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Canzone Per Una Terra Ferita

Scritto da Alessandro Suardi.

La chiave di lettura del futuro, per gli uomini di mare, è l’orizzonte. Lontani da casa si torna vulnerabili ai colpi del sentimento. Il popolo ligure ricorre da sempre alla corazza della prudenza, mentre si apre alle risa e alla confidenza fra le mura domestiche. I suoi caratteri hanno radici lunghe, che affondano in un tenace amore per la dolcezza del cielo e la scarsità del suolo, un amore asciutto che li ha costretti a farsi abili contadini per strappare alla terra anche i lembi più fini, e poter piantare i semi sulle balze a precipizio.
Le chiese rosate e simili a vele gonfiate dal vento richiamano insistenti il motivo dell’avventura e del ritorno.
A Cervo se ne alza una costruita con le rimesse dei pescatori di corallo che lasciavano quel lembo di terra natale per cercare fortune più consistenti, ma non scordavano l’esperienza del passato, e vi tornavano a rendere grazie con la puntualità di una promessa.

I carrugi, le scalinate strette e a sghimbescio, e poi gli archetti fra una casa e l’altra, così frequenti nelle viuzze, erano una mutua protezione dalla nostalgia e dai sismi: o tutti o nessuno. Servivano a unire, a fare saldo il ricordo del luogo dove tornare dopo il rischioso andare per onde, da dimenticare appena sbarcati e guardare con languore alla nuova partenza.
L’abbandono sempre più accentuato dell’entroterra da parte dell’uomo, ha accentuato il problema del degrado ambientale. Perché qui più che altrove l’equilibrio è sottile, e la popolazione ha stretto un patto con la natura, coltivandola. Andandosene lo ha rotto, e l’ambiente è tornato ostile.
In una regione pressoché priva di pianure, dall’anno Mille, si era andati riempiendo le aree avare con gradini e riporti di terra coltivabile. Un’opera fatta a mano, salendo senza sosta sentieri e mulattiere. Gli specialisti andavano da un paese all’altro per le opere di manutenzione annuali, rese necessarie dall’erosione del vento e della salsedine.

La commistione del sangue con la modernità ha perduto col tempo quest’arte, e gli elementi si sono rovesciati.
A Vernazza, Monterosso, Aulla, e attorno al quel gioiello incastonato nel sasso che sono le Cinque Terre, si è consumata la tragedia.
In un maledetto autunno del Duemilaundici, l’incubo ha preso il posto della realtà con il fragore dell’esproprio.
L’epopea dell’immagine non ha risparmiato niente e nessuno: le auto inghiottite dal fango, la forza distruttrice dell’alluvione, scivolata insieme alle tracce di vita ora incapace di resisterle.
Negli occhi degli abitanti e dei turisti resta impresso un gorgo devastante, un magma che non si è potuto arginare, sotto cui tanti vanno ora scavando. Cercano semplici cose, frammenti di memoria e geometrie di speranze asciutte come il secco che è già tornato a incrostare il fiume di detriti.
Ma il dramma si consuma senza guaiti, senza le urla stracciate e teatrali che caratterizzano larga parte del substrato italiano, perché i liguri sono il proprio soccorso, il primo e più solidale, e questa terra è un cantiere aperto: reagisce composta e con la dignità del silenzio.

Dai centri sociali ai volontari di ogni genere, la mobilitazione è stata globale.
E pioverà ancora sulle fasce appese alle colline, sui paesi abbarbicati alla roccia e prigionieri di uno strapiombo che da secoli ripara e preserva. Gli aiuti arriveranno dal mare e dalle lingue d’asfalto sconvolte, le poche rimaste praticabili: in barca, a piedi, con i sistemi immortali del soccorso. Perché sì, tutti sanno che pioverà di nuovo.
L’agguato del pericolo non dura un solo istante, è una conoscenza antica in questo luogo di poesia brulla e potente, che ha strappato una pagina del suo libro di vertigini, ma è pronto a riscriverla più salda di prima. Per chi è rimasto vittima di quel fango e per chi, da quel fango, sta già guardando l'orizzonte.