Stampa
PDF

Quel Maiale Ch'è Un Grido D'Amore All'Italia

Scritto da Antonella Mecenero.

Ho sempre avuto l’impressione che l’Italia non sia stata trattata bene come avrebbe dovuto dal cinema internazionale.

A volte è stata solo un magnifico scenario, basti pensare a film storici come La Passione di Cristo, ma anche Guerre Stellari non ha trovato uno sfondo più eccezionale della Reggia di Caserta. Quando è diventata l’ossatura della vicenda, non si è quasi mai usciti dallo stereotipo che vuole il nostro come il paese dell’amore.
Persino Holideay non è riuscito fuggire dal cliché, nonostante la maestria: Vacanze Romane racconta della capitale come una bella cartolina illustrata.  Al massimo, si riesce ad accennare ai nostri lati oscuri, l’inevitabile mafia e i segreti del Vaticano. Tuttavia, nella ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia è arrivato, anzi, è tornato uno dei più affettuosi omaggi cinematografici che il nostro paese abbia mai ricevuto.

Uscito in Giappone nel 1992, approdato in una manciata di sale cinematografiche l’anno scorso, da pochissimo Porco Rosso di Hayao Miyazaki è accessibile in DVD.
Arrivato in sordina, era atteso da una ristretta cerchia di appassionati, consapevoli che da prima della consacrazione con l’oscar per La Città Incantata (2003), il nome del maestro giapponese era sinonimo di qualità. Eppure raramente il nostro paese è stato narrato con tanta grazia e passione.
La luce soffusa e delicata degli sfondi pastello ci conduce per mano in una vicenda che aleggia tra due piani lontanissimi, così come il protagonista vive sospeso tra mare e cielo.

Sopra, la fiaba, così semplice e ben raccontata da tenere i bambini con la bocca aperta, e gli adulti immobili di fianco a loro. È la storia di un aviatore che dopo la Prima Guerra Mondiale si trova con il viso trasformato in un grugno di maiale. Come un eroe western, è un solitario cacciatore di taglie, che col suo idrovolante rosso pattuglia le acque dell’Adriatico. Tra uno scontro con improbabili pirati e una fuga precipitosa da pattuglie fasciste, nascerà una sfida con un pilota americano in grado, forse, di fargli ritrovare la propria umanità.
Sotto, scorre tutta un’altra storia, intravista e non narrata, profonda come abissi marini. Fatta dei silenzi di un uomo che non si ritiene più tale, dopo aver visto i compagni morire e il proprio paese sprofondare nella dittatura. Costruita sugli sguardi lanciati a una donna che non si può concedere di amare per rispetto a un amico morto, e per la vergogna di una deformità che forse esiste solo nell’animo. Una storia di cui non conosciamo il finale, che si interrompe senza una vera conclusione, e tuttavia dona una sensazione di compiutezza, ci lascia alle soglie dell’orrore della guerra, ma con l’immagine di un giardino in fiore.

Mare e cielo sono entrambi attraversati dalla poetica di Miyazaki.
La limpida linearità della vicenda non nega né semplifica i conflitti profondi che la percorrono. La violenza del nazismo è evocata e non mostrata, al pari della malattia della madre dei protagonisti ne Il mio vicino Totoro, considerato in patria il capolavoro del regista. Sono drammi di cui non vediamo lacrime o sangue, ma che permeano le vicende e plasmano i personaggi.
Se la Disney ci mostra mondi pacificati dove la bellezza delle immagini rispecchia quella di un universo in cui l’eroe risulta vittorioso, Miyazaki non nega le contraddizioni della vita o dell’animo umano.

Marco è l’essenza dell’antieroe, segnato nel corpo e nello spirito, votato alla sconfitta, il cui unico orgoglio è dirsi meglio maiale che fascista. Come sempre, nelle opere del maestro nipponico sono le donne a portare una possibile salvezza.
Non donne angeliche o fanciulle in pericolo, tutt’altro. Donne sporche e in tuta da lavoro, come le operaie dell’azienda in cui “tutti gli uomini sono andati all’estero a cercare fortuna”. Ragazze con le mani sporche di attrezzi ed olio per motori, come la giovane meccanica Fiò, che non sfigura nella schiera di guerriere e ragazzine coraggiose che popolano la filmografia di Miyazaki. Ragazze pratiche, da Mononoke fino alla piccola Ponyo,  più abili che belle, e che tramite il loro ostinato senso pratico, senza misticismo e con poco tempo per l’amore, sanno ribaltare le situazioni più sfavorevoli.

Sullo sfondo, un’Italia tratteggiata con amore. Bellissima non solo nei paesaggi adriatici, nei voli sulle colline e la morbida campagna veneta, ma anche in una Milano inaspettata, fatta di navigli e  ciminiere, con cieli a cui i fumi regalano sfumature inedite e il viola sui profili dei palazzi al tramonto.
Un’Italia a cui sono regalati tanti minuti, omaggi nascosti tra le pieghe delle vicende. Alcune inquadrature del folle volo su Milano, o quella in cui il protagonista guarda i compagni di squadriglia che presto spariranno tra le nubi, sono rubate all’aereo-pittura di Tullio Crali. Mentre dietro ai nomi dei personaggi sono nascosti riferimenti a nostri connazionali, a partire da quello del protagonista, Marco Pagot, che strizza l’occhio ai papà di Calimero, Nino e Toni Pagot.
Se dal Paese dell’Eroica Felicità hanno saputo guardare con tanta poesia alla nostra terra, dovremmo rivalutare l’idea che noi stessi promuoviamo.



Porco Rosso
Animazione, Giappone 1992
Regia di Hayao Miyazaki