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Sulla Strada Del Diritto

Scritto da Marco Magnani.

Quando mi sono messo in cammino c’erano poche stelle sulla mia testa, e tante ombre nascoste fra gli alberi dietro di me.

Non sapevo bene che strada prendere,  temevo che la mia vita, il mio lavoro potesse seguire una piega sbagliata, subire un’interpretazione di parte.
Sono passati anni da quei passi incerti, anni in cui ho cercato di non smarrire la via, anche quando era più difficile, quando mi trovavo con la testa tra le mani e pensavo di avere sbagliato tutto, che forse avevano ragione loro, e quelle voci si facevano intense e grattavano sotto la pelle.
Ti fai troppi problemi, e cos’è niente, pensa alla salute e non buttarla sempre in politica, tanto son tutti uguali, tutti rubano alla stessa maniera. E poi, anche se fosse, anche se avessi ragione, non è cosa tua, ci penserà qualcun altro.
Non ho mai creduto a quei discorsi per una serie infinita di motivi, primo fra tutti il fatto che per quanto si ostinino a raccontarmelo rosso, per me il cielo resta azzurro. E le guerre rimangono guerre anche se le chiamano operazioni di pace, e le prostitute rimangono tali anche sotto il nome di escort. Forse è colpa della mia sconfinata passione per le parole.

Una menzogna raccontata mille volte resta una menzogna, non può essere lavata dall’intervento di stravaganti giornalisti o mercenari di regime: non dobbiamo dimenticarlo. Anzi, è bene lottare contro quelle menzogne che il teatrino dei media ha trasformato in conclamate verità.
Un breve catalogo per la stretta sopravvivenza: L’Aquila non è stata ricostruita, la spazzatura di Napoli non è scomparsa, gli immigrati non sono automaticamente delinquenti, i dittatori non sono un male necessario, il conflitto di interessi non è un reperto del passato.
Non meritiamo un paese come oggi lo vediamo. E neppure i declassamenti di istituti di Statistica incapaci di prevedere il crack Lehman Brothers e altri sbandi globali. Non meritiamo il precariato a vita, la lotteria del lavoro nero, la disoccupazione giovanile, le morti bianche e quelle in carcere, i ministri di corte.
Non meritiamo una lista che si allunga ogni giorno, tra la svendita dell’Università, della scuola e della Sanità pubblica per favorire i privati, gli insulti in Parlamento, le barzellette da terza elementare.
Non meritiamo di sentire accarezzare l’idea di sparare ai barconi dei disperati, il bunga bunga, le ironie sulla morte atroce di un connazionale a Gaza. E nemmeno leggi che negano giustizia agli esplosi della strage di Viareggio, ai sepolti nella Casa dello Studente, ai truffati della Parmalat e della Cirio, ai fatti a pezzi nella Clinica Santa Rita, agli avvelenati dell’Ilva e della Fincantieri.

Fermare lo scempio dipende da noi, dalla nostra capacità di costruire, dal nostro far bene le cose, dal nostro saper cominciare dagli altri: non date retta a chi dirà che non è compito vostro, che sono cose più grandi di voi.
La realtà, mai abbastanza affermata, è che tante piccole persone, in tanti piccoli posti, fanno tante piccole cose che cambiano la faccia del mondo. Non fatevi spaventare, ribellatevi. Fatelo per i vostri diritti, per le persone di cui siete innamorati, per quelle che aspettano di sentire la chiave girare nella serratura quando tornate a casa a notte fonda.
Niente rivoluzione universale; parlo di una scossa individuale, senza la quale non è possibile alcuna forma ribelle di armonia: non ho cambiato il mondo, però ho variato il mio, ed è una soddisfazione così grande da non poterla neppure scrivere.
Perché la vera ribellione è questa: partire una notte senza stelle, spaventato dalle ombre che si allungano davanti, e capire che tra gli alberi ci sono occhi che ti seguono, mani che ti sostengono, che piano piano escono dall’ombra e camminano al tuo fianco.
Alla fine, siamo solo ragazzi in cammino.