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Se Anche L'Ispirazione Diventa Industria

Scritto da Diego G. Pozzi.

Sul Web ho trovato un pezzo sull’editoria indipendente. Una palestra per ossa, muscoli e cervello. Un luogo di tempra.

Reading, incontri, presentazioni, appuntamenti, l’agenda è fitta e il calendario sembra non bastare. Si rimbalza di città in città, dalla fiera nazionale alla sagra del culatello, passando per il revival dei caffè letterari. Non mi vergogno a dire che talvolta ho frequentato i salotti del mondo che legge.
Oggi si ha a portata di un click ogni cosa, dal tomo al manoscritto: c’è spazio per tutti, in maniera più immediata. Eppure la geografia della carta ha sempre il suo fascino, anzi, ha incrementato le vendite. Niente a che vedere con il ritmo dei telefilm; il colore dello schermo non riesce a superare quelli della mente, l’uomo ha ancora il privilegio della fantasia. È una forza arcana di suggestione, che spesso mi è capitato di riscontrare proprio nelle fiere indipendenti. Fuori dal circuito.
Fuori dal meccanismo. Fuori dai megalitici ensemble di agenti e mercenari della parola, venditori della fatica altrui.
Insomma, al di fuori. Nessuno che starnazza qualità ineccepibili, grandi trame, esordi fulminanti, no, niente procedure della tresca. In quei laboratori col brivido della diretta, senza giornalisti o intervistatori prezzolati si affronta l’arte con l’unica ambizione di essere coerenti, come dice Sepulveda, con la vita e l’epoca che si vive.

Esiste un certo destino negli apparati, nelle istituzioni, ed è quello di sovrastare anche il libero pensiero. Poi, appena raggiunto il successo, si fossilizzano, ingigantiti dal nome. Appena raggiunta la cima prendono a scendere, non cercano più l’eccellenza, dev’essere lei a rincorrerli. È un dogma tremendo, a cui è difficile sottrarsi. Ebbene, il ribollio del mercato alternativo è la risposta, la testimonianza di una resa affatto completa degli ideali, dell’artigianato intellettuale.
C’è persino la poesia, che secondo i pesi massimi non fa presa, eppure annovera artisti come Dickinson, Shakespeare e Dante fra i grandi della Storia. Il ritornello era già vecchio nei secoli. È la prosperità del vizio, che manda cartoline con un saluto o dei baci sbrigativi da Londra, Torino, Francoforte, dai luoghi di convivio e trionfo.

Il reading di cui parla il Web invece, si svolge davanti a una platea di spettatori infreddoliti per il primo soffio d’autunno, e nessuna pompa magna. Ognuno è appeso al fremito delle pagine, che il vento aiuta a fare più dense e leggere. Si può avvicinare l’autore senza maiuscole, che non arriva in taxi o in aereo, ma con l’auto propria e magari i parenti, gli amici, la cerchia di individui a cui spesso deve l’ispirazione. Cado in tentazione, ma non crollo al canto delle sirene: ho letto testi bellissimi sulle bancarelle da un euro al chilo. Non credo neppure al segreto dei vasti orizzonti, perché dovunque può accadere qualcosa di straordinario.
Prendetevi i blog. Mica uno solo. Tanti. Tutti. C’è molta spazzatura, certo, molte idee riciclate, ma in un campo d’erbe si alzano sempre i fiori. E sbocciano esempi stupendi, così ricchi da umiliare queste mie righe per l’inadeguatezza della dimensione. I nomi sono proibiti, però è sufficiente un rapido giro: altro che casi editoriali.
Gli addetti ai lavori non sono sensibili, la cancrena del sistema sta nel nome stesso. Devi esserci dentro. Chi comanda nel mondo globale vuole il pubblico vasto a cui spacciare per passaparola tre ristampe in tre giorni, anziché per strategia. Perché è un dato impossibile.
Chi comanda nel mondo globale non ricorda gli occhi desolati di Ignazio Silone, l’autofinanziamento di Svevo, la solitudine per scelta di chi ha fatto grande l’arte. Ma i capitoli più intensi si fanno raccogliere come emozioni sparse nell’aria, fra le fronde dei pini incerati dalla salsedine, sui ripiani di un gazebo di periferia, inno alla destrezza della semplicità.