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L'Enigma Millenario Dell'Oro Della Tuscia

Scritto da Andrea Faravelli.

Com’è che spesso si ritiene più preziosa una pietra di un sentimento?

Forse perché i sassi sono tra i componenti più durevoli del mondo, mentre l’umanità è caduca, e dalla notte dei tempi è assillata dalla tragedia del trapasso. Così, nell’antica Grecia possedere un adamai era simbolo di forza quasi indomabile. Il diamante, infatti, era conosciuto fin da allora per le sue eccezionali durezza, trasparenza e immutabilità. Era considerato un potente talismano dai grandi poteri magici e terapeutici.
Per i Romani il rubino – da rubeus, rosso – era la pietra del sole, e con il suo colore associato ai tizzoni ardenti era un amuleto amoroso, capace di donare passione e vitalità. Lo smeraldo, già presso gli Egizi, veniva affiancato alla saggezza, alla conoscenza arcana, e tale era anche presso il mondo ellenico: smaragdos, ossia la pietra verde contro gli incantesimi e i sortilegi. Lo zaffiro, invece, deve il suo nome all’ebraico sappir, cioè la cosa più bella, per quel colore azzurro a lungo avvicinato all’introspezione e all’intuito. È la pietra dell’elevazione spirituale nel buddhismo, e nella religione cristiana richiama la tinta del mantello della Madonna.
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L’oro, pur non essendo pietra come le precedenti, non ha mai smesso di essere di moda.
La sua durevolezza e la relativa facilità con cui poteva essere lavorato, ne hanno agevolato l’impiego per ciò che i popoli ritenevano più “familiarmente prezioso”. E in quanto a familiarità, poche genti ci sono vicine quanto gli Etruschi, che avevano grande cura per la vita dopo la morte.
Nel 1836 l’arciprete Regolini e il generale Galassi, corrispondenti della Accademia Etrusca di Cortona, in una vigna appena fuori la necropoli di Caere – di cui rimane Cerveteri, un borgo a quaranta chilometri da Roma – trovarono una sepoltura colma di oggetti d’ogni tipo, oggi conservati nell’ala dedicata del museo gregoriano del Vaticano.
La coppia che vi riposava era di certo principesca, e viene descritta in un libercolo ormai introvabile dal titolo Lucienne Et Les Etrusques, di Claude Boncompain, che non manca di gusto e di fascino, inoltre offre una grande quantità d’informazioni con il pregio di un racconto romanzato.
«La donna, abbigliata come una dea, porta un pettorale circolare, una lamina d’oro decorata di motivi incisi: animali e piante la cui esecuzione è meravigliosa».
L’esecuzione di cui si parla ha l’oro come prima componente. «Pochi popoli hanno avuto orafi abili come gli antichi toscani, ed è solo di recente che alcuni hanno raggiunto – ma non superato – le loro tecniche».
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«In quella tomba c’erano orecchini, diademi, collane ad uno, due, tre giri, con pendenti a goccia, catene e trecce che scendevano dalle spalle, s’incrociavano sul petto e scendevano sui fianchi, cinture con fibbie, braccialetti da polso, da gomito, anelli per ciascuna mano, per tutte le dita e persino per le falangi, e l’intero contenuto del portagioie del defunto era cosparso sulla sua figura».
Non è noto il segreto degli orafi etruschi, ma senz’altro se n’è ammirato il prodotto. Vanamente, molti hanno cercato una soluzione all’enigma, pressappoco come per la loro lingua ancora oscura, anche lì senza venire a capo di nulla. I maestri della forgia usavano l’ambra, il ferro, l’argento e il bronzo, ma è la lavorazione dell’oro che li ha resi celebri.
Conoscevano, chissà come, procedimenti avanzati quali l’applicazione della filigrana o del granulato.
La prima prevedeva l’impiego dell’oro in sottilissimi filamenti, spesso del diametro di un capello. I fili venivano intrecciati in catenelle o nastri, curvati, arrotolati, insomma sistemati sino a raffigurare motivi traforati, oppure saldati su un piano dove formavano volute, rosette, cerchi, palme, foglie, figure di animali.
Il granulato poi era una tecnica ancora più sopraffina. Era costituito da una quantità enorme di perline d’oro, pressoché invisibili ad occhio nudo, così pressate tra loro da formare una superficie scabrosa al tatto.
Per secoli ci si è domandati come riuscissero gli Etruschi ad ottenere un pulviscolo simile. Addirittura i fratelli Castellani, maestri dell’oreficeria romana, avevano fatto centinaia di esperimenti, tentando ogni sorta di strada, vagliando possibilità, impiegando reagenti chimici, andando persino alla ricerca di memorie storiche nel cuore dell’Appennino, dove pareva che qualcuno avesse conservato alcune tradizioni della tecnica. Loro malgrado, non riuscirono mai nell’impresa.
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Nessuno ha più prodotto sferule così piccole – sino a un settimo di millimetro – con una luce che, per i Romani, gli «nasceva dall’interno». Soltanto un orafo, in tempi recentissimi, Andrea Cagnetti di Corchiano, pare avere eguagliato quelle realizzazioni, peraltro con un procedimento del tutto naturale, quale era senz’altro quello dei suoi antenati. L’unico apparecchio moderno, per così dire, di cui l’artista si serve, è il forno elettrico.
Dal pioniere Littledale, che nel 1933 diede inizio alla ricerca di soluzioni per imitare quella granulazione tramite una “pozione” di colla animale in cui aveva disciolto sali di rame, dunque, al Cagnetti, che invitato a spiegare il proprio sistema ne chiarisce in soldoni i passaggi, trattenendo però le dinamiche sui tempi e sugli ingredienti nell’impasto.
Segreto di bottega, più per cautela che per gelosia: le dosi non sono mai ortodosse, nulla è scritto, fisso, rigido, così come nulla assicura all’orafo stesso di aver trovato la chiave del mistero: le serrature della Tuscia remota sono un enigma che i secoli preservano dai facili trionfalismi della modernità.