Stampa
PDF

Storie Di Resistenza: Il Pensiero Narrativo

Scritto da Sandra Giuliani.

Ogni narrazione è necessaria, oppure non c'è niente là fuori. Niente che non sia la creazione di un punto di vista, il prodotto di un pensiero.

La ricostruzione continua di quella che amiamo definire realtà è sempre e solo una finzione. 
È una consapevolezza importante che azzera ogni pretesa di oggettività, l'idea stessa che esista un qualche punto di vista superiore.
Ciascuno di noi racconta una storia del mondo: come vorrebbe che fosse, come crede che sia.
Ciascuno di noi, all'interno di una comunità culturale, rende queste storie un legame, un modo di vedere e ci si riconosce: lo tramanda, lo consolida, lo rende vero.

Il pensiero narrativo abita ogni pensiero sul mondo e su noi stessi.
Lo sanno bene i bambini. Cominciano presto, prima ancora di parlare la lingua degli adulti, che è la mediazione necessaria per essere integrati. Fare parte di.
Lo sappiamo in ogni istante della vita. Quando la raccontiamo agli altri. Quando cerchiamo disperatamente di aggrapparci a noi stessi, a quel concetto di narrazione possibile che siamo e che è in precario equilibrio tra ciò che siamo stati e l’eventualità. Un'oscillazione tra ciò che si consolida – e che quindi crediamo vero – e ciò che è inaspettato, e ci sorprende.

Si sa, la nostra è una storia di adattamento; più siamo flessibili, più sopravviviamo come specie e come individui: un gioco fra tradizione e innovazione.
Questa è la cultura, e la cultura è un discorso narrativo che condividiamo con altri, per prossimità e per contingenza.
Ma questa è anche la vita, che abitiamo come personaggi di una storia, che un po' costruiamo e un po' si forma sullo sfondo delle storie a cui apparteniamo. Storie di famiglia, storie sociali, storie biologiche. Quel paradigma complesso da cui dipende il Genere letterario della storia che racconteremo e che ci racconterà: tragedia, commedia, satira, epica.

Anche la libertà è una bella storia. Ha un precedente illustre, la scelta della mela; e una conseguenza piuttosto complessa, la caduta nel mondo. È un fatto inevitabile, perché ogni storia deriva da una difficoltà, da un divieto trasgredito, da una scelta. Senza qualcosa di inaspettato o perturbante, non ci sarebbe narrazione.
Un assunto che vale nelle aule dei tribunali (narrazioni giudiziarie), sulle pagine dei giornali (cronaca dei fatti), e nella vita di ogni giorno.
Sono tutti tentativi di raccontare la verità nascondendo il fatto che essa è una costruzione narrativa. E questa consapevolezza, esplicitata, non impedisce le credenze, anzi.

“Facciamo finta che” è la formula magica con cui si inaugura non solo il dire, ma la comunità di ascolto, quella che, guardandoci e ascoltandoci, appunto, ci fa esistere. Ed esiste a sua volta.
Ciascuno di noi è portatore sano della tradizione da cui proviene, e questo sapere è una competenza che consente di prevedere come andranno le cose. Solo quando lo schema non funziona e la categorizzazione del reale non aderisce alle cose inizia davvero la narrazione, emerge una storia, e con essa la paura del cambiamento. Ma emerge anche la curiosità.
Perché il pensiero narrativo si insinua tra il bisogno di rassicurazione (la ripetizione) e il desiderio della sorpresa; si situa laddove l'essere umano è abitato, di nuovo, dall'attesa.

La porta aperta delle case rurali, l'uscio socchiuso delle abitazioni d'estate è una soglia dei miracoli: dentro c'è la ripetizione delle vite, fuori l'ospite che potrebbe arrivare.
In quella porta-soglia può accadere di tutto: può nascere una storia. Invece la porta chiusa dei palazzi urbani, degli uffici, delle aule di studio, dei negozi, la dice lunga sulla perdita graduale di questo atteggiamento, sulle storie di resistenza che stiamo costruendo, sulla paura che coltiviamo ogni giorno per il cambiamento. Nostro e altrui.
L'ospite non è atteso. È temuto. È  lo straniero che ci invade. O  il teppista con la spranga.
Personaggi che inventiamo noi. Personaggi delle storie di resistenza.

Non serve  fingere impulsi interculturali, multietnici, o costruire il mito dell'accoglienza: stiamo perdendo la capacità di creare storie, la capacità di scegliere e di cadere. Se prevale il bisogno di ripetizione, e quindi di rassicurazione, prevale la noia. L'unica malattia realmente epidemica che genera, alla fine, violenza.
Perché la violenza è la sostituzione di quell'atto trasgressivo che consente l'emergere di una storia: una mediazione verbale, la formula di salvezza del discorso, il ponte tra il nostro io e il resto del mondo.
Senza storie, là fuori non c'è niente.