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L'Esplosione Demografica Della Poesia

Scritto da Ambra Dominici.

Nell’irrimediabile solitudine dell’alba ascolto il ronzio del mondo che si sveglia a stento, che morde a sbadigli l’ultima ovatta del buio.

Prima di uscire dal letto e fare il check point del corpo accendo la radio, è una consuetudine che mi accompagna da anni. Non cerco notizie o voci moleste, solo una musica, poche note a basso volume, le più semplici possibili. Mi servono per fare spazio al rumore che aspetta di fuori, per sopportare lo strepitio della civiltà che urla, che cerca attenzione, e si chiama coi mille nomi del caos. Sono troppo giovane per partecipare al culto degli adulti che si mettono al volante ansiosi di schiacciare il clacson per spingere avanti la fila, parto sconfitta.
Sono piccola di fronte al sistema che ride e ride e ride di niente, e chi non ride è escluso, e deve andare altrove a prender legnate che invece esistono.

Penso al sorriso mentre sciacquo la faccia e mi faccio bastare la musica, che stamane non è musica ma un poema. Lo speaker dice di averlo preso da internet.
A nessuno sfugge la quantità di spazi, nel web, dedicati alla poesia, specie se esordiente. Neanche alle frequenze radiofoniche. Ogni giorno spuntano concorsi letterari orientati alla promozione di talenti, continuamente alla ricerca di una novità difficile da scovare nella vastità di elaborati.
Blog e siti carichi di versi di giovani e non solo, pronti a mettere in gioco i propri sentimenti nella logica del social network: il privato che diviene pubblico.

Centinaia di associazioni mettono a disposizione esperti e patrocinano incontri, premi, tavole rotonde. Vincono sempre gli stessi. Nonostante ciò, al richiamo alla speranza non sfuggono in tanti, l’uomo è sempre alla ricerca di qualcosa da conservare.
Certo, la poesia non vende, non fa tiratura, serve a riempire lo scaffale. Ma sono risposte da editori, perché a scuola non può mancare, e nemmeno fra i vincitori del Nobel.
Eppure abbiamo troppi poeti e pochi lettori. Tutti scrivono, tutti pubblicano, tutti postano.
Dalla stilografica alla USB il poeta si è fatto digitale, diffuso e universale. Piccoli capolavori e non, aperti alla consultazione di chiunque, fioriscono nei prati del web. Al mercato non interessa, né tantomeno all’autore.
Il falso poeta non usa la carta, riversa tutto nel foglio elettronico e si avvicina alla gente. Condivide il segreto, sperimenta il nuovo mezzo riempiendolo di trite o stupende acrobazie, e appunto comunica. Snobba l’inchiostro, la penna obsoleta, messa in vetrina per un regalo di laurea o per pochi appassionati di antiquariato.

Oggi la poesia, come la cultura, è libera, democratica, sghemba, complicata, lunga, ermetica, di ogni genere, di ogni forma e suono. Spesso anche falsa.
Falsa proprio perché di tutti, perché troppi ne producono, e se qualcuno la smettesse sarebbe più facile riconoscere il talento. Di tutti i sedicenti poeti non si apprezza più la rarità, ma si guarda alla moltitudine; un cambio di parametro silenzioso e di cui poco si parla. 
I veri poeti sono pochi e nascosti, sommersi da un mare di mediocrità: questo ho sentito alla radio, dopo una rapida ma intensa lettura di Rimbaud. E non so di chi fosse la voce.
So solo che in ogni luogo c'è sempre stato un poeta, magari uno senza parole, di quelli che i versi li portano addosso, davanti alla stessa moltitudine che oggi s'ammassa ricca di pensieri e di emozioni da raccontare.