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Come Foglia Tra Le Macerie [Intervista Ad Arturo Robertazzi]

Scritto da Fabio Ivan Pigola.

 

Il computer abbrevia ogni distanza. Qualcuno ci passa le ore, i giorni, la vita. Crea dipendenza, dicono. Io ancora mi affido alla carta, alla sua alchimia antica, che ha il colore di uno schermo ma una densità differente.
È una sera qualunque; sono seduto nel mio studio a Milano, e c'è un fagotto di traffico nelle vie di sotto: le luci punteggiano l'asfalto come le bacche con i rovi d'autunno. Potrei continuare a osservare l'orizzonte limitato dei palazzi, o divagare in modo più personale.
Scelgo la seconda strada. Forse perché più familiare, forse perché mi permette di tenere a galla i ricordi, freschi dei giorni appena trascorsi.
Palazzo dei Congressi, Pisa Book Festival. Mi accolgono il sorriso gentile di Francesca, redattrice di Aìsara, e Arturo Robertazzi, autore di Zagreb. Poche battute, e la chiacchierata con lo scrittore si apre all’intesa.
È cordiale, penso che ne approfitterò.
La cornice del luogo favorisce il dialogo, che riporto senza ordinare, perché gli appunti si prendono con il cuore.
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.Com'è nata la tua vocazione per la scrittura?
Mah, forse suona romantico, magari troppo. Quando avevo sedici anni o giù di lì, beh, io sapevo con certezza che avrei pubblicato dei romanzi. Ne ero sicuro. Non conoscevo i tempi, ovviamente. Ma sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ed è successo molto prima di quanto mi aspettassi.
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.Il libro è molto crudo. Ho letto da qualche parte che la morte è il più forte dei colpi, ecco perché lo lasciano per ultimo. A pensarci vengono le vertigini, ma non ai tuoi personaggi. Forse non hanno tempo e modo di pensarci?
Uno dei testimoni intervistati in Vukovar - the Final Cut (un documentario che consiglio nella sezione del mio blog “Zagreb - La Storia Dietro”) dice che durante la guerra non aveva tempo di pensare ai suoi cari, a quello che era prima o che sarebbe stato dopo.
Non aveva tempo di chiedersi se combattere e uccidere fosse giusto o sbagliato.
L'unico suo pensiero, il pensiero fisso, era sopravvivere.
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.C’è un percorso nella tua opera che sembra la radiografia di un’esistenza: origine del dolore, una forma di adattamento ad esso, per quanto passiva, e redenzione, o almeno l’occasione di coglierla.
Un excursus umanissimo, come dire “la foglia muore e fa crescere l’albero, ma io sono foglia”.
La foglia di Zagreb è Dražen, uno dei protagonisti. Anzi, a volte credo che sia il protagonista principale, anche se non parla mai se non per un "aiutami ti prego" che pronuncia all'inizio del romanzo. Dražen è, insieme ad altri personaggi secondari, colui che compie un miracolo, che non ha nulla di religioso: sveglia il narratore da un'anestesia totale. Lo aiuta a comprendere che nella sua guerra non ci sono "i noi" e "i loro" ma solo "bestie" che, insieme, compiono un grande scempio: la distruzione completa della Città. E in questo senso, il romanzo ha una fine molto positiva. Magari riuscissimo noi a comprendere quello che il narratore comprende durante i giorni di Zagreb...
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.Qual è la colpa più grave di quella comunità? Qualcuno mi ha detto “la stessa della nostra”: l’incapacità di stare senza conflitti.
L’ignoranza.
Per esempio, è l'ignoranza, l'assenza della cultura, che ci permette di vivere in un Paese dove la politica è morta da decenni. Dove un europarlamentare può dire che “Ratko Mladić è un patriota” o un vincitore del Premio Strega può dichiarare, alla Camera dei deputati, che “Il fascismo era rubare ai ricchi per dare ai poveri”.
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.In Zagreb parli di sopraffazione e brutalità, ma qual è il peccato che merita più comprensione?
Non commettere atti impuri. Io questa non l'ho mai capita.
Ho appena finito di leggere Il Libraio, dove Régis De Sa Moreira scrive “In un mondo perfetto, tutti dovrebbero fare l'amore con tutti”.
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.Mc Ewan ha detto che fare letteratura oggi non è diverso da 30 anni fa, solo è cambiato il pubblico.
Non so, io 30 anni fa non sapevo ancora scrivere.
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.Come nasce in te una storia?
Sembrerà strano, qualche volta è un titolo che mi viene in testa... e da lì nasce una trama e poi i personaggi. Questo non sempre. Altre volte, leggendo articoli sul giornale o guardando la gente, ho l'idea per un personaggio. Me la conservo, finché in testa non nasce un piccolo villaggio di personaggi coerenti. E poi li lascio fare. A quel punto c'è solo da descrivere. Sono nelle loro mani.
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.C’è qualcuno fra i contemporanei che ammiri?
Tanti, tantissimi. Facciamo così, ne cito due che tra i libri letti di recente mi hanno entusiasmato: Invisible Monsters di Chuck Palahniuk, e Cecità del premio Nobel José Saramago, il cui titolo originale (Ensaio Sobre a Cegueira) mi è sempre parso più appropriato.
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.Sei piuttosto refrattario ai riflettori: un’attitudine o una scelta?
Parliamoci chiaro: non sono, per fortuna, né Fabio Volo né Giovanni Allevi. I riflettori sono su di loro, non su di me.
Detto questo, nel momento in cui si decide di pubblicare un proprio lavoro, bisogna lasciarsi andare, esporsi. Io cerco di farlo nel modo che ritengo essere più efficace senza tradire la mia scrittura, il mio romanzo, o le mie idee...
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.Il tuo blog è fra i più visitati, il libro riscuote consensi, se fai un bilancio cosa ne vien fuori?
Vien fuori che siamo solo all'inizio. Che è difficile capire davvero che il successo non è nelle copie vendute né nel numero dei visitatori del blog. Che la cosa più difficile è continuare a scrivere.
Il Pisa Book Festival è terminato, ma non il ricordo. Con la fantasia sono ancora nel salone dei congressi, in un luogo dove la geografia è davvero di carta, e nelle vene scorre l’inchiostro, sangue magico che non coagula né incrosta le emozioni.
La povertà del mio studio non basta a colmare il vuoto della memoria, così guardo la copia di Zagreb sulla scrivania. Ringrazio l’autore con un messaggio imbarazzato, perché il mio mestiere spesso falsifica, non odora di pulizia. Patisco l’impaccio e la parzialità delle vicende, sono un cronista di empatie superficiali che trema di fronte all’arte e alla sua dignità. E ripenso al concetto per cui il successo è un passante che sorride.