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La Farragine Della Libertà Nella Globalizzazione

Scritto da Pierangelo Miani.

È consuetudine piuttosto diffusa dipingere la natura umanizzata.

E la si umanizza con un tocco quasi da cartone animato, istupidendone la complessa perfezione delle dinamiche, senza tener conto che il genere umano è un prodotto dello sviluppo, nonostante la sua azione distruttrice.
Ma se l’uomo si comporta come parte di un’unica sfera naturale, anche la sua attività deve tendere a dispiegare l’origine d’insieme. Già Karl Marx, ne Il Capitale, osservava che «come il selvaggio deve lottare con la natura per conservare e per riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il regno delle necessità naturali si espande perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forme produttive che soddisfano questi bisogni».
Perciò, più l’uomo assoggetta la natura, più amplifica la dipendenza dai suoi oggetti, le sue creature, i luoghi e le manifestazioni usuali. La crescita di tale dipendenza è evidente quando la società, per mantenere un’elementare esistenza dei suoi membri, è costretta a spendere un quantitativo di energie e risorse enormemente superiore di anno in anno.
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Anche un temporaneo, accidentale arresto della produzione può mettere in ginocchio la nostra ormai pigrissima struttura comunitaria, causando sciagure a catena. Non siamo mai stati prigionieri come adesso dell’incapacità, per questo l’attuale illusione del dominio sulla natura è una crescente libertà dai suoi vincoli, ma nel contempo è un incremento della dipendenza da essa per la necessità di mantenere con qualsiasi mezzo quel dominio, anche a rischio di catastrofi.
La corrispondenza tra le forze in gioco è la stessa sviluppata tra il signore e lo schiavo, tra il padrone e l’operaio, l’impiegato, il sottoposto, una osmosi senza la quale non potrebbero vivere e prosperare. Del resto la libertà non può sbarazzarsi della necessità, poiché è il suo destino ultimo, e la necessità si muove come un pachiderma in un negozio di cristalli.
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La società, dunque, è il realizzato “umanismo della natura”, e al suo interno si può parlare di libertà con gli stessi toni contraddittori prima in sede di autocoscienza, poi di identità in un ruolo. O meglio, in un lavoro.
Il problema della libertà, infatti, sta nella partecipazione personale alla libertà sociale, nel raffronto con il grado di libertà dell’altro uomo. L’idea di limite della libertà in senso lato dà uno scarso conforto, se non ci si sente liberi all’interno di tutti quei limiti. All’uomo interessa più com’è distribuita la libertà di ciascuno all’interno del reticolo di regole e paletti.
Scrive Davydov che «non appena cominciamo a porre in modo concretamente storico il problema della libertà di un individuo con la libertà di un altro, subito scopriamo che gli uomini non sono mai stati presentati come atomi sociali isolati. Nella storia empirica reale sono sempre stati i rappresentanti di determinate classi sociali, ceti, gruppi».
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Alla luce di ciò, si viene a scoprire che la globalizzazione è un vocabolo astratto, che nella sua voluta mancanza di definizione esclude ogni aspetto soggettivo per spostare il baricentro dell’individuo verso un contenitore più vago, che affronta tutto per non muovere niente, conservando i filtri per il fumo e lasciando spegnere la fiamma per l’arrosto.
È il principio guida delle politiche socio-comunitarie di questo inizio secolo, un principio dove la questione della libertà si trasforma nel rapporto mancato fra l’attività produttiva di uno Stato e quella del singolo lavoratore.
La presunta avanguardia di un simile discorso capitola miseramente dinanzi alle strutture umane della storia evolutiva. All’uomo primitivo non era possibile affrancare il concetto di individuo: la comunità, la famiglia e poi la tribù, erano di fatto un organo vivo della società, che se staccato da quella forma di cooperazione naturale perdeva di senso, restando una figura smarrita, un animale brado.
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Ebbene, quell’anonimato si ripresenta oggi sotto la bandiera della globalità, che accomuna tutti e non distingue nessuno, che tratta come filari coltivati con le stesse tecniche e dai quali attende i medesimi frutti. E l’uniformità destituisce l’individuo, tramuta le caratteristiche del soggetto in manifestazioni collettive.
Oggi, mentre il membro della collettività naturale va acquisendo cicli autonomi di azione e pensiero all’interno del mondo, lo si frena con la necessità, con il fabbisogno che egli assimili una moda o una way of life come forma d’attività vitale. Anche e soprattutto per questo vanno rapidamente perdute le tradizioni, i costumi che danno personalità e garantiscono la sopravvivenza a un popolo o a un luogo.
Il pericolo concreto è di sottrarre alle coscienze, più di quanto già fatto, il bisogno di intervenire: Wikileaks e i movimenti politici autonomi sono casi (da tutelare). Il grande sonno sembra scendere inesorabile sulla capacità reattiva degli uomini, sulla lottizzazione del diritto a coltivare e maturare il sé, sull’interazione con quella libertà d’espressione che non è negoziabile e sta alla base dello sviluppo civile e della conoscenza.