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Della Rivoluzione & Dei Nomi Impronunciabili

Scritto da Daniela Frascati.

Filosofia. E niente firme d’autore, solo un affare personale, scolastico e di noia. Anche ai simboli ogni tanto tocca patire la sorte.

Ricordo di aver letto da qualche parte che viviamo tutti in un tempo paradossale, “propriamente assurdo, un tempo in cui si annuncia(va) l’assoluta insensatezza, e anzi la morte”. La frase era in un saggio sulla rivoluzione, un nome per molti ormai privo di senso.
Il concetto però è potente, in quelle parole c’è la terribile forza del nominare. Il nominare, come fu per Sabbetay Sevi, è atto di empietà, devastante, da cui non c’è ritorno. Ma nel contempo è svelare ciò che gli altri non possono o non vogliono citare.
Le parole sono uno specchio, rimandano all’infinito echi di altre parole e di parole di altri.
Le parole sbucciano i pensieri come gli strati di una cipolla, fino a un nucleo minimo, che è il buco nero della nostra esistenza di individui.
Solo chi è capace di rivoltarsi l’anima, di straziarsi le viscere e la mente, può reggere la disperata verità che sta nelle parole. E sono davvero in pochi.
Potrebbe riuscirci uno scrittore?

L’incapacità di raccontare la normalità della vita mi dice che non sono affatto una scrittrice.
A me non interessa né raccontare, né raccontarmi. Ho solo una funesta e disperata passione per la parola (quella scritta in particolare, ma non solo); di più, ho il terrore della parola. Per questo provo a circuirla, corteggiarla, strapazzarla, imbrogliarla, nello sgomento o nel desiderio che un segno, forse solo una sillaba, provochi una ge­nesi iniziatica, con la parola che diventa cosa.

Da bambina andavo a messa solo per sentire il vangelo di Giovanni: Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio (…). Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.
Ero sedotta da quel vangelo, anche quando era letto in latino e non capivo assolutamente niente. Ma sentivo che in quelle parole, nel loro suono, c’era la verità del nostro essere nel mondo con consapevolezza, non per caso o per coazione, a ripetere della specie.
Mi spalancava le porte del Paradiso e dell’Inferno assieme. Provavo un piacere fisico ad ascoltarlo.
Ecco, io cerco nella parola, con la parola, quella condizione: voglio ancora sfiorare quella delizia terrificante. E siccome non posso riscrivere il vangelo, torturo le parole e me stessa assieme. Perché la parola ha il dono spaventoso e crudele di fare uscire di sé. Produce una dislocazione, un oltre che mette di fronte all’assoluto.
Se fossi una scrittrice non amerei le parole ma le storie, racconterei me e gli altri. Le emozioni scatenerebbero la voglia di dirsi.
Le storie, quelle che mi circondano, se fossi una scrittrice, vorrebbero essere raccontate da me. Invece non lo vogliono. Vogliono solo attraversarmi, coinvolgermi, sopraffarmi; di me non gli interessa.

Io circuisco la parola, la adesco nella speranza di suscitare una reazione, altri la seducono per circoscriverla e solo allora, dentro un recinto, darle la libertà di fare effetto.  Questa necessità forza le intenzioni, deviando il percorso accomodato delle nostre vite, rivelandoci a noi stessi.
Una sorta di prova per capire il limite oltre il quale non possiamo sporgerci, oltre il quale può accadere di tutto. Intanto si aggiunge sempre un oltre, un di più.
Quel di più è il desiderio. Il desiderio è forse la vera sostanza della parola degli uomini.
Nella creazione divina il desiderio non aveva luogo.
L’eden era un giardino di delizie intoccabili. Eva e Adamo erano involucri, parvenze imperfette di un’opera incompiuta. È il desiderio che ha chiamato le cose. Dunque, la conoscenza e la percezione di esistere nasce da esso. È ciò che ha tirato fuori il mondo dal caos, dagli atti incompiuti, che ha dato nome alle sue cose e l’ha emendato dall’eternità indifferenziata.
Quel giorno, nasce anche il tempo.
Quel giorno, nasce la storia.

Dio per essere creatore ha bisogno delle sue creature, ma di creature che sappiano riconoscerlo. Dio è una dimensione reciproca, perché solo attraverso la consapevolezza delle sue creature può esserne il creatore: immagine e somiglianza. Non c’è quindi mai stato alcun peccato originale. Dio ha “dovuto” incarnarsi e nascere da una donna non per redimere l’umanità, ma per misurare la creazione come altro da sé, come desiderio delle sue creature.
Dunque il desiderio è discontinuità, è una sospensione in cui le vite degli uomini si rifugiano.
Ma il desiderio fa anche paura.

Ognuno ha diritto a quella beatitudine quotidiana che tiene a bada, anzi, che culla amorevolmente con la stanchezza, i timori, la gioia o lo sconforto. Un minuscolo e umanissimo eden personale dove rifugiarsi e nascondersi a sé stessi, prima di tutto.
Lì ci sono le protezioni, l’amore generoso e benigno, il compiacimento di essere signori delle nostre certezze. Lì rimane la continuità della nostra esistenza, che ci impedisce di guardare negli occhi l’orrore di tornare nel caos da cui siamo venuti.
Ma se le dimensioni si confondessero, sfalsandosi? Se questa rivoluzione arrivasse troppo tardi, quando cioè abbiamo già sradicato tutti gli alberi del bene e del male, e ingabbiato le paure?
Sentiremmo comunque il desiderio, che della rivoluzione è il figlio più legittimo.