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Il Sortilegio Della Linea e Il «Cabinet Des Dessins»

Scritto da Walter Brusini.

L’uomo ha iniziato a narrare storie prima con il disegno che con gli scritti.

La riproduzione delle forme ha seguito un percorso obbligato in base alle tecniche e agli strumenti rudimentali della preistoria, via via migliorati nel corso del tempo. Poi, una volta acquisiti il concetto dei materiali, i colori, la prospettiva, e la conoscenza attraverso la lezione dei maestri, ha potuto anche personalizzare la visione delle cose, dell’individuo e dei sentimenti.
Proprio i sentimenti, assieme all’immaginazione, sono espressione e scopo dell’arte, che così supera il semplice racconto della realtà grazie al potere della suggestione, sia quando essa si rifà a un qualche stile, sia quando riflette una serie di inquietudini estetiche o interiori dell’autore.
Quella indagine di sé è la linfa che nutre i maggiori interpreti dell’Ottocento francese, dove l’artista non è più solo un mediatore fra la realtà e lo spettatore bensì impegna il suo occhio emotivo nel disegno, aggiungendo ciò che prima era superfluo contorno: il tocco.
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Nulla di rivoluzionario: ce l’avevano già il Mantegna, il Caravaggio, e i colossi del passato, qui però vi è l’aggiunta d’un sovrappiù che rende ogni profilo davvero completo, anche quando al posto di arricchire coi particolari ne sottrae.
E in tale privazione non c’è traccia di povertà, anzi. Da adulti, con la stessa felice sorpresa dei bambini e la medesima aspettativa, la mano comincia a investigare la mente. Essa porta alla luce le gioie, le turbe e gli sconvolgimenti dell’animo sino a una dimensione superiore, in cui la ricerca accompagna la fantasia.
Anche le correnti perdono senso, e si invalida – o rimane solo indicativa – la circoscrizione in un gruppo più o meno definito: classicismo, romanticismo, impressionismo, simbolismo, sono incantesimi per addetti ai lavori, macroidentità per chi vuole raggruppare una categoria in un insieme di comodo, raccordi vaghi tra la visuale e il temperamento.
Di quella temperanza è cronista il disegno. Ognuno lo vive con trasporto, dall’infanzia all’età adulta. Non tutti vi restano legati alla stessa maniera, ma chi scarabocchia fogli improvvisati, fazzoletti di carta, lembi di giornali, notes, o altre superfici, e non riesce a sottrarsi all’impulso, sa cosa significa. 
«Ogni cosa sta per diventare soggetto», dice Delacroix, e ne ha ben donde. La libertà artistica del disegno, infatti, non può essere sacrificata a un’unità di stile, perché l’idea che ci si fa di esso come bozzetto, studio, stato nudo dell’arte, è la più vicina possibile a quella che ci si fa dell’essere.
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[Dis. 1: Berthe Morisot, Ritratto di Jeanne Pontillon - Chicago, Art Institute.  Dis. 2: Gustave Courbet, Les Demoiselles du Bord de la Seine - Museé du Lione]
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Con Ingres, Corot, Trioson, Boilly, la dittatura estetica è destituita, l’accademia è solo un trampolino da cui gli artisti prendono lo slancio in quanto è lecito svincolarsi dalle concezioni scolastiche, o comunque dalle norme consolidate nei secoli.
Certo, il tratteggio è presa di possesso dell’uomo sulle figure, ma è anche il mezzo più “sincero” per dare alle immagini una profonda carica spirituale. Entrano quindi in gioco il cosciente e il subcosciente: il disegno non si ferma alla limitata esplorazione delle forme, bensì veste l’apparenza con la diversità. Con l’indipendenza. Con il sortilegio della linea che non si insegna ma si apprende con la pratica (di sé), in quel grande cabinet de dessins che è l’intimità. 
Ecco perché in un periodo di accanito scientismo c’è un’esplosione di ballerine, contadini, soggetti rurali: niente come l’arte confida alla carta i suoi sogni, le aspirazioni, ed in silenzio si rivolge agli uomini, con i quali condivide il ménage quotidiano, tracciando il perimetro della passione.
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«Il disegno non è la forma, è la maniera di vedere la forma» (Degas)



Dis. 1: Edgar Degas, Donna in Piedi, di Spalle - Parigi, Museé du Louvre.  
Dis. 2: Pierre-Auguste Renoir, La Raccolta - Parigi, Museé du Louvre.