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Una Storia Di Frontiera

Scritto da Antonella Mecenero.

C’è un genere d’arte a cui sovente non viene dato il giusto rilievo.

Nella terra che ha dato i natali a Hugo Pratt la “letteratura sequenziale”, il fumetto, specie quello che si trova a poco prezzo nelle edicole, è ancora considerato pura evasione. Definizione a cui per una volta si può attribuire l’eccezione migliore.
Evadere significa fuggire da barriere fisiche o mentali, superare limiti e ostacoli geografici per giungere a terre sconosciute, luoghi della realtà o della fantasia in cui lo sguardo può spaziare ed osservare le cose da inedite angolature. Dopotutto, quella che nel 1997 è arrivata nelle edicole grazie a Bonelli Editore e che da qualche mese Panini Comics sta riproponendo in versione a colori è, sotto più di un aspetto, una storia di confine.
Nella frontiera per eccellenza, quel west americano in cui il fumetto italiano cavalca ormai da decenni con tanta fortuna, Ned Ellis, protagonista di Magico Vento, è un uomo diviso. È un giovane soldato che, dopo un incidente ferroviario, viene salvato proprio da quei pellerossa che arruolandosi voleva combattere.
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Senza più memoria, l’uomo viene curato dai nativi americani, diventando sciamano e protettore delle tradizioni del popolo che voleva sterminare.
Privo delle granitiche certezze di un Tex, albo dopo albo, Ned si rivela costantemente in bilico tra due mondi, costretto a combattere un esercito di cui ha fatto parte in una guerra della quale riesce a vedere con lucidità solo l’inevitabile sconfitta.
In quanto sciamano è suo compito proteggere la frontiera tra il mondo reale e quello degli spiriti, ma se vampe di inquietanti visioni di tanto in tanto aprono squarci sul futuro, di se stesso all’inizio ignora persino il nome, e cercare di ricostruire il proprio passato è come tentare di completare un puzzle fatto di ricordi, visioni e inganni.
Al suo fianco un personaggio altrettanto diviso. Willy Richards, detto Poe, giornalista ed ex alcolista. Non è una semplice spalla, ma un vero e proprio coprotagonista, spesso impegnato a indagare la difficile situazione della frontiera tra informazione e manipolazione.
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Presentato all’inizio con l’ambiguo slogan di western horror, quasi fosse un miscuglio transgenico di Tex Willer e Dylan Dog, Magico Vento acquisisce mese dopo mese forza e sostanza.
Gianfranco Manfredi, sceneggiatore unico, ad eccezione di un paio di albi, di tutta la serie, scandaglia con cura e minuziosa attenzione per il dettaglio il labile confine tra realtà e percezione, sia che si tratti di deliri da sbornia, sia nel caso di leggende che prendono vita, o ancora inganni di affaristi e politici. La verità rimane sfuggente, e anche quand’è raggiunta difficilmente è consolatoria.
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Perciò, con naturalezza, MV passa dal diventare una serie di storie di frontiera a la Storia della Frontiera. Senza rinunciare agli elementi fantastici, sempre contestualizzati con coerenza narrativa, Manfredi conduce il lettore nella narrazione delle guerre contro gli “indiani”, che a metà degli anni Settanta dell’Ottocento culminarono con la battaglia del Little Big Horn e la successiva repressione subita dai Lakota.
Ad affiancare Ned e Poe sono, quindi, giganti del mito americano come il generale Custer e Cavallo Pazzo, in albi che diventano un grande affresco collettivo, in cui però ogni personaggio mantiene una propria fisionomia non priva di sfaccettature.
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Come tradizione per le serie Bonelli, sono diversi i disegnatori che si succedono, dando ciascuno una personale interpretazione dell’atmosfera e dei protagonisti. Si passa dal west più sporco di Ortiz ai visionari chiaroscuri di Frisenda, fino ai cupi ritratti di Mastantuono.
L’edizione Panini, ben curata a partire dalla riproposizione della ricca rubrica di approfondimento che apre ogni albo, presenta le storie in versione colorata. Si tratta insieme di un pregio e di un limite. Se da un lato si tratta di un lavoro di fino, con i toni acquarello che riprendono quelli del numero 100, l’unico albo edito in origine a colori, è però un’elaborazione svolta su tavole pensate per il bianco e nero.
Se alcuni disegnatori, come Barbati e Ramella, tutto sommato beneficiano dell’operazione, le tavole di José Ortiz finiscono per risultare troppo scure, mentre quelle di Frisenda rischiano di perdere parte del loro affascinante gioco di contrasti.
Che sia a colori o in bianco e nero, rimane comunque il piacere di trovare ogni mese in edicola un albo che ci permette di evadere oltre le frontiere della nostra quotidianità, fino a una terra dal segno fondo e sottile, dove l’avventura si coniuga con la ricostruzione storica e con un prezioso esercizio di introspezione.