà, e soffro nel vederla un valore sempre più osteggiato. Basterebbe poco ad essere cortesi.