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Luzi, la Figliolini, e la Stretta Evidenza Del Respiro

Scritto da Giorgio Mascari.

La poesia, per Bukowski, era più difficile da vivere che da scrivere.

Per il più nostrano Guareschi dei diari clandestini bisognava sentirla, piuttosto che capirla. Io ricordo di averla vissuta davvero la prima volta nel dicembre del 1998. Mia sorella era rientrata da Parma, dove stava studiando, in anticipo, e stranamente aveva anteposto ad ogni litigio una proposta: «Ci vieni a sentire un evento con me?»
Così, eravamo andati a una conferenza su Leopardi tenuta da Mario Luzi: due ore dense di poesia, di liberi giochi della mente, di quella gioia di vivere che tanti pensano non stia nelle rime dei poeti più famosi, sempre presi dai tormenti d’amore, dalle privazioni della sorte e altre sfighe colossali.
Lo confesso: ero fra quelli. Credevo mi sarei distrutto la mandibola a colpi di sbadigli, ma siccome avevo passato due notti insonni, quell’incontro poteva essere un rimedio fortunoso. Non era neppure da escludere il probabile roccolo di matusa di cui, cinico, avrei riso: in fondo anch’io un giorno sarei imbabbionito a quel modo, meglio quindi inquadrare bene il proprio futuro e non farsi tante illusioni.
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Con grande sorpresa, vidi alcuni giovani e un paio di Silvie meritevoli. Come il più becero maschio fallocentrico trascinai la sorella, che nulla sospettava poiché già in trance per l’evento, da una seggiola all’altra, seguendo le due tipo cane da tartufi. Dopo avere sfoderato il sex appeal di un elefante ubriaco, inciampando nella borsa di una pitonessa capitata lì, presumo, per ripararsi dal fresco autunnale (l’unica cosa che aveva indosso di pesante era il trucco, assieme allo sguardo porcino di un omuncolo con l’aria del magnaccio), le mie speranze di far colpo erano pressoché a zero; tant’è, mi misi ad ascoltare il conferenziere. Che non mancò di stupire, lui sì, in positivo.
Cosa poteva mantenere una simile freschezza mentale in un uomo di ottantaquattro anni? Due occhi colore del mare sotto alle sopracciglia folte, ordinate, e una voce melodiosa che indugiava sulla “c” dandole un suono dolce e accattivante. Un uomo, prima che un letterato, straordinario, e capace di commuoversi, nonostante parte del pubblico fosse intenta più a sondare le cavità del proprio naso anziché i versi del grande recanatese.
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Spesso avevo pensato di iscrivermi a una facoltà come Lettere, studiare da precario e buttarmi nel mondo del lavoro come ci si butta sotto il treno delle occasioni perdute. Ma non avevo abbastanza coraggio, perciò ho fatto ingegneria: lì il suicidio è più lento e sistematico, ricorda quello dei santi che nei libri si distinguevano per virtù cristiane scalando le alpi in compagnia di splendide fanciulle, e una volta in cima si inginocchiavano a recitare il rosario, e nei cespugli si infilavano solo a cogliere i mirtilli.
Può darsi non abbia seguito l’eco dei versi poiché l’ho spesso distinto dalle diatribe divine. D’altronde che diritto ha dio di essere dio, e di iscriverci a una gara dove chi non si classifica tra i primi finisce in punizione all’inferno? Il vero tollerante allora è Belzebù, che mi accetta pure se perdo la corsa.
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Il silenzio delle meditazioni l’ho vissuto come un esilio, ed ero prevenuto verso la poesia, quella di cui sapevo gli spazi bianchi fra le parole, e gli sbalzi, e l’enjambement, e le dannate metafore che mi ricordavano le confidenze vietate fra i penitenti, e Galileo costretto a sussurrare sottovoce «eppur si muove».
Però certi passaggi li ho portati dentro, e non riesco a dimenticarli. Gli uomini/germogli dei quali è tracciata in quattro righe la saga accompagnano sovente i miei risvegli.
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Senza peso, le smorfie del vento
attorcigliano vertigini
sulle cose, e di ognuno di noi
resta solo il dettaglio.
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Siamo piccole gemme assetate di vita.
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Non sapevo prendere fiato fra i capoversi. Poi ho capito. Lì in mezzo ci potevo infilare il pensiero, l’entusiasmo per la bellezza e l’estetica di Renoir, l’anarchia di Chaplin, la libertà di rifiutare il dio creatore di un regno dove l’uomo ha la necessità di continuare a sfracellargli i campanacci perché l’ha generato insufficiente, incapace di procurarsi la felicità, costretto a vezzeggiarlo altrimenti gli va il Giuda di traverso, e allora sono spiriti santi per tutti1.
Ma la bellezza dei sogni è tale solo se attingono dal concreto, si trasformano, evolvono in qualcosa di superiore all’utopia. Per lei si lotta pure senza essere in un paradiso kantiano, anche se Nostra Signora la morale è ormai subordinata all’utile e calpesta ogni diritto e ogni decenza in nome del profitto. Fra i suoi devoti figurano illustri onorevoli, dirigenti, marescialli che rubano sulle spese e investono in edilizia. Quando li pizzicano con le mani nella marmellata hanno pronto il salvacondotto: «Preparavo le dosi di colesterolo prescritte ai peccatori», tanto che imputati restano solo i casi gravi e incurabili.
Quella bellezza che ho ritrovato, anni dopo, in un libello di inquadrature – mi scuso con l’autrice, anche qualora non voglia scusarmi – passatomi da chi non immaginava lo potessi recensire. Cosa che ovviamente non ho fatto, riportando una serie di ricordi malmessi, inflazionati da una satira della quale non so spegnere l’interruttore, ma che recupera sensazioni antiche (non le baruffe con la sorella) dinanzi alle composizioni di Franca Figliolini.
Sono dardeggi anche brevissimi, in apparenza scomposti, ma il loro è un disordine delizioso e felice, un quadro riuscito su una tela che troppi imbrattano di svolazzi e di rime già viste, già lette, alle quali si attaccano aggettivi grandiosi solo per l’impertinenza.
Che bagno di freschezza invece, è leggere di quel teorema sulla notte, sublimato nel «calco del corpo sul letto, il cuscino che si curva sotto il peso della testa», o di quella pausa «tra le sillabe ancora non nate», o della stretta evidenza del respiro «privo di eco acuminate, essenziale nella sua rotondità» e di un after bomb afternoon nel quale «ogni strenua resistenza trova il suo limite. Allora me ne starò così, accoccolata, come se adesso fosse sempre e domani mai. Un piccolo riparo, una cuccia calda dove respirare appena, con gli occhi chiusi».
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Il più di questa raccolta di liriche si svolge nell’intimità che non ha artifici, che non cerca il vertice dell’estasi con trombonate di barbagianni da cattedra, buoni a impastare parole compiaciute della loro stessa beltà, ma che alla seconda riga sanno di falso come una banconota da ottanta euro.
Chi frequenta un po’ il mondo letterario e quello più schietto della botanica sa che fra pirañas non ci si scanna, e piovono lodi anche quando la commozione non è emotiva ma cerebrale.
Le inquietudini sono placide e tiepide le luci, e i loro colori sono un carosello soffuso di angosce viola e di bave d’azzurro, e tutto ciò che è «arancio morbido, avvolgente» causa un black-out delle notizie di bassa ispirazione e collabora a diffondere la dissonanza, la spigolosità e persino l’imperfezione del vero. E in quell’atmosfera torno ai miei diciott’anni, alla saletta con le Silvie, a Luzi che insiste sul tono delle “c” e sulla stretta evidenza del respiro.

1 Prestito poco illustre da una commedia del responsabile della webzine, Fabio I. Pigola